Vittorio Zucconi: Le conigliette di Playboy celebrano nonno Hefner

La vecchiaia del voyeur divenuto il messia del sesso in carta patinata, si celebra e si consuma in una sorta di lussuosa e lussuriosa Treccani di seni, sederi, coscie, pancini e dintorni, sempre rigorosamente femminili, che a mezzo secolo dalla prima copia di Playboy uscita nel 1953 e a ottant’anni di età raccontano la storia delle fantasie maschili che un tempo scandalizzarono il mondo e oggi non turberebbero il produttore di un qualsiasi varietà italiano. Hugh Hefner compie in questi giorni di aprile gli ottant’anni, e mai avrebbe immaginato che un giorno la sua creatura sarebbe stata citata nella campagna elettorale di un leader di destra, in una nazione dalle radici giudaico cristiane, sia pure come oggetto di scambio con merendine per gli occhi. Sempre acquistato per le sue famose interviste o per le stupende vignette già raccolte in un altro volume, secondo la formula coniugale classica, Playboy e la conturbante ‟mansion” di Hefner in California popolata da polpose coniglie ignude, non fanno più scandalo né vendite. I tre milioni di copie di oggi, cifra rispettabile, sono la metà di quelle che erano vendute negli anni di gloria. Troppa, e troppo sfacciata, è la concorrenza di altri magazine più brutali, e della pornografia grandguignolesca che tracima dalle fogne di Internet, perché quelle super Barbie umane, anche con le loro mammelle simili a palloni aerostatici, possano competere. Ci sono voluti 50 anni di pubblicazioni e 80 anni di vita per colui che avrebbe ‟distrutto la gioventù americana”, nelle parole tonanti del reverendo Bill Graham, per dimostrare che lo scandalo di una generazione diviene la banalità della generazione successiva. Che la trasgressione di ieri è la normalità di oggi. La collera delle protofemministe, non a caso guidate, fra le altre, proprio da un’ex coniglietta che si esibiva con mutanda di raso nero e ciuffo di pelo bianco sul sedere, Gloria Steinem, ha lasciato il posto a una rassegnazione, o accettazione, del modello della ‟donna angelicata” secondo i desideri dei maschi. Secondo l’antico principio del ‟se non riesci a sconfiggere il nemico, unisciti a lui”, trionfano catene di intimo come ‟Victoria’s Secret” dove si vendono biancheria, pagliaccetti, briglie, costumini tivedoenontivedo che le mamme delle clienti di oggi avrebbero bruciato sulla pubblica piazza. Le figlie li indossano golosamente, avendo stabilito che non esiste alcuna contraddizione socio-politico-morale-ideologica, tra pilotare un caccia bombardiere di giorno e strizzarsi in guepieres e calze a rete la sera. Hefner, ormai un nonnino con fattezze rassicuranti da Harry Potter che passa tra le bonazze nel proprio castello con l’aria di non ricordarsi più a che cosa dovrebbero servire, ha vinto e ha perso la propria battaglia per smitizzare il sesso femminile, per depotenziare svelando. La sue 631 inarrivabili bellezze con la mercanzia al vento, ma sempre esposte in pose coquette, modestamente sporcaccioncelle, hanno incarnato una visione barocca e irrealistica delle forme femminili sognate dai maschi. Niente ero-look e ninfe anoressiche. Ma neppure porcate. Foto da studio, non da buco della serratura, come i concorrenti più sguaiati alla Larry Flint con il suo ‟Hustler” o ‟Penthouse” avrebbero fatto. Roba da studenti di licei dei preti, non da militari in libera uscita, immortalata nella formula hefneriana: ‟voglio donne con il volto di Julie Andrews e il corpo di Jane Mansfield”. Veneri da convento, vergini esibizioniste, fotografate con il filtro soft. Soltanto negli anni '50 dell’America di ‟Lucy e io”, quando la censura proibiva di mostrare letti matrimoniali per non dare idee strane, in Italia si cucivano i mutandoni per la ballerine, i chierici applicavano foglie e drappi sorretti da forze mistiche alle pudenda delle statue, questo esercito di belle ragazze smutandate poteva sembrare uno dei segni della imminente Apocalisse. Marilyn morì uccisa dalla propria intoccabile solitudine. Jane Mansfield si sgonfiò con l’afflosciarsi delle proprie virtù. Anne Nicole Smith sposò più tardi un ottuagenario ricchissimo che volle morire naufragando nel mare di quella carne che lo stava tradendo e ora è arrivata davanti alla Corte Suprema per contendere al figlio l’eredità. Ma la maggior parte di quelle regine di forme opulente ancora tradivano il sogno di prosperità di un’America uscita dalla guerra e vogliosa di ricchezze simboleggiate da loro, come dalle Cadillac e Studebaker gigantesche. Oggi si guidano macchine a motori ibridi, e loro sono, se ancora vive, nonne, casalinghe, signore indistinguibili, per acciacchi, rimpianti, battaglie perdenti contro la forza di gravità, dalle coetanee che mai sarebbero entrate nel ‟centerfold”, il pieghevole centrale che si allungava come una mappa stradale del Touring per illustrare ogni curva e ansa della strada verso il sogno. Sono diventate medici (due di loro), infermiere, avvocati (quattro), accompagnatrici e acconciatrici di cani (molte), insegnanti (venti), a conferma che intelligenza e circonferenza di busto non sono misure contraddittorie. Il tempo della trasgressione era finito da un pezzo, per Hefner, per le sue nonne conigliette, per i trafficanti di merendine con zii d’America che portavano le prime copie e convincevano i fanciulli che le donne americane erano fatte come le nostre. Forse finì nel 1976 quando, confermando la scusa del ‟compro Playboy per leggere le interviste”, un quaresimalista bacchettone e bigotto come Jimmy Carter scelse proprio ‟Playboy” per una lunga intervista e confessò che ‟ogni tanto provava desiderio per altre donne”, senza per questa tradire la sua ex parrucchiera per signore, Rosalynn. Ci rischiò la testa politica, il futuro Presidente, non soltanto per la umana confessione ma per avere scelto Playboy per farlo. Erano tutte fantasie, amori di carta, peccatucci di provincia, rapporti sessuali ‟con la persona alla quale voglio più bene al mondo, cioè me stesso” secondo la battuta di Woody Allen. Come disse l’umorista Art Buchwald, ‟guardo Playboy con lo stesso spirito con il quale guardo il National Geographic, per vedere luoghi che non visiterò mai di persona”. Questi vecchio folletto ottantenne ci porterà tutti all’Inferno di certo, ma almeno avrà dimostrato che nel viaggio non si diventa ciechi.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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