Michele Serra: Il derby dei valori

Solo uno sciocco o un incosciente può illudersi che il fanatismo islamista non costituisca un pericolo gravissimo. Ma è proprio l’urgenza di organizzare una difesa, di tutelare i diritti, le libertà conquistate e anche, ahimé, l’incolumità fisica di alcuni, a rendere nevralgico il dibattito in corso.
Sere fa mi è capitato, in un movimentato talk show, si sedere al fianco di un cittadino italiano di origine libica e di fede musulmana, avendo di fronte altri due cittadini italiani sostenitori delle "radici cristiane" come solo vessillo da opporre all’Islam. Il teorema Pera, insomma, anche se alquanto volgarizzato. Ora: la stessa composizione del dibattito contraddiceva in maniera clamorosa l’idea che la contesa in corso sia tra "Occidente" e "Islam". Non solo una certa quantità di opinioni condivise, ma la stessa concittadinanza (e perfino alcune letture, come ho appreso fuori onda) mi apparentavano oggettivamente all’italiano musulmano, dal quale mi divideva solo la differente identità religiosa: lui devoto ad Allah, io non credente. Al contrario, dai due italiani a me contrapposti (e non per caso), mi separava un profondissimo contrasto politico, culturale e ideologico a proposito della natura stessa della "identità" da difendere: per loro l’Occidente Cristiano, in quanto tale benefico antagonista del barbarico Islam, per me il valore del tutto inter-religioso e inter-nazionale (ma molto, molto europeo…) della laicità e della tolleranza.
Di più: nel definire la Rivoluzione francese e l’illuminismo come mali assoluti e distorcenti la "natura cristiana" dell’Europa, uno dei miei due antagonisti, la signora Rosa Alberoni, mi collocava automaticamente, e inevitabilmente, in campo avverso. Io considero le libertà minacciate dal fondamentalismo islamista come prodotto prevalente della rivoluzione borghese e laica, del pensiero liberale (anche cattolico, ovviamente) e, non da ultimo, delle conquiste socialiste e sindacali. Lei, al contrario, nel suo libro para-fallaciano squalifica la gran parte di questi miei presupposti come "veleni" che hanno indebolito e infine minato la natura stessa dell’Occidente cristiano. Io sarei, dunque, il "nemico interno".
Quanto all’altro mio interlocutore, orgoglioso rappresentante dell’identità "padana" (cioè di un’identità che, in quanto italiano del Nord, non riconoscerei mia neanche se mi dessero un vitalizio miliardario), ho definitivamente perduto ogni residua illusione di potermi in qualche modo rapportare ai suoi schemi etici quando ha sottolineato, con un sorriso soddisfatto, che i massacri tra sunniti e sciiti sono "cose loro", e loro significa non nostre, dipendenti dalla ferinità di popoli civilmente minorati, non certo da un assetto mondiale e bellico che pure coinvolge, eccome, il famoso Occidente… Significativamente, nel dibattito non così era stata affrontata la questione dei massacri interreligiosi in Nigeria: perché lì erano coinvolti anche nigeriani di fede cristiana, e in quanto tali meritevoli di essere ammessi tra i "nostri" e non tra i "loro". I massacri, dunque, si dividono tra quelli utilmente spendibili nel derby tra paladini e saracini, e quelli che invece, essendo extra-cristiani, sono "affari loro".
Se mi sono dilungato nel riassuntino (spero non troppo schematico) di quella serata, è semplicemente perché non saprei come descrivere meglio l’incongruenza, l’improponibilità dei concetti di "noi" e "loro" così come vengono spesi con sempre più minacciosa frequenza. Tra un cattolico neo-crociato e un cattolico che si occupa del dialogo interreligioso (per dire: tra Rosa Alberoni e Enzo Bianchi) corre un solco (politico, psicologico, culturale, storico, comportamentale) così profondo che la fede condivisa non basta a colmare. E tra un europeo che si emoziona quando sente la Marsigliese e uno che la considera un nefasto inno anticristiano, corre invece una differenza almeno pari a quella che separa un musulmano pacifico da un fanatico jihadista.
Per dirla anche più rudemente: in caso di tumulti o guai seri, per capire che cosa si può fare per rimediare, per calmare le acque, per ricondurre alla ragione, mi rivolgerei istintivamente all’italiano musulmano che mi affiancava l’altra sera, piuttosto che a un animoso sostenitore dello scontro tra civiltà. E questo non per pregiudizio, ma al contrario per puro pragmatismo: perché il solo "campo" immediatamente riconoscibile mi pare quello dei rispettosi delle leggi dello Stato, dei con-cittadini che si riconoscono e si rispettano in quanto tali e non in quanto frequentatori di questa o quella Chiesa, di questa o quella moschea, o anche di nessun tempio. Ecco, questo è un "noi" e un "loro" che mi pare più percepibile e applicabile, i portatori di identità compatibili con le altre da un lato, gli sbandieratori di identità assolute e incoercibili da quell’altro.
Mi rendo conto che questo assunto odora di quell’eccesso di disponibilità, e di quel difetto di "virilità", che i neo-crociati rinfacciano, uno giorno sì e l’altro pure, a noi "relativisti etici". E mi rendo conto, al tempo stesso, che è certamente più probabile incontrare dei tolleranti nella nostra società secolarizzata e laica piuttosto che nel mondo islamico, ancora alle prese con una faticosissima (e cruenta) distinzione tra identità religiosa e diritti individuali. Ma poiché è perfettamente vero che viviamo un’emergenza, e forse una lunghissima emergenza, è importante che ciascuno cominci ad attrezzarsi fin da ora come può e come sa. Non mentendo a se stesso e agli altri. Difendere me stesso e i miei "valori" (parola che oramai deborda, e che forse andrebbe meglio definita e meglio spesa) per me, cittadino europeo, significa tenere a bada me stesso, i miei figli, la mia comunità dalle scorciatoie identitarie, specie quelle goffamente confessionali, specie le identità-clava da brandire con puerile narcisismo. Spesso coincidono con le identità da t-shirt, mentre la pelle, sotto, rimane esposta alle ferite della storia: i più disarmati, adesso che il conflitto si gioca soprattutto sulla conoscenza dell’altro, e sulla complicata ridefinizione di noi stessi, sono proprio quelli che strillano per nascondere la paura.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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