Michele Serra: L’invasione dei tele-politici

Con poche (e preziose) diserzioni, la presenza dei politici italiani in televisione sta diventando più che eccessiva, e decisamente parossistica: un esercito di occupazione, né più né meno. Dalle fasce serali, già presidiate da tempo, i leader e i loro luogotenenti sono partiti alla conquista dell’intero arco orario, come una popolazione in sovrannumero costretta a colonizzare nuove terre. Si vedono onorevoli antelucani, già inceronati e incravattati quando noi ancora dobbiamo lavarci i denti, e il video è il primo incerto lume della casa. Onorevoli mattutini che discettano di sistemi elettorali di fronte a una sparuta audience di casalinghe e vecchi, in tristi trasmissioni dove accanto alle poltrone degli ospiti si soffrigge e si mondano le verdure. Onorevoli post-prandiali che rilanciano il welfare mentre il pubblico risciacqua distrattamente i piatti, e onorevoli del meriggio che inframmezzano, con numeri di oratoria varia, i servizi sul nuovo fidanzato di Romina Power. E naturalmente onorevoli notturni, per terze e quarte serate, malamente stipati, come rimasugli di giornata, tra le orde satellitari del porno e delle fattucchiere del lotto: e lo zapping di quelle ore è un mirabolante collage di culi e facce, gemiti e dichiarazioni programmatiche. Se la prima, logica reazione è di sbigottito fastidio, composta dal rosario di "ancora lui!" e "non se ne può più" che echeggia in milioni di case, la seconda è di logica preoccupazione. Specie chi, della politica e dei politici, ha una concezione rispettosa, e li considera dunque, se non un bene pubblico, almeno un male necessario, comincia a domandarsi se questa ossessione televisiva della nostra classe dirigente non abbia un segno mutageno, e pernicioso: se i politici sono diventati, di fatto, personaggi televisivi, front-men delle post-ideologie, uomini-sandwich che sfilano ininterrottamente lungo i boulevard e i vicoli del palinsesto, chi si occupa, nel frattempo, della politica? Chi rimane a bottega, a rifare i conti, a stilare programmi, a leggere documenti e a rispondere al telefono, se gli stati maggiori al completo sono in uno studio televisivo? Chi governa, se è al governo, e chi studia le contromosse, se è all’opposizione? Si sappia questo: che partecipare a un programma televisivo significa mettersi in viaggio, spendere almeno due orette tra sala trucco e convenevoli con il conduttore e gli autori, andare in onda, salutare cordialmente durante lo strucco, rimettersi in viaggio per tornare a casa, oppure per raggiungere un ulteriore studio televisivo. è un lavoro di mezza giornata almeno, spesso una giornata intera. Ed è un altro lavoro, almeno rispetto a quell’idea della politica che ancora la rende interessante e utile. Quel cimento intellettuale che comporta studio (leggere almeno qualche libro) informazione (partecipare a convegni, spulciare documentazione, confrontarsi con i collaboratori), quella capacità di individuare o almeno indovinare argomenti, proposte, parole d’ordine che introducano qualche novità in un dibattito che altrimenti è solo una rissa stantia, la replica ininterrotta di vecchi litigi, rancori inaciditi, rivalità bacucche che sono, per il pubblico, uno spettacolo ormai muffito. Perché questo, poi, è il punto: per rinnovare il repertorio - e questo lo sa bene ogni artista - sono le assenze che contano. è il ritirarsi, almeno a tratti, per riflettere e aggiornarsi, è conoscere persone, ascoltare consigli. è viaggiare e documentarsi, uscire dal tinello soffocante del quotidiano, e quando si ritorna sulla scena, farlo sapendo di avere qualcosa di nuovo da raccontare. I leader politici, non troppi anni fa, erano tutti o quasi degli intellettuali. Avevano l’autorevolezza, magari anche solo simulata, di chi consacra il proprio tempo all’elaborazione delle idee. Quando apparivano in televisione i Berlinguer, gli Almirante, i Moro, i Malagodi, si percepiva la solennità di parole che scaturivano dall’autorevole silenzio del potere, non il presente, petulante cicaleccio così ordinario, così comune, che circola dai cachinni del Bagaglino alle due chiacchiere di Unomattina, dall’appiccicoso incontro, a pacche sulle spalle, tra satirici e satirizzati, allo sbraitare astioso di dibattiti inudibili (spaventoso quello dell’altra sera dalla La Rosa sull’eutanasia), nei quali nessuno ascolta nessuno e tutti interrompono tutti, come guitti in disgrazia ansiosi di rubarsi la scena anche se hanno dimenticato la parte. Orrendo. E la cosa più incredibile è che questa sovraesposizione masochista, questo moltiplicarsi delle stesse facce che le rende tutte uggiose come i doppioni delle figurine, sarebbe poi il frutto di una presunta "cultura dell’immagine", con tanto di esperti in libro paga. Pochissimi dei quali, evidentemente, hanno il coraggio o la destrezza di afferrare per la manica il leader di loro competenza, e dirgli "onorevole, dia retta: non ci vada. Si faccia desiderare. Meglio ancora: si faccia rispettare, perché a furia di confondersi con la folla, va a finire che nessuno la prende più sul serio". Al contrario, e lo dico per conoscenza diretta, c’è una frotta di portaborse e consiglieri zelanti che bussa alla porta di ogni studio televisivo, spesso maleducatamente, recando l’auto-invito dei loro capi. Dove non arriva l’intelligenza, basterebbe la cortesia per capire che a casa d’altri non ci si invita, si aspetta di essere invitati. Ed essendo la televisione, per definizione, la casa di tutti, la regola dovrebbe valere anche di più, perché il disturbo e l’intrusione sono direttamente proporzionali al numero degli italiani che vengono disturbati.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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