Vittorio Zucconi: Lobby. Quando la democrazia è in ostaggio

Depresso dalla atmosfera della Casa Bianca perseguitata dallo spettro di Abramo Lincoln in quel 1869, il presidente Ulysses Grant spostava la sua passione per i sigari e il whisky al vicino Hotel Willard, nel cuore di Washington. Lì, nell’atrio, il vincitore della Guerra Civile eletto capo dello stato, sprofondava nel cuoio screpolato e teneva corte. Una lunga fila di "clientes" e postulanti, attendeva l’occasione per sussurrargli una richiesta, domandare o offrire un favore, raccomandare un progetto o una persona. E se lo spettacolo del "sovrano" che riceve questuanti non era certamente nuovo neppure nella storia della giovane repubblica nordamericana, è da quell’atrio d’albergo che furono formalizzati e consolidati quella parola e quella tecnica di influenzare e corrompere la democrazia che oggi conosciamo, e temiamo, con il nome di "lobby". Essendo appunto l’atrio degli alberghi la "lobby" in inglese, dall’italianissimo, e latinissimo, "lobia", loggia. Centocinquant’anni e centinaia di miliardi più tardi, il lavoro sotterraneo di influenza e di distorsione delle attività legislative è divenuta un’industria rigogliosa, una foresta amazzonica di liane, sottoboschi, muschio che nessuna riforma riesce più a sradicare e che ormai si diffonde da Bruxelles, dove il lobbismo cresce attorno alla Commissione della Ue, a Pechino, dove si segnala lo sviluppo della stessa malapianta, attratta dal sole della ricchezza cinese. Una giungla che minaccia di soffocare la retorica della democrazia come "governo del popolo, dal popolo e per il popolo", mutandola nel governo cucito sulla misura di chi ha più soldi e più clienti. L’ultimo grande affaire americano, il caso del pentito superlobbista Jack Abramoff che aveva coperto i repubblicani di dollari truffati ai casinò indiani e sta facendo rabbrividire anche George Bush (100 mila dollari versati nelle sue casse) è l’ultimo atto, ma certamente non il finale, di un dramma che investe e insidia tutti i partiti, tutte le presidenze, senza eccezione di colore, ideologia o etichetta. Accomunati dalla frase di un oscuro parlamentare della California che consegnò ai posteri la prima legge del lobbismo: ‟Il danaro è il latte materno della politica”. A questa turgidissima mammella, deputati, senatori, presidenti e candidati di ogni colore, sesso e razza, si attaccano come lattonzoli famelici, per finanziare campagne elettorali i cui costi sono ormai grotteschi, dai due milioni di euro necessari per il più tranquillo seggio di deputato nella prateria ai 120 milioni di dollari spesi dal miliardario del New Jersey Corzine per divenire Governatore, fino ai siderali due miliardi di dollari spesi da Bush e Gore nel 2004 per la Casa Bianca. Su questa fame di danaro, che va soddisfatta per scoraggiare eventuali avversari e garantire la rielezione minacciando un bombardamento mediatico e organizzativo "shock and awe" in stile Bagdad, il lobbismo prospera. ‟Per ogni prurito politico, noi abbiamo il dito per grattarlo” diceva il decano dei lobbisti washingtoniani, Clark Clifford, signore indiscusso del "sentiero di Gucci", come si chiama la via centrale, la K Street che raccoglie gli uffici delle lobby più potenti e le scarpe più costose. Dalle mammelle delle lobby americane e internazionali, parlando soltanto di quelle regolarmente iscritte all’albo ufficiale dei lobbisti autorizzati, siano essi le industrie alimentari associate o i fabbricanti esteri di armi, sono sgorgati nel 2005 più di due miliardi di euro. Contributi nelle casse elettorali, ma anche sontuosi weekend nelle migliori località turistiche per inutili conferenze, partite a golf nei più celebri campi del mondo raggiunti con jet offerti dai lobbisti, missioni di studio in isole