Vittorio Zucconi: Così la scienza ha assolto quei cannibali del West

Anche la conquista del West, come l’Inferno dantesco, aveva i suoi conti della Gherardesca, aveva l’Ugolino affamato che divorò i figli per sopravvivere al naufragio dei suoi carri nelle nevi delle montagne Rocciose: era la famiglia di George Donner, il pioniere cannibale. Per 160 anni, questo film noir della carovana dei cannibali che nell’inverno del 1845 sopravvisse all’assedio della neve per 6 mesi mangiando i parenti e i compagni era cresciuto sulla faccia oscura di un’epopea della Frontiera edulcorata dal cinema, dalla politica e dalle retorica. Ma ora si è spento. Forse.
In questo mese di gennaio archeologi, biologi, genetisti delle Università della Utah e dell’Oregon, dopo tre anni di lavoro, di scavi e di analisi, hanno concluso che ‟non ci sono prove per dimostrare che i Donner abbiano mai cucinato e consumato i propri morti”. Riabilitati, ripuliti, restituiti alla verità e all’onore. Ma, un momento: il team di ricercatori non ha dimostrato che "non" abbiano mai mangiato sé stessi, perché dimostrare un negativo è impossibile. E questo basterà per tenere vivo il mito La storia della "carovana dei cannibali" esplose sui giornali americani della metà Ottocento, insieme con i racconti pagati un tanto a riga dagli editori dei quotidiani delle grande città, della atrocità commesse dai "selvaggi", tra scalpi, teste mozzate, rituali satanici, stupri e stragi di innocenti, quando i resti miserabili, emaciati e amputati degli arti congelati raggiunsero la città di Sacramento, allora Fort Sutter, nella primavera del 1846. I mozziconi di testimonianze dei pochi sopravvissuto e la improbabilità della loro salvezza, bastarono per pagare centinaia di corrispondenze sui quotidiani delle due coste.
I Donner erano partiti in 86 dall’Illinois, risucchiati dal piano inclinato verso il West lubrificato dalla voglia di terra e dalle prime voci di vene d’oro in California. Con loro c’erano quindici famiglie, 5 bambini e 16 uomini soli, avviati lungo quel sentiero dell’Oregon che li avrebbe portati, dopo quattromila e cinquecento chilometri, oltre le praterie, la barriera continentale della Rocciose, in discesa verso il Pacifico e la prosperità. Ma impiegarono sei mesi, per arrivare, in autunno, ai piedi dei monti e anziché fermarsi e svernare, decisero, con voto all’unanimità degli adulti, di tentare una nuova scorciatoia tra le valli per battere l’inverno e approdare prima delle grandi nevi a Ovest, sull’altro versante di una Sierra che i primi esploratori spagnoli avevano, non per caso, battezzato "Sierra Nevada".
La neve, puntuale ma enorme in quantità anche per quelle montagne nel memorabile "inverno del 1845", arrivò a fine ottobre e li intrappolò lungo la sciagurata scorciatoria, sulle rive di un laghetto alpino, il Truckee Lake, circondati da muraglie bianche senza uscita per loro, né per i cavalli e i buoi. Era novembre e di loro, fino all’aprile del 1846, per 6 mesi, nessuno seppe più nulla. I soccorritori non riuscirono a raggiungerli, fino al disgelo in quota. I Donner e il loro clan erano contadini di pianura, braccianti, manovali, non cacciatori o trappolatori e quando in primavera gli esploratori arrivarono al loro desolante campo di tende e capanne di fortuna, trovarono i 45 superstiti circondati da resti di ossa spolpate, bollite, e quasi nessuna traccia dei 41 morti. Anche il patriarca, George Donner, era scomparso.
Per la fantasia dei reporter c’era materiale più che abbondante per sospettare che anche loro, come altri pionieri intrappolati dall’inverno, e come le leggende raccontavano abitualmente a proposito degli "Indiani selvaggi e pagani" per disumanizzarli e alleviare la coscienza di chi li sterminava, avessero campato come più di un secolo più tardi avrebbero fatto gli studenti uruguayani precipitati nelle Ande nel 1972, lasciando che ‟più che il dolore” potesse il digiuno. ‟Cannibali!”, proclamarono i reportage, usando questa parola che per primo Colombo annotò per descrivere antropofagi nei suoi racconti, probabilmente storpiando il linguaggio degli indigeni Carib.
Per cento sessant’anni, i discendenti dei Donner si sarebbero battuti, creando fondazioni, finanziando ricerche, confrontando la leggenda del conto Ugolino nella Sierra, stuzzicando le università della zona, dall’Oregon, allo Utah, alla California, per cancellare il mito del loro antenato divenuto, per americani poco famigliari con Alighieri, l’Hannibal the Cannibal delle Montagne Rocciose.
E per gli ultimi tre anni, quando il luogo esatto dell’ultimo accampamento orribile accanto a Truckee Lake nella Sierra fu individuato, gli specialisti hanno scavato, esaminato, pesato, studiato al microscopio tutti i reperti.
Sono arrivati alla certezza che nessuna di quelle ossa era umana, che erano ossa di cervi, lepri, uccelli, manzi, cavalli, agli animali domestici e alla selvaggina che i Donner avevano catturato, dimostrandosi meno schiappe come cacciatori di quanto i contemporanei avessero pensato, Li avevano mangiati fino a levigarne le ossa bollite e ribollite e rese trasparenti e lucide come vetri, per strappare qualsiasi possibile elemento nutritivo. ‟Forse altri in altre zone hanno compiuto atti di cannibalismo”, ha sentenziato il Dipartimento di Archeologia dell’Università dell’Oregon, ma non qui, non i Donner.
Hanno fatto anche prove del dna, su quei resti, per determinare in maniera finale che non si tratti di macchie umane? ‟No, perché il materiale disponibile era troppo deteriorato per un esame del dna”. Ecco un ramoscello sottilissimo di dubbio al quale i cultori della "carovana dei cannibali" potranno aggrapparsi, ora che anche i cowboy gay del film obbligatorio del momento, Brokeback Mountais, sono arrivati scalpitando per calpestare un altro pezzo del mito del virile pioniere senza macchia e senza paura che John Wayne, John Houston e i produttori di Hollywood avevano impiegato due generazioni e miliardi di dollari per inventarsi e per venderci.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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