Michele Serra: Quella fine triste lungo il fiume

La balena del Tamigi non ce l’ha fatta. La piccola "ola" morale che le ha fatto sponda da mezzo mondo non è bastata a restituirle il mare, smarrito per uno di quei guasti d’orientamento che colgono i cetacei, mandandoli ad arenarsi sotto lo sguardo ugualmente smarrito degli umani. Sono naufragi che impressionano, li si studia come segno del complessivo dissesto del pianeta, non si sa bene se avvengano per colpa del fracasso ingombrante che gli uomini riescono a produrre anche negli abissi (motori, sonar, marchingegni vari) o per l’inquinamento o per una malattia. Comunque sia, fanno disordine, e dispiacciono. Questa balena, poi, era riuscita a conquistarsi audience, suo malgrado, infilando diritto uno dei fiumi più famosi del mondo, e risalendolo fino al Parlamento di Londra, in un viaggio dimostrativo il cui senso non è chiaro a noi e probabilmente nemmeno all’animale. Il suo transito goffo sotto i ponti, e attraverso le secche, ha mandato in visibilio mezza Londra, richiamando lungo le rive una folla partecipe e silenziosa, vista nei telegiornali mentre osserva e si allarma, incerta se essere felice per l’apparizione semi-magica del piccolo leviatano a pochi metri dai taxi e dalle case, oppure se spaventarsi per quella sagoma incongrua, nera, sofferente, che inarca il grosso corpo in cerca delle profondità perdute. Fellini, nella Dolce vita, affidò alla sequenza finale di uno spiaggiamento (di un mostro marino, dalla fisionomia impercepibile) il sentimento di morte e di disordine che incombe, nel film, sul destino degli umani. Ostinatamente alla ricerca di un happy end, abbiamo, in tanti, seguito la storia della balena di Londra sperando che riuscisse a invertire la rotta e tornare nei suoi posti consueti, a nuotare con i suoi simili. Così è un piccolo lutto quello che conclude la storia. Infinitesimo, è ovvio, di fronte al resto dei nostri palinsesti, che grondano di tragedie e di guerre. Ma non ci dobbiamo vergognare di questo dispiacere, la balena (con la tigre, l’orso, l’aquila, il serpente) è uno di quegli animali archetipici che abitano dalla notte dei tempi i nostri pensieri e i nostri sogni, i nostri libri, i nostri miti. Per dirci qualcosa. Questo qualcosa vale ed è forte, perfino più forte delle melensaggini animaliste che hanno reso i cetacei molto di moda. Questo qualcosa è probabilmente un diretto rimando all’armonia perduta (e se mai esistita, ancora più perduta), all’ordine superiore della natura. I londinesi assiepati al varco di quel passaggio hanno assistito all’indecifrabile cerimonia chiedendosi, insieme a noi, perché mai anche le balene devono morire, e perché lo fanno sempre più spesso in mano nostra, avvolte in teli gialli, sospinte e accarezzate inutilmente.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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