dei mari esotici, come il capogruppo repubblicano Tom De Lay, gran beneficato dal gangster Abramoff, che curava molto le minuscole ma bellissime isole Marianas. E non mancano gli episodi di diretta corruzione, come il deputato della California Duke Cunningham, sempre repubblicano, il partito della "integrità morale" come lo definì Bush, reo confesso di avere intascato 2,2 milioni di euro. Oggi associato alle carceri federali. Ma più che l’ingordigia personale, è la fame istituzionale di finanziamenti elettorali il concime che alimenta la giungla, che ha raddoppiato il numero di "lobbisti" professionali a Washington da 16 mila nel 1999 a 35 mila oggi, che ha portato 17 mila le aziende o associazioni o interessi ufficiali che "lobbano" e a 240 la folla degli ex deputati e senatori che lasciano il Congresso per trasformarsi in ben pagati strumenti di pressione sui loro ex colleghi. Il frutto sono le sciagurate "orecchie nella pagina", gli earmarks. Nei mostruosi tomi partoriti per ogni legge, che neppure chi la vota conosce davvero, il parlamentare massaggiato dai lobbisti infila piccoli emendamenti, stanziamenti mirati, per favorire gli interessi dei finanziatori. Una legge pomposa e altisonante sulla "lotta al terrorismo" può dunque contenere una pagina riservata, earmarked, a un comune, a un’azienda, a un gruppo di industrie care al cuore del deputato, che con la lotta al terrorismo nulla hanno che fare. Tutti lo sanno e nessuno protesta, perché, a turno, altri metteranno le proprie orecchie alla pagine di altre leggi formalmente impeccabili. Nel 1996 queste paginette speciali furono 958. Nell’anno fiscale 2005, sono state, grazie al completo dominio sulle due camere di un solo partito, il repubblicano, 14 mila, per un costo totale di circa 30 miliardi di euro trasferiti dalle tasche dei contribuenti a quelle degli interessi rappresentati dai lobbisti del "sentiero di Gucci", la "K Street". Non sempre, e non tutte le "logge" sono naturalmente espressione di interessi commerciali o industriali, comunque legittimi, né i loro metodi sono sinistri come quelli di Jack Abramoff, in attesa di un processo che sta sconvolgendo i suoi beneficati repubblicani (il tesoriere di Bush ha restituito 6 mila di quei 100 mila dollari arrivati da lui) perchéè Abramoff è divenuto collaboratore di giustizia. Opera di "lobbying" fanno associazioni senza fine di lucro, animalisti o rappresentanti di senza tetto, ambientalisti o difensori dei diritti dei pazienti, ma la competizione con i 30 miliardi di latte versato a fine di lucro è ovviamente impari. Periodicamente, e soprattutto in anni elettorali come questo, nel quale molti parlamentari sorpresi con le dita nel secchio della panna tremano, si annunciano riforme, leggi, si tengono "auto da fé" pubblici e dimissioni sensazionali, come quella del deputato DeLay, che questo sistema aveva perfezionato con l’aiuto dell’amico Abramoff per garantire la maggioranza perpetua dei suoi repubblicani. E leggi passeranno, o saranno promesseso, firmate da entrambi i partiti, per coprirsi le spalle e perché ormai la stima del pubblico per il Parlamento è persino più bassa della popolarità di Bush. Qualche buco troppo osceno, come quello che permetteva ai candidati di intascare personalmente i fondi elettorali rimasti dopo la campagna, è già stato chiuso in passato. Ma i padri e le madri della patria lasceranno sempre, in quelle leggi, una porticina socchiusa sul retro, uno spiraglio dal quale potranno sgattaiolare fuori per abbeverarsi alle mammella della mafia lobbistica. Perché nessuno hai mai risolto, né vuole risolvere, la madre di tutti i problemi: chi e come si pagano i costi della politica?
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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