Vittorio Zucconi: L´esodo dei neri da New York

Take the A Train, salite sulla linea A del metrò e correte subito verso la collina dello zucchero a Harlem, attaccava l´orchestra di Duke Ellington. Furono migliaia gli uomini con la pelle scura che ascoltarono lui, ed Ella Fitzgerald, e corsero a fare di Manhattan e di Harlem, del Cotton Club, del Savoy Ballroom, dell´Apollo Theatre il cuore dell´America nera e della sua cultura negli anni ´40 e ´50. Ma ora i loro figli hanno avuto abbastanza degli affitti, dei prezzi insensati della case, delle continue spallate del mercato immobiliare che li stava spingendo sempre più a nord, schiacciandoli fra la miseria e la ricchezza. Stanno lasciando la New York bianca che li voleva espellere senza osare dirlo. Risalgono sull´A Train e se ne vanno da Harlem, come prima di loro gli Ebrei dell´Est Europeo, gli Italiani, gli Ispanici e hanno cominciato la loro piccola fuga da New York. Racconta l´ultimo censimento metropolitano ufficiale, del 2004, che la Manhattan di colore sta perdendo popolazione e si deve risalire alla Guerra Civile finita nel 1865, assai prima che la metropolitana raggiungesse il fiume Harlem, quello che taglia a nord l´isola più affollata del mondo, quando erano gli emigranti dall´Europa a popolare i terreni e a cacciare via i contadini, per trovare un calo nella percentuale di afro-americani residenti a New York.
Trentamila se ne sono andati in quattro anni verso i sobborghi degli stati vicini, il Connecticut o il New Jersey, e molti sono tornati in quel Sud dal quale vennero le nonne e i nonni per sfuggire alla segregazione, alle croci infuocate del Ku Klux Klan, agli sceriffi da ‟calde notti” e per inseguire il sogno della grande urbanizzazione. Il volto di New York impallidisce, perde un pezzo della propria anima, e le cifre del piccolo grande esodo hanno suggerito a un demografo citato dal New York Times, William Frey delle Brookings Institutions, una parola pesante, ‟evacuazione”. Neppure l´esodo verso la suburbia e l´ancora più distante exurbia delle classi medie bianche negli anni ‘70, dopo lo shock delle rivolte razziali, aveva minacciato tanto il tessuto multiculturale di una città che della propria diversità ha sempre fatto la propria magnificenza e la propria seduzione, ma che sta perdendo, anche per i nuovi immigrati, il proprio magnetismo.
Fuggono da Manhattan, dove per la prima volta da mezzo secolo, la percentuale di neri sulla popolazione complessiva dell´isola è scesa sotto il 25%. La marcia degli affitti e dei prezzi astronomici di vendita, misurati ormai in migliaia di dollari per ‟piede quadrato”, 0,09 metri quadrati, meno di un decimo, ha risalito le grandi Avenues dalla punta di Manhattan, Park, Madison, Lexington, la Quinta e ha oltrepassato il confine immaginario eppure reale della centesima strada. La "gentryfication", la riconquista dell´isola da parte dei bianchi che si possono permettere di viverci sopra, si è già scrollata di dosso ogni postumo da 11 settembre, inghiotte la zona demilitarizzata fra bianchi e neri, popolato dagli immigrati di lingua spagnola, e avvicina la Black Harlem.
Quando Bill Clinton affittò nel 2001, con i soldi dei contribuenti che pagano anche i conti degli ex presidenti, una suite d´uffici sulla 125esima strada per 35 mila dollari all´anno, in piena Harlem Nera, la sua scelta fu salutata come un gesto politico di grande speranza, da parte di colui che la poetessa Maya Angelou aveva definito ‟il primo presidente nero”. Soltanto pochi residenti manifestarono contro, temendo, e intuendo, che lui sarebbe stato l´avanguardia di un´avanzata bianca ormai in atto.
Se ne vanno proprio le "middle class", coloro che possono permettersi di traslocare oltre lo Harlem River a nord o l´Hudson a ovest, dunque sottraggono la carne vitale che si era riformata attorno allo scheletro dei grandi falansteri, i projects abbandonati alle gangs da strada, alla violenza e a qualche campetto da basket con le reticelle di ferro ai canestri. Tolgono popolazione importante a Manhattan, che oggi conta tanti abitanti (un milione e mezzo) quanti ne aveva nel 1890, dopo la vetta a oltre due milioni prima della Grande Guerra, nel 1910. ‟E´ stata una decisione difficilissima, ma dettata dal portafogli”, spiega al New York Times Jacqueline Dowell, una newyorker d´origine che ha scelto di traslocare in North Carolina, proprio in quel profondo Sud dal quale la bisnonna fuggì dopo l´emancipazione degli schiavi, per crescere la figlia. ‟Semplicemente, non mi potevo più permettere Manhattan”.
Molti, come lei, che guadagnava 70 mila dollari all´anno, assai più della media metropolitana di 44 mila, tornano alle radici, in quegli stati sudisti, le due Carolina, l´Alabama, la Georgia, dove si è ‟neri esattamente come a New York” racconta ironicamente Jack Washington, un musicista, ma ‟costa la metà esserlo”. Nella decade Novanta, New York era una delle ‟top 15” destinazioni sognate dagli americani di colore, e l´isola crebbe di 115 mila residenti neri nati negli Stati Uniti, dunque escludendo Giamaicani, altri immigrati dal Caribe e africani. Nei primi cinque anni del XXI secolo, 30 mila hanno fatto i bagagli, riducendo dell´1,5% la quota dei neri. E´ la prima volta dalla guerra Civile che New York conosce un´emorragia di persone di colore. Harlem, dove i grandi teatri e music-hall del secolo scorso sono divenuti malinconicamente chiese, dove i "preacher men", i predicatori e i pastori hanno rimpiazzato Ella e ‟The Duke” al Cotton Club che un diciottenne Giovanni Agnelli bazzicava accompagnato dal pugile Joe Louis come guardaspalle offerto dai Rockefeller, resiste attorno all´Apollo, l´ultimo fortino della comicità e della musica nera. Per quanto ancora, è impossibile dire, perché dalle carrozze dell´”A Train”, sulla Sugar Hill, non sbarcano più favolosi jazzisti affamati, ma immobiliaristi insaziabili.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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