Vittorio Zucconi: In nome del boia

Per la millesima e terza volta, da quando il 17 gennaio del 1977 Gary Mark Gilmore venne fucilato nello Utah, l´America ci costringe a contemplare nella ripugnante esecuzione di Stanley "Tookie" Williams, avvenuta dopo ventidue minuti di traffici con aghi per trovargli la vena nel braccio, il mistero sconvolgente del suo attaccamento alla barbarie della forca. Non c´è lama più affilata di questa, che divida ciò che noi chiamiamo "Occidente", che separi l´Europa dagli Stati Uniti. Più ancora della tortura o della guerra preventiva come pratica accettabile, l´omicidio di stato è una discriminante assoluta. O si accetta il patibolo o lo si rifiuta. Non ci possono essere sfumature o distinguo.
Se una spiegazione, e non una giustificazione, può essere avanzata per l´accanimento americano, questa è nella natura della loro democrazia, così profondamente diversa dalle democrazie europee. In una situazione di democrazia diretta, nella quale il rapporto fra eletti ed elettori è assai più immediato di quanto sia accaduto, fino a ora, in Italia se gli umori dei cittadini sono favorevoli al patibolo, i loro rappresentanti non avranno molta scelta. Possono, come molti di loro sono in privato, essere inorriditi. Ma ben pochi, e certamente non una figura vuota e rigonfia soltanto di miti hollywoodiani come Arnold ‟the Governator” Schwarzenegger, avranno il coraggio suicida di opporsi, come fece Mario Cuomo a New York, finendo poi sconfitto.
L´ingranaggio della reciproca manipolazione emotiva, tra politici che, come Bush o Clinton, eccitano la giusta collera della gente di fronte ai grandi delitti per sfruttarla elettoralmente e il pubblico che rimbalza su di loro la propria rabbia, costruisce un congegno di morte speculare e implacabile. Non importa neppure che tutti, governanti e governati, sentano l´orrore di quel che fanno, che inventino sistemi di uccisione sempre più ‟umani”, come questa eutanasia legalizzata con le flebo di veleni. L´esito deve comunque essere la soppressione fisica del demonio, del ‟maligno”, incarnato dal condannato, come nella Salem dei Puritani e delle povere streghe impiccate per esorcizzare Satana.
Ma più si tenta di ammorbidire la forma, più dura e chiara diviene la sostanza, anche senza gli atroci farfugliamenti di secondini costretti a trasformarsi in infermieri a San Quintino. L´avvocato e scrittore Scott Thurow, che partecipò ai lavori di una speciale commissione a Chicago per studiare riforme all´applicazione della capitale, concluse in un saggio che la pena di morte non può essere né migliorata né applicata in maniera più giusta, perché essa è il prodotto perfetto di un sistema giudiziario imperfetto e dunque va abolita. Accorciare i tempi dell´esecuzione accrescerebbe in maniera esponenziale gli errori giudiziari, dimostrati da quei 122 condannati a morte liberati in questi anni, su 3.000 in attesa, perché innocenti.
Concedere più spazio per appelli e ricorsi, al contrario, porta al mostruoso paradosso di ‟Tookie” Williams, un uomo che è stato condannato due volte. Prima a 24 anni di carcere, praticamente un ergastolo, e poi all´esecuzione.
Naturalmente, la chiave della democrazia diretta non ci aiuta a capire perché due terzi degli americani, e la grande maggioranza di coloro che si proclamano devotissimi cristiani, come George Bush, continuino a credere nel supplizio, né ci spiega perché ‟the Governator” abbia giustificato il rifiuto di grazia con il mancato pentimento del plurinominato al Nobel per la Pace. È ovvio che un condannato che si consideri innocente non possa mai chiedere né perdono alle vittime né pietà al sovrano, senza così negare proprio ciò che afferma, l´innocenza e quindi autorizzare la propria esecuzione. ‟Tookie” era intrappolato in una contraddizione micidiale.
Resta soltanto una sola constatazione fattuale che il cronista depresso da troppi anni e troppi spettacoli grandguignoleschi possa offrire. Il ritmo delle esecuzioni è diminuito, marcatamente da quando George Bush ha lasciato il Texas nel 2001 per Washington. Il numero di condanne capitali è sceso, ora che giurie hanno l´alternativa del carcere a vita senza sconti. Un politico di grandi ambizioni, Tim Kaine, ha vinto le elezioni in Virginia, stato di molte esecuzioni, proclamandosi apertamente contro la forca. E i ‟morti che camminano” sono diminuiti. È lecito dunque sperare che, come nel caso di Scott Thurow, la natura migliore di questa nazione, il suo vantato ‟pragmatismo”, si scuota dall´incantesimo del taglione. E riscopra che la forca, prima di essere una barbarie indegna di una nazione civile, è una abominevole inutilità.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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