Michele Serra: Diritti. La nuova sfida di madri e figlie

Quando un corteo è quasi silenzioso, scandito solo a tratti da pochi slogan, e produce il rumore insolito di una conversazione lunga cinque o sei chilometri, vuol dire che è un corteo di persone. In testa, a guidarlo verso la piazza, signore e ragazze dal volto ignoto ai fotoreporter. La testa di Dario Fo che spunta duecento metri più indietro è la sola icona riconoscibile a colpo d’occhio. Pochissimi striscioni, pochi cartelli, appena qualche traccia dei vecchi segni del femminismo storico. Parecchi uomini, diciamo circa un terzo dei presenti, e il resto è il più normale, il meno distinguibile dei repertori femminili: impiegate, casalinghe, studentesse, madri di famiglia, madri e figlie, qualche sciura milanese appena più in tiro. Prevalenza di donne adulte, minoranza, però ben percepibile, di ragazze e ragazzine. E ai margini del corteo, a confermarne la natura varia e comune, una zona d’ombra nella quale è complicato distinguere chi sta facendo lo shopping del sabato e chi manifestando. Gente, insomma. Che si auto-rassicura contandosi, squadrandosi, scoprendo accanto alla prevedibile presenza dell’amica ex militante anche la vicina di casa o la collega d’ufficio. Clima di autodifesa civile, di con-cittadinanza che ha sentito l’urgenza di riconvocarsi (tutto è partito, due mesi fa, da una singola mail messa in rete da una singola italiana preoccupata dall’aria che tira). E su tutto, nelle chiacchiere, nei saluti, l’incredula amarezza di dover ridiscutere ciò che pareva già discusso e già stabilito, e con quanta fatica, e a che prezzo. ‟Mi sembra di sfilare contro le risoluzioni del Congresso di Vienna”, sento dire tra l’ilare e il desolato. Sottolineando con un paradosso lo spaesamento storico che provocano, sempre, i periodi di restaurazione (e questo lo è, eccome se lo è). Per gli appassionati del costume socio-politico, poche soddisfazioni: nel senso che un prevalente anonimato, una evidente normalità, impediscono avventurose classificazioni di ciò che è vetero, ciò che è vintage, ciò che è inedito. "Io sono mia", per esempio, non è più una citazione nostalgica: la cronaca politica recente ha ampiamente provveduto a ridare un senso perfino post-politico a quella che fu una rivendicazione rivoluzionaria, e oggi è la difesa di un diritto della persona, niente più e niente meno. Pochissime rievocazioni di streghe e di sabba, di spauracchi sessisti, perché sono passati molti, troppi anni, e la scapigliatura di allora oggi è famiglie, figli, vita vissuta: e questo rende molto più bassi i toni, ma molto più densi e consapevoli l’allarme e l’ira delle donne adulte, reduci da un bel niente se non dalla fatica di scegliere, di partorire, sposarsi, separarsi, amare, non amare, decidere. E’questo, se possibile, il nerbo psicologico della grande manifestazione che riempie il centro di Milano: doversi risentire, da adulte, da vissute, da madri, da non madri, di nuovo sotto schiaffo, amministrate e giudicate da altro che non sia la propria infinita fatica di scegliere. Vedere, sentire che il terreno attorno alla 194, la storica legge che finalmente alleggerì il dolore dell’aborto almeno dal peso del reato, è lentamente eroso, mese dopo mese, vescovo dopo vescovo, e nuovamente c’è chi taccia di assassinio, e addirittura di genocidio, le donne che tutti ci generano e ci allevano con fatica e sacrificio. E che non fanno le guerre, per altro, che ammazzano i bambini (a milioni) senza che nessuno stratega si sia mai domandato se i bambini hanno un’anima, e sono dunque perlomeno equiparabili agli embrioni... Alcune tra le migliori signore del teatro italiano (Maddalena Crippa, Ottavia Piccolo, Anna Bonaiuto, Lella Costa in collegamento da Roma) hanno letto, in piazza, cose tutte riconducibili a un rivendicato, potente legame con la vita, molto poco retoriche se dette di fronte a una marea di altre donne: si stava parlando non solo a loro, ma proprio di loro. La parola vita è echeggiata spesso dagli altoparlanti, e volutamente, contro l’abnorme accusa di cinica, egocentrica sterilità che è sottesa in molte delle polemiche degli antiabortisti. Una ragazza brasiliana immigrata, con felice scelta polemica, ha definito "abortiva" una società che restringe i diritti, non promuove il lavoro e i servizi sociali, leva speranza e prospettive alle persone giovani. Parrebbe un’ovvietà, ma evidentemente non lo è più, dire che qualunque politica di natalità dovrebbe generare più welfare, più diritti, più rispetto per le donne, non certo la minacciata e intimidatoria presenza, nei consultori pubblici, di predicatori antiabortisti. Credere di avere liberato il proprio corpo (cioè: se stesse) da una cappa di controllo sociale, di ricatto etico, di paura maschile, e accorgersi che molta di quella precettistica è invece ancora viva e aggressiva, che la partita dell’autodeterminazione è ancora aperta. E dirlo prima che sia troppo tardi, accorgersene finché si è ancora in tempo: per questo sono tornate in piazza in tantissime, e raramente una manifestazione ha avuto una lettura così semplice, così chiara, così diretta.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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