Vittorio Zucconi: Il Winchester è in crisi una pistola lo salverà?

E l’ultimo a ridere fu Cavallo Pazzo. Il fucile Winchester che sterminò i suoi fratelli e le sue sorelle 140 anni or sono, muore come morirono tanti davanti alla sua canna. Gli ultimi superstiti erano rimasti in duecentocinquanta, quanti erano i soldati blu di Custer, circondati dalla concorrenza, isolati dal mercato, sforacchiati dalla globalizzazione e si sono arresi. Saranno più fortunati degli uomini di Custer, i 250 superstiti della leggendaria fabbrica che inventò il fucile a ripetizione e conquistò il West per noi uomini bianchi. Non moriranno, ma subiranno la morte civile della società industriale, il licenziamento. Domani, 31 marzo, ufficialmente la fabbrica Winchester del Connecticut, chiuderà.
Proprio come in quel film che per decenni Hollywood ha spacciato inventando un West mai esistito, così anche per questi dipendenti della Winchester in Connecticut l’ultima, sottilissima speranza è in una strana cavalleria, è nella rivale di secoli Smith & Wesson che potrebbe comperare il marchio e continuare a produrre quel fucile a ripetizione modello 1866 che le nostre generazioni di bambini politicamente scorretti sognarono di maneggiare e si fecero regalare da mamme perplesse in riproduzioni giocattolo.
I tre modelli che ancora la casa nella cittadina di Winchester dalla quale prendeva il nome, produceva, il fucile a leva, il fucile a pompa e quello automatico, non vendevano più. La concorrenza di armi automatiche e semiautomatiche come l’Uzi, la disponibilità di modelli ancora più moderni e micidiali, l’AR16 americano, l’AK 47 kalashnikov, l’aveva disfatta. Non aveva più favolosi contratti con la US Army, proprio lei che aveva armato le legioni blu nelle guerre indiane e che aveva, con il proprio emblema del ‟cow boy” con la giacca di pelle a frange lanciato al galoppo verso il radioso avvenire, gridato il nome dell’America più forte di una bandiera.
Come le prime rivoltelle a tamburo della Colt, che erano state ribattezzate ‟the Pacifier”, le pacificatrici perchè avevano portato con le brutte la legge nei mezzogiorni di fuoco dei nuovi territori dell’Ovest, così il ‟fucile a ripetizione” creato nella terra dei Puritani e degli Yankees, il New England, era stata un’invenzione micidiale e straordinaria. Dopo i pesanti schioppi spesso ancora ad avancarica che pure avevano diligentemente ma faticosamente massacrato 600mila giovani uomini nella Guerra Civile, e prima delle catene di montaggio per le stragi create nella Grande Guerra europea, la carabina modello ‘66 era stata l’arma ideale per una guerra di movimenti, di agguati e di corsa come quella per decimare gli Indiani. Sparare in sella, al galoppo, inseguiti ventre a terra, da Sioux, Cheyenne, Corvi, Piedi Neri, o inseguendo loro con i fuciloni tipo ‟Heny” usati in guerra sarebbe stato impossibile. La carabina agile e precisa, che gli stuntmen del cinema ci facevano vedere usata in sella o sotto il ventre del ‟pinto”, del cavallino in corsa, fu l’arma delle grande praterie. Ne furono prodotti 8 milioni di esemplari.
Naturalmente, gli inventori di sogni se ne appropriarono, per una volta correttamente. La brandiva John Wayne, la puntavano i ‟soldati blu” di Dustin Hoffman, la tenevano a cassetta i cocchieri del Pony Express e persino Steve McQueen se la trovò in mano. Imbracciarla, anche soltanto in un museo delle armi leggere, significava capire perchè fosse divenuta il fucile prediletto da pionieri, dragoni, generali, bracconieri e alla fine anche dagli stessi Indiani, quando riuscivano a comperarle o a rubarle dagli accampamenti delle truppe. La sua dote, che anche un profano avvertiva subito maneggiandola, era quelle che gli esperti chiamano ‟una mira naturale”, una soprannaturale abilità, oggi si direbbe ‟intelligenza” nella nostra stoltezza bellica, di mettere correttamente in linea spalla, occhio, braccia e bersaglio.
Se ebbe ragione uno storico del West, Steven Ambrose, il Winchester a ripetizione mandò prematuramente al Creatore più di duecentomila anime, tra il debutto alla metà degli anni ‘60 fino alla Grande Guerra, quando armi automatiche, mitragliatrici pesanti Gatling e mitra a tamburo detti ‟Tommygun” seppero industrializzare le guerre e soppiantare un fucile che anche un presidente americano, Theodore Roosevelt imbracciava orgoglioso nelle sue imprese a Puerto Rico.
Tanta era la confidenza nella superiorità di fuoco che sapeva ispirare, che molte follie furono commesse in suo nome, nel segno della ‟zampa di cavalla”, come era stata anche soprannominata per la forma. Tra le sue vittime ci sono quei trecento cavalleggeri di Custer che seguirono il loro biondo colonnello, ex generale nella Guerra Civile, oltre gli argini del fiume Little Big Horn nel 1876, dove li attendevano più di tre mila Sioux e Cheyenne guidati da Tatanka Yotanka, Toro Seduto, e da Tashunka Uitko, Cavallo Pazzo. Morirono tutti, prima che altri reparti, armati di troppi fucili, domassero e poi uccidessero i vincitori.
Ancora oggi, nelle piccole trincee improvvisate sulle alture attorno al fiume dove gli altri comandanti più saggi avevano trattenuto le loro truppe, sono visibilissime le tacche scavate sul bordo dai soldati per poggiare i Winchester e difendersi dall’assalto degli Indiani, dopo il massacro della colonna Custer. L’impronta di quella difesa disperata è ormai smussata e addolcita dall’erba cresciuta in 140 anni e dall’acqua che sta cancellando i segni di un’arma che ha fatto stragi di uomini, donne e bambini, e quindi ha fatto la storia umana. Quando scompariranno anche quelle tracce, del Winchester non resterà più nulla, ora che la fabbrica deve chiudere o vendersi all’avversaria che l’ha stesa, come in un filmaccio. Requiem per un fucile che ha fatto recitare troppi requiem.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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