Vittorio Zucconi: I rapper contro la pena di morte

In quell’instabile deposito di dinamite razziale chiamato Los Angeles, che già vide le esplosioni del 1965 e del 1992 con dozzine di morti e interi quartieri bruciati, scotta fra le dita del governatore Schwarzenegger il cerino di una vita che la legge vorrebbe spegnere. Mancano 22 giorni all’esecuzione di Stanley Tookie Williams, da vent’anni ormai nel braccio della morte di San Quintino. E da sabato sfilano e sfileranno davanti alle sbarre del più sinistro carcere californiano, «gli animali», «i figli della giungla», come li chiamò sprezzante il procuratore della repubblica che ne ottenne la condanna. Sfilano gli strani e violenti menestrelli della musica e della cultura rap e hip hop con i loro nomi d’arte strambi e volutamente provocatori, «Snoop Doggy Dog» o «Daz Dillinger», parlano gli attivisti del ghetto di South Centrale LA, e soprattutto gli ex «soldati» convertiti alla pace di quelle gang, i «Crips» e i «Blood» che fino all’armistizio del 1992 colorarono con il loro sangue le strade della città. «Tookie è la Rosa Parks della nostra generazione» grida dai megafoni «Snoop Doggy Dog» il leader del movimento per salvare Williams.
La vecchietta novantenne morta pochi giorni or sono dopo avere cambiato l’America rifiutando soltanto di sedere nei posti sull’autobus «riservati» ai neri, faticherebbe molto a riconoscersi nei divi del «gangsta rap» e nelle loro liriche misogine, sgrammaticate e violente, che sfilano davanti a San Quintino o in quell’uomo di 51 anni, «Tookie» Williams condannato per quattro omicidi nel 1979, quando era uno dei capi, e uno dei fondatori, dei «Crips». Ma nell’ardito paragone del rapper c’è la stessa sostanza, la stessa dinamite, la stessa immutata verità che mosse Rosa Parks, sempre e ancora il razzismo e la percezione della vittimizzazione.
La storia dell’uomo che deve morire il 13 dicembre, e che ormai soltanto Arnold Schwarzenegger, il governatore della California, potrebbe salvare commutando la pena, è infatti una di quelle parabole che sono lette in maniera opposta e inconciliabile, secondo gli occhi di chi le legge. Per la pubblica accusa, per la polizia di Los Angeles che sta inviando furiose «contro-petizioni» al «Terminator» in pensione, per la famiglie delle quattro vittime, come per la giuria popolare di 20 anni or sono, tutta rigorosamente bianca, «Tookie» è il simbolo di quella violenza che terrorizzò la Los Angeles della guerra per la cocaina, il crack, il controllo dei ghetti. Il processo che lo condannò fu tutto indiziario, senza prove, e Williams si giura innocente, ma il pubblico ministero trovò facile risonanza nelle orecchie della Los Angeles «per bene» e bianca quando descrisse il suo mondo come «la giungla del Bengala» e lui, «Tookie», come «la tigre più feroce e sanguinaria».
Il problema, che oggi brucia le dita di Schwarzenegger («è una decisione che mi preparo a prendere con terrore», ha ammesso) è che nei vent’anni trascorsi nell’attesa dell’esecuzione la «tigre» non soltanto si è ammansita, ma si è trasformata in domatore. Williams ha predicato e lavorato dal carcere per arrivare all’armistizio e poi alla scioglimento delle gang che lui aveva formato. Ha scritto cinque libri, per spiegare ai figli del ghetto che la violenza è esattamente ciò che il mondo degli oppressori usa per mantenere viva l’oppressione, si è «redento», come dice il titolo di un film prodotto e trasmesso dalla rete nazionale Nbc con l’attore Jamie Fox nella parte di lui ed è stato nominato cinque volte per il Nobel della Pace.
Il percorso di conversione e di redenzione nei bracci della morte non è nuovo né unico, in base al detto secondo il quale «la vista della forca schiarisce la mente dei condannati», ma raramente serve. Non ha salvato la vita, nel caso più recente, a Karla Fay Tucker, assassina confessa divenuta missionaria, che un governatore del Texas chiamato George W. Bush, mandò a morire ignorando gli appelli dei maggior leaders religiosi della nazione. E difficilmente salverà la vita a Williams, che un governatore già profondamente impopolare come Schwarzy risparmierebbe rischiando di alienare altri elettori.
E per il cinquantenne «quasi Nobel» la mobilitazione del mondo rap, che la maggioranza perbenista considera come gangster appena verniciati di rispettabilità discografica, potrebbe essere un aiuto avvelenato. Il leader del movimento, «Snoop Dog», che nacque col nome di Calvin Broadus, ha una storia personale che non farebbe la gioia di una futura suocera. Il suo enorme talento (il suo ultimo cd, giudicato un flop ha venduto 2 milioni di copie) è eguagliato soltanto dalla sua storia giudiziaria, tre anni di carcere subito dopo il liceo, arresto per l’omicidio di Philiip Waldermarian, membro di una gang rivale, dal quale scampò soltanto perché riuscì a sostenere che lui guidava l’auto dalla quale furono sparati i colpi che lo uccisero, la morte violenta e misteriosa del suo migliore amico e concorrente musicale, Tupac Shakur, e la condanna per associazione mafiosa del suo socio nella casa discografica «Braccio delle Morte», Suge Knight.
Proprio questo suo essere figlio della stessa «giungla» lo rende credibile e vero. Davanti a San Quintino, nella grande manifestazione di sabato scorso («la più grande mai vista per un condannato a morte», ha ammesso il direttore del carcere, colui che dovrà dare l’ordine di premere gli stantuffi delle siringhe, il 13 dicembre) non c’erano soltanto «rappers». C’erano bianchi «anglo» e bianchi «ebrei», quegli ebrei che nella storia del Ku Klux Klan erano considerati come i «negri», donne e studenti, militanti delle battaglia contro la pena di morte che ha visto, per la prima volta da 30 anni, diminuire nel 2004 il numero di «morituri» in lista d’attesa.
Ma sono gli abitanti dell’altra Los Angeles, delle banlieues interne americane, quelli che danno ascolto al rapper perché hanno visto la corruzione morale di una polizia che non esita a «creare» prove e indizi, come processi e scandali hanno ampiamente dimostrato, che accusò il governo di avere distribuito il crack nei ghetti, e poi il virus Hiv, per sterminare i maschi, che assolse il campione di football OJ Simpson semplicemente «per dare una lezione» ai bianchi che tifavano per la sua condanna. Questo mondo delle iniquità reali e delle paranoie non meno formidabili, che consumò se stesso nella collera per l’arresto di un automobilista nero chiamato Rodney King, guarderà alla sorte di «Tookie» Williams, l’assassino rinato come apostolo della non violenza, come all’immagine della propria condanna razziale. La polveriere attende, per vedere se il governatore lascerà cadere il cerino.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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