Vittorio Zucconi: Enron, l’America si processa

Lo adoravano tutti, fino al 2001. Lo detestano tutti, nel 2006. I politicanti ben oliati, gli azionisti, gli agenti di Borsa, i texani, i Clinton e il clan del Bush lo corteggiavano, ma nessuno lo venerava come gli 11 mila dipendenti della Enron quando vedevano lui, il padre e presidente, Ken Lay, "Kenny Boy" per l’amico George W, ignorare l’ascensore privato per il 50esimo piano e mischiarsi con i peones nelle lente ascese piano per piano.
Era facile voler bene a un uomo che li stava rendendo tutti milionari, almeno quanto è difficile trovare ora, cinque anni dopo soltanto, in tutta Houston, dodici giurati popolari che non abbiano già deciso in cuor loro di spalancargli le porte del carcere e chiuderlo dentro per i 175 anni, quasi due secoli, chiesti dalla pubblica accusa, ‟nel nome del popolo americano” buggerato da una bancarotta di 65 miliardi di dollari.
Poiché il XXI secolo è ancora tanto giovane, è lecito dire che questo che si apre oggi a Houston contro Ken Lay, presidente della Enron e il suo cervello finanziario, Jeff Skilling, è il processo del secolo a un altro secolo. Non ci sono cadaveri, né sangue né mamme lacrimevoli. Ma ci sono vittime a migliaia, vite devastate come quelle degli 11 mila dipendenti che si sono ritrovati d’un colpo senza lavoro, senza assicurazione malattie, senza pensione. Vittime, con le proprie famiglie, di un crimine incruento e micidiale che si chiama semplicemente "falso in bilancio". E che nell’America del capitalismo reale ancora si punisce duro.
La montagna di imputazioni che i ‟prosecutors”, armati delle nuove leggi che hanno inasprito fino a 25 anni la reclusione anche per il semplice ‟falso in bilancio”, è troppo lunga per un articolo di giornale. Comprende ogni possibile crimine finanziario, undici per l’esattezza, dal falso all’insider trading all’evasione fiscale e se i 175 anni possibili sono un cumulo simbolico, la certezza è che se il sessantaquattrenne ‟Kenny Boy”, nominato ‟pioniere di Bush” per avere offerto almeno 100 mila dollari in contributi elettorali, sarà condannato, non uscirà mai più a rivedere le stelle. In lui, il pubblico, l’elettorato e di conseguenza la politica sempre ansiosa di difendere l’apparenza della trasparenza e della responsabilità, soprattutto negli altri, hanno riassunto tutta l’angoscia e lo stupore del crollo di Borsa che precedette di molto l’11 settembre.
Ancora più che un processo per questo secolo, il ‟caso Enron” è dunque un processo al secolo scorso, a quell’ultima decade 90 che persino il governatore della Fed, Greenspan, si illuse fosse una New Economy. Ma non c’era niente di ‟new” nella resistibile ascesa di questo ragazzo del Missouri, figlio di un pastore battista poverissimo che celebrava il Thanksgiving con fette di ‟bologna” fredda non avendo i soldi per il tacchino e cominciò la sua carriera vendendo trattori. Povero, ma studioso. Lo studio lo portò all’Università di Houston, dove trovò l’occasione di vivere in quella eterna ‟boomtown” in bilico sull’oceano di petrolio del Bacino Permiano che lo avrebbe portato, nel 2000, a una retribuzione annua di 42,9 milioni di dollari, più azioni.
Lay, aiutato dal genio della finanza creativa e ora coimputato Skilling e dagli altri dirigenti fra i quali ora ci sono pentiti che hanno patteggiato e denunciato, balzarono sul carro della ‟deregulation” reaganiana dell’energia, che permetteva a chiunque di comperare e vendere elettricità, gas, petrolio prodotti da altri e lucrare rivendendoli alla distribuzione. Per tenere il carro in corsa, di suo Lay aggiunse il lubrificante elettorale.
Strozzava i clienti finali, cucinava i libri, ungeva i politici. Vecchissima economia. Pagava un po’ tutti e anche Clinton lo protesse. In Texas si alzò l’astro del giovane Bush e la Enron orientò la bussola su di lui. Le elemosine a ‟W” ammontano a un milione e mezzo di dollari, contro i 490 mila versati ai democratici, come assicurazione.
Ma quando neppure la sordida e ben remunerata complicità dei revisori dei conti o l’appoggio dei petrolieri Bush e Cheney arrivati alla Casa Bianca, bastarono per tenere gonfia la bolla, Lay e i suoi ‟ragazzi brillanti” come si facevano chiamare, trasformarono la finanza disinvolta in truffa aperta e in reati. Mentre il titolo precipitava dal top di 80 dollari a 12, Kenny Boy e i suoi cominciarono a scaricare titoli segretamente, da ‟insider” Di nascosto, sparecchiavano quanto restava facendo scivolare ancora il titolo a 9, poi 7 dollari, incassando in un mese 300 milioni di dollari ciascuno. In pubblico predicavano agli 11 mila dipendenti che avevano tutti i propri fondi pensione bloccati nelle azioni Enron e reggevano il teatrino dei bilanci, di non vendere.
Un miliardo di dollari, l’intero ‟tesoro” pensionistico degli impiegati si volatilizzò. Gente come Charles Prestwood, direttore del personale, che a 60 anni si preparava a incassare il milione di dollari accumulato contribuendo al fondo pensione aziendale, si trovò con un pugno di mosche. Dale Roberts, trentenne con due figli piccoli e moglie a carico, dovette portare la famiglia a mangiare in una chiesa, dove ora lo ospitano, in cambio di lavoretti di manutenzione, mentre moglie e figli vivono coi nonni.
Hanno faticato, in quella Houston che ora vanta l’aria più irrespirabile di tutte le città americane, peggiore anche di Los Angeles, trovare dodici uomini e donne che fossero disposti a giudicare spassionatamente i ‟geni della truffa”, Kenny Boy e i suoi complici. Con la mefitica aria che si respira nella città dei Bush, lui sembra destinato a essere sacrificato sulla pira della credibilità di un sistema capitalistico vero che ha bisogno di espiazioni periodiche e feroci, per restare credibile. ‟Kenny Boy” passerà per la galera, perchè altri ne rimangano fuori. Ma non senza battersi, perché il figlio del pastore squattrinato ha ancora qualche risparmio. Prima ancora che il giudice battesse il primo martelletto questa mattina, ha già speso 30 milioni di dollari in avvocati.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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