Vittorio Zucconi: Sciopero del tifo o perdono? Meglio un armistizio di 15 giorni

Nel 1995, dopo un anno intero di sciopero provocato dalle opposte e inconciliabili ingordigie di giocatori troppo pagati e di padroni troppo ricchi, il baseball americano tornò a presentarsi davanti ai propri clienti (o appassionati). Per la prima volta nella lunga storia di questo sport profondamente americano, non furono neppure disputate le finali - le World Series - e non fu assegnato il titolo di campione. Dopo lo scandalo delle partite vendute dalla Calze Bianche di Chicago, prontamente ribattezzate le "Calze Nere" mai una simile vergogna aveva coperto il "passatempo nazionale". Fu mobilitato un celebre attore, Billy Crystal, autentico fanatico di baseball per una serie di spot ben fatti e intelligenti, nei quali lui, dopo avere coperto di improperi quei lazzaroni, concludeva con l'invito a "kiss and make up", a darsi il bacino del perdono e fare la pace.
Premesso in maniera categorica che di dare un bacino a Gattuso o Pirlo non se ne parla proprio, ora che ci prepariamo all'inizio del Mondiale di calcio 2006 (si prega di non prenderci in giro con le bande di montanari in brache di cuoio o con le palle sulla fraternità internazionale) che comincia soltanto quando le tute azzurre dei nostri Cipputi miliardari scendono in campo, la questione del "facciamo la pace" si propone anche a noi.
Alle 21 di questa sera, dovremo scegliere fra quattro possibilità: 1) guardare distrattamente le nostre pipette di gesso giocare contro i leoni del Ghana, 2) non guardarli proprio e andare a vedere quel pallosissimo film che la signora tanto vorrebbe vedere, 3) guardarli sperando che siano sbranati e ridotti a polpette o 4) guardarli sperando che vincano, tifando.
Per ragioni professionali, essendo stato spedito a seguire i Mondiali per ‟Repubblica” e per Radio Capital, sarò costretto a guardarli direttamente dalla tribuna dello stadio della Bassa Sassonia, ad Hannover, e andare al cinema alle 21 o a rovinarmi il fegato con l'ennesimo salsiccione renano è una possibilità improponibile ai miei datori di lavoro e superiori, anche se già fossero, come probabilmente è, pentiti di avermici mandato.
Restare indifferenti in uno stadio è altrettanto impossibile, oltre che ridicolo, come tuffarsi in mare con l'impermeabile e dunque posso scegliere soltanto fra tifare per la strage dei cristianucci a opera dei leoni o sperare che vincano (o pareggino, che è sempre "un buon