Vittorio Zucconi: La lezione americana che il Polo dimentica

Sotto l’ombrello della Costituzione americana che garantisce il diritto di portare armi, concimato da una cultura della frontiera che ha sempre incoraggiato il principio del "shoot first and ask questions later", prima spara e poi fai domande, gli Stati Uniti sono da secoli il laboratorio sociale dove si sperimenta quel diritto alla difesa individuale della proprietà, e non solo della persona, che da ieri è divenuto legge anche in Italia, grazie ai neo-pistoleros della Lega. Istintivamente popolare, e stampato negli occhi di noi che leggiamo e lamentiamo le storie atroci di poveri bottegai trucidati per una spilla, la privatizzazione della giustizia, il principio dell’autodifesa a mano armata, piace molto. Soprattutto in tempi nei quali la criminalità dilaga, lo Stato è inetto, distratto o impotente. Chiunque abbia subito un furto, sa bene che trovarsi la casa ripulita, l’auto sventrata, la borsetta alleggerita da una mano furtiva, lascia un senso di violazione personale, spesso molto più bruciante del valore stesso degli oggetti rubati, quasi una forma di stupro alla estensione di noi stessi, che sono le cose che ci appartengono. Ma la domanda alla quale ora si deve rispondere, non è se a noi piaccia questo permesso di caccia al delinquente, come è ovvio che piaccia, è sapere se e quanto il diritto a sparare per primi contro presunti intrusi senza rischiare paradossalmente il carcere, serva a scoraggiare i criminali, ad aiutare le persone oneste, a rendere più sicura la società nella quale tutti viviamo. Se la risposta deve essere cercata nel laboratorio americano, e non si vede dove altro cercarla, la risposta è, purtroppo, no, anzi, al contrario. A parte qualche rarissimo e aneddotico esempio, cercato e ingrandito con il microscopio dalla colossale lobby dei fabbricanti di armi, l’esperienza degli Stati Uniti dimostra seccamente come il diritto di sparare e di portare armi conduca a un incremento, e non a una riduzione, delle morti violente e dei feriti. Non tra i criminali, attenzione, ma tra gli onesti cittadini. Nella Florida di Jeb Bush, dove 350 mila abitanti hanno chiesto e ottenuto il permesso non soltanto di possedere, ma portare con sé pistole e revolver, il numero di crimini violenti resta dove è sempre stato, il secondo di tutti gli Stati Uniti, dietro soltanto alla South Carolina, un altro Stato dove non è infrequente vedere per strada camioncini che esibiscono il fucile nel lunotto posteriore. La curva dei delitti a mano armata è scesa rapidamente ovunque, nell’ultima generazione, e dunque anche in Florida, ma è scesa indipendentemente dal diritto di ‟shoot first” o di portare armi nella borsetta. Il tasso di criminalità è una variabile indipendente dal possesso di rivoltelle e dal diritto di usarle, ma dipende da condizioni estranee al mito del ‟Mezzogiorno di Fuoco”, generazionali, economiche, sociali, culturali. In Giappone nessuno possiede o usa armi, e il numero di persone oneste uccise per rapina o per furto è il più basso del mondo civile. Una disposizione come questa, concessa dalla maggioranza alla campagna elettorale della Lega, ha un corollario inevitabile, anche se per ora nascosto, una seconda parte che vedremo nella prossima legislatura, se questa destra tornasse al potere. Si chiama diritto di comperare e portare armi allargato, rispetto ai vincoli strettissimi di ora. Non avrebbe infatti molto senso concedere a tutti i cittadini il privilegio di sparare, se poi soltanto una ristretta categoria di commercianti o di professionisti avessero lo strumento per esercitarlo. Qui si apre il secondo e terrificante abisso che questa demagogia da western spaghetti elettorali scava per tutti noi. Non soltanto essa non serve affatto come deterrente anticrimine e può essere addirittura un formidabile incentivo perché sia il nemico, l’intruso, a ‟shoot first”, a sparare per primo, visto che sa di essere un bersaglio legittimo. In più, in molto di più, la diffusione delle armi, la rottura del tabù dell’Ok Corral, matematicamente porta a una strage di innocenti che supera di gran lunga il numero di innocenti uccisi dai malfattori. Le probabilità che il buon padre di famiglia uccida il proprio bambino o la moglie per accidente, per imperizia, per imprudenza o perché una lite violenta in famiglia anziché finire a riprovevoli sberle, finisca a micidiali revolverate è 22 volte più alta della probabilità di fermare o freddare un delinquente, secondo le statistiche dello Fbi. Guardiamo di nuovo nel vetrino americano. Nove bambini al giorno sono uccisi, in media, perché colpiti direttamente, o nel fuoco incrociato da armi, spesso maneggiate da papà, perché possedere una Colt 45 non significa trasformarsi automaticamente in Wyatt Earp o John Wayne. Sedicimila persone all’anno commettono suicidio usando una pistola, che è l’arma d’elezione dei maschi che nei momenti di depressione acuta trovano il conforto di quel metallo freddo e sbrigativo contro la tempia. Senza neppure tenere conto dei casi celebri di malcapitati confusi per rapinatori o di amici fulminati per errore come accade anni addietro al calciatore Re Cecconi, che organizzò una rapina per scherzo a un amico gioielliere. Rendere più facile, addirittura incoraggiare di fatto, il possesso e l’uso di armi garantisce, se i secoli di storia Usa e i 300 milioni di americani sono una ‟database” credibile come sono, un aumento delle vittime innocenti e solo trascurabili effetti positivi sulla criminalità, dunque l’opposto di quello che la demagogia elettorale delle ‟persone per bene” indifese contro i delinquenti vuol fare credere. Ed è sbalorditivo che sia proprio la destra, o ciò che in Italia passa per destra, ad avere dimenticato la lezione di un loro idolo, quello sceriffo di New York Rudi Giuliani, che ridusse la violenza nella sua città con la sola formula efficace: molti più soldi per addestrare e mandare in strada migliaia di agenti in più. Quello è il solo strumento di dissuasione che non uccide coloro che lo brandiscono. Non questa apertura della caccia al criminale, questa privatizzazione della giustizia alla Charles Bronson, che abbatterà, tragicamente, molti più cacciatori che selvaggina.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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