Vittorio Zucconi: Iraq. Il prezzo terribile dei mille giorni

Nonostante ‟più o meno trentamila morti Iracheni”, come ha detto con disinvolta nonchalance George Bush, e ‟circa 2140” caduti americani, non ci sono rimpianti, ripensamenti né autocritiche in colui che ha voluto questa strage arrivata al millesimo giorno di guerra. Né ci potrebbero essere, senza sconfessare nella propria interezza un´azione militare ormai troppo lunga, incompiuta, sanguinosa e durata per l´America più a lungo della partecipazione alla Grande Guerra e quasi quanto il conflitto in Corea. ‟Prenderei la stessa decisione anche oggi” ha infatti risposto Bush alla domanda di una donna presente al discorso di ieri a Philadelphia. La coerenza delle guerre è una condanna che non ammette prescrizioni.
Nei giorni in cui in Iraq si sono aperti i seggi per la prima, aperta elezione legislativa nella storia di quell´immaginaria nazione creata a tavolino dalle potenze coloniali europee e ora rifatta dalla superpotenza americana, Bush si è sentito autorizzato non soltanto a rivendicare la correttezza della propria decisione, ma ad ammettere il prezzo spaventoso in vite umane che l´applicazione sul campo di una ideologia politica ha preteso. Questo, delle elezioni parlamentari dopo il referendum sulla costituzione, è il fine che dovrebbe giustificare i mezzi. E´ il traguardo che dovrebbe assolvere tutto, i morti e le torture, le spese immense e le lacerazioni interne e dimostrare che la democratizzazione di un Paese arabo è possibile ed è il solo antidoto efficace alla pandemia del terrorismo.
Se poi la strada verso questo obbiettivo è lastricata di cadaveri iracheni e americani, se i morti in Iraq, tra vittime dei kamikaze, delle faide settarie, dei tagliagole, dei predoni, delle bombe americane, sono più di quante vittime abbia fatto complessivamente, dall´11 settembre compreso, il terrorismo islamico nel mondo, la giustificazione è quella classica di Hiroshima: un tributo terribile da pagare oggi perché prezzi ancora più mostruosi siano evitati in futuro. Il principio, straordinariamente cinico, del ‟combattiamo i terroristi con le vite degli altri per non doverli combattere in casa” resta il cardine dell´operazione Iraq, ora che i pretesti iniziali delle armi e dell´asse Saddam-Osama sono caduti. E gli Iracheni sarebbero comunque morti a migliaia sotto la scure di Saddam Hussein, si consolano coloro che cominciano a rabbrividire davanti all´enormità del costo umano.
E´ naturalmente ancora possibile, e sperabile, che da questo bagno di sangue alimentato insieme da cittadini inermi e americani, spunti quell´albero della democrazia e soprattutto della separazione fra stato e religione senza il quale nessuna costituzione avrebbe senso reale e nessun parlamento, pur eletto, avrebbe autorità civile. In buona misura, siamo dunque tutti condannati a sperare che Bush abbia ragione, che i catastrofisti abbiano torto, che davvero ‟le cose stiano migliorando” e l´alba della democrazia rappresentativa e civile stia sorgendo sulle rovine dell´Iraq. Che si ripeta il terrificante paradosso di Hiroshima e da quegli (almeno) trentamila morti iracheni nasca una società civile moderna e pacifica, come quella Giapponese nacque dai 300 mila cadaveri polverizzati dalle due bombe di Truman nel 1945.
‟L´11 settembre ha cambiato la mia visione del mondo”, ha detto Bush in questo discorso tenuto a Philadelphia per associare, con audace analogia storica, i dolori del parto dell´America che nacque proprio in quella città nel 1776 e il macello di almeno 30 morti quotidiani, da mille giorni, in Iraq. Ma nella sua obbligata difesa delle proprie scelte, nella condanna alla coerenza che si è autoinflitto, Bush rivive il dilemma classico di tutte le guerre in ogni epoca, tradizionali o asimmetriche. Più aumenta il costo in vite, più difficile diviene fermarle per chi le ha volute, senza ammettere il proprio errore ed essere condannato da quel tribunale al quale oggi Bush guarda ossessivamente, il tribunale della storia. Il ruolo di Bush nella storia e la speranza di poter proclamare vittoria e andarsene sono tra le dita delle donne e degli uomini che più hanno sofferto questo ‟esperimento politico militare” e dovranno fornire la copertura politica a un disastro umano che ha già consumato 30 mila vite. Più o meno.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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