Vittorio Zucconi: Elezioni italiane. Lo zelo di Washington

‟C’è per caso un’elezione imminente in Italia?” chiese ironicamente George W. Bush a Silvio Berlusconi nello Studio Ovale la mattina del loro ultimo incontro a Washington, davanti alle domande su un possibile aiutino americano alla campagna elettorale di Forza Italia. Sì, c’è in effetti un’elezione politica alle porte in Italia e lo staff dei consiglieri presidenziali come i diplomatici del Dipartimento di Stato dovevano pur sapere che pubblicare un annuncio che mette in guardia i turisti americani dai rischi di violenza in Italia, echeggiando a stretto giro di posta la propaganda dello stesso Berlusconi, sarebbe stato letto in chiave politica ed elettorale. O almeno avrebbero dovuto saperlo, perché con questa amministrazione Bush è sempre difficile stabilire dove finiscano le scelte e dove cominci l’incompetenza. Appare molto poco credibile che Washington sia stata spinta a questo gesto che ‟non ha intento politico”, come ha tentato di spiegare il Dipartimento di Stato, ma ha già avuto un chiaro effetto politico, sia nata spontaneamente, per l’ansia di proteggere turisti e residenti americani dai centri sociali di Milano o dagli studenti di Genova. Romano Prodi ha subito sospettato che l’input, lo stimolo a diffondere questa sorta di ridicolo avviso ai naviganti ‟sia partito dall’Italia”, come ‟lo stesso Dipartimento di Stato ammette”. Ma il distillato di questa ennesima giornata di imbarazzo, smentite e di spauracchi agitati per spaventare e intimidire gli elettori italiani più che i turisti americani, è il sentimento che Washington abbia perduto un’altra occasione per non dare l’impressione di volerci guidare la mano sulla scheda di voto. O invece abbia voluto maldestramente fare proprio questo. Anche la marcia indietro fatta nel pomeriggio dalla Ambasciata americana a Roma, ma poi corretta da un’altra retro-retro marcia dalla capitale, dove lo State Department ha insistito sui ‟fatti che giustificano il nostro avvertimento”, suona ancora una volta come il tentativo di lanciare la pietra e di nascondere la mano, un’operazione ‟disingenious” come si direbbe in inglese, maliziosa e disonesta. Questa è infatti la terza volta in pochi mesi che il governo di Washington deve intervenire per chiarire, precisare, contropedalare, per aiutare il governo Berlusconi senza ammettere di aiutarlo. La prima, fu quando Silvio Berlusconi si lasciò scappare, o si inventò, una ‟preoccupazione” di Bush per la possibile vittoria di Prodi e arrivò secca la smentita dalla Casa Bianca. La seconda, il mese scorso, quando gli apprezzamenti di Bush furono letti come una investitura imperiale al candidato di Forza Italia e di nuovo la Casa Bianca dovette ripetere che ‟gli Stati Uniti non interferiscono”. E ora, la terza, con questo bizzarro avviso ai naviganti, prodotto apparentemente dagli incidenti fra polizia e dimostranti in due luoghi, corso Buenos Aires a Milano e Piazza De Ferrari a Genova, non proprio affollati di turisti americani. Tanto zelo del Dipartimento di Stato nel proteggere i viaggiatori e i residenti Usa sarebbe encomiabile, oltre che doveroso come spiegano i funzionari americani, se il ‟threat level”, cioè l’allarme, fosse davvero aumentato in Italia, come proclama Berlusconi e come qualcuno a Washington ha riecheggiato, raccogliendo l’assist propagandistico. Sarebbe doloroso ma comprensibile se, nella propria ansia tutelare, l’amministrazione Usa avesse incluso anche la Francia, dove manifestazioni e scontri ben più massicci e rischiosi di quelli di Milano e Genova sono in corso da giorni, e in pieno centro delle città, contro De Villepin. Invece tra gli avvisi e i moniti di Washington, della Francia, sfortunatamente per noi assai più frequentata dai turisti americani di quanto non siano piazza De Ferrari o corso Buenos Aires, non c’è traccia. Come non c’è menzione della Spagna, dove il terrorismo islamico ha colpito con furia e neppure Zapatero è del tutto convinto delle buone intenzioni dell’Eta basca o di Londra, dove ci si ripete con toni sinistri che nel ‟Londonistan” islamico albergano cellule maligne di fanatici pronti a colpire ancora. Dunque è impossibile non concludere che la sola vera differenza fra l’Italia, la Spagna, la Francia o il Regno Unito sia che da noi stanno per svolgersi appunto elezioni politiche che vedono a rischio non la sicurezza nazionale, ma il potere del più fedele fra i governi europei continentali, e nelle altre nazioni europee, no. E se davvero questa amministrazione americana, ammesso che la decisione di emettere il bollettino sia stata spontanea e non discretamente invocata da Roma come Prodi adombra senza dirlo, non avesse avuto intenzione di manovrare la leva della paura, avrebbe potuto ricordarsi di quello che persino Bush sa, che siamo a due settimane dal voto. Quindi ogni gesto, ogni segnale dalla capitale dell’impero d’occidente sarebbe stato letto in chiave elettorale. Se la diplomazia della più grande potenza mondiale, con legioni di specialisti, spie, informatori, studiosi non si rende conto che nulla è routine o gaffe quando cade su una campagna elettorale arroventata come la nostra, i dubbi sulla competenza, o sull’onestà, di questa amministrazione, crescono. Come cresce il sospetto che gli uomini di Bush intenda ripetere lo schema elettorale del 2000, quando periodicamente annunciavano possibili attentati dei quali, a elezioni vinte, non si trova più traccia. Quasi si rimpiange il tempo in cui almeno Washington ci concedeva l’onore e la dignità di esortazioni elettorali esplicite. Sapevamo tutti che nella partita terribile della Guerra Fredda, l’Italia era una pedina a sovranità limitata e se quegli appelli erano inutili, di fronte a un elettorato che per mezzo secolo avrebbe sempre e coerentemente scelto di stare ‟da questa parte” come disse Enrico Berlinguer, i richiami erano almeno politici e strategici. Ma queste indirette e infantili operazioni psicologiche di rimbalzo e di sponda per influenzarci azionando la leva della paura che rischia di aggravare la nostra crisi del turismo, questo buttare il nome dell’Italia nel cesto dove stanno alla rinfusa la Cecenia martoriata o le Filippine insidiate dalla doppia guerriglia, per poi negare tutto, è un segnale umiliante. è la conferma di una sconfortante mancanza di rispetto sostanziale, dietro i cerimoniali vuoti e discorsi già dimenticati.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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