Vittorio Zucconi: Usa. In fuga dal presidente

Resuscitati all’elisir miracoloso dei sondaggi, che condannano Bush a una impopolarità ormai plebiscitaria (65 per cento) e terrorizzati dal timore di perdere il loro bene più prezioso, il seggio, anche i parlamentari, il Congresso, cominciano a scuotersi, dopo i media già in via di risveglio, dal coma morale e politico indotto dalla «guerra al terrore».
Mentre Bush vola lontano, in un’Asia che gli rimprovera la fissazione ossessiva con l’Iraq e l’ignoranza del resto del mondo, in rapida successione democratici e repubblicani approvano insieme, fusi nella «bipartisanship» della paura del castigo elettorale per chi sia visto come troppo allineato dietro Bush, una risoluzione per chiedere alla Casa Bianca di presentarsi regolarmente a spiegare le proprie azioni e i propri piani; domandando che il 2006 sia l’anno della «irachizzazione» definitiva con chiare prospettive di ritiro delle truppe; e restituiscono qualche diritto civile ai "desparecidos" di Guantanamo, vergognosamente detenuti senza incriminazioni e ormai senza alcun valore di intelligence; difendono l’emendamento anti-tortura voluto dal senatore repubblicano McCain dalle minacce di veto della presidenza. E si prepara a lanciare la "fase 2" di quella lacunosa inchiesta sulle armi di distruzione di massa che la "fase 1" chiuse in fretta, tra silenzi, omissis e rifiuti di documenti, lasciando, dall’uranio nigerino agli smentiti legami con Bin Laden, più domande che risposte.
La spiegazione di questo tardivo ma ormai palpabile «cambio di stagione» a Washington non va cercata nei casi più sensazionali, come l’incriminazione dell’uomo dei neocon al fianco di Cheney, "Scooter" Libby, nella melma delle patacche e delle menzogne diffuse per giustificare l’invasione, nell’obbrobbio dei bombardamenti incendiari e neppure nel tassametro implacabile dei caduti americani in Iraq che scatta ogni giorno. La chiave per capire la visibile «presa di distanza» dal presidente fra i democratici e i repubblicani più moderati sta nell’effetto cumulativo di scandali, promesse vuote, confusione e dissimulazione che hanno ormai portato la maggioranza del pubblico a giudicare Bush «non credibile».
Oggi, la vicinanza a Bush, la sua investitura è vista dai politici come una liability, una passività e non un asset, un attivo, appena 12 mesi dopo la sua chiara vittoria elettorale su John Kerry e la conquista della maggioranza nei due rami del Parlamento. Le sconfitte elettorali dei candidati repubblicani nelle elezioni di martedì scorso, e soprattutto il disastro delle proposte che l’ex idolo delle folle, Schwarzenegger, aveva sottoposto a referendum in California, erano scontate, come lo era la rielezione del repubblicano Bloomberg a New York. Ma la frase detta dal candidato repubblicano al governatore della Virginia, James Kilgore, per spiegare la propria sconfitta, è suonata come un’abiura di Bush. «Il fatto che il Presidente sia venuto a fare comizio con me la sera prima del voto - ha detto questo Kilgore - è stato più un danno che un aiuto».
Normalmente, i candidati a elezioni locali anelano ad avere una comparsata del presidente al proprio fianco e giudicare un «danno» la sua visita pastorale misura bene la debolezza di un capo dello Stato che sta visibilmente annaspando per ritrovare il passo della propria popolarità sfumata.
Oggi, l’America, e i suoi pigri rappresentanti in Parlamento, non credono più a Bush, che continua a rifiutare ogni responsabilità per errori e per false informazioni dette, forse, anche in buona fede. «In effetti è risultato che sulle armi di distruzione di massa ci eravamo sbagliati» ha ammesso il primo consigliere per la sicurezza nazionale, un altro di quei neo conservatori che avevano dominato la Casa Bianca nella preparazione alla guerra, Stephen Hadley, «ma non abbiamo deliberatamente ingannato nessuno». Ci siamo ingannati da soli, insomma, sembra paradossalmente voler dire Hadley, ma neppure questo Bush osa ammettere, come se confessare anche un solo elemento potesse demolire l’intero edificio della sua «dottrina».
Preferisce continuare ad arroccarsi dietro la retorica del «tutto va meglio», a non liberarsi di quei collaboratori e consiglieri, come invece seppe fare Reagan, che ormai costituiscono più una zavorra che un motore nel suo secondo mandato, mentre Washington ronza di voci che indicano una crescente freddezza fra lui e la sua ex baby sitter politica, il vice presidente Cheney, toccato da vicino dalla scandalo Ciagate. Bush non cambia, forse non può cambiare, perché è prigioniero della propria immagine di uomo «che tira diritto». Per rispondere, preferisce accusare l’opposizione di avere votato con lui e per lui, al momento della guerra, avendo visto gli stessi documenti e le stesse prove su Saddam, ignorando il fatto che, se le prove erano fasulle, anche le conclusioni non potevano che esserne falsate. Ha addirittura riesumato lo zombie del 2004, John Kerry, per scaricare su di lui le proprie colpe. Una curiosa tattica, questa, che ha prodotto un delizioso cartoon sul ‟Washington Post”, nel quale mamma papera, con il volto di Bush, si volta irritata verso i paperini impantanati per dire loro: «Colpa vostra, se mi siete venuti dietro».
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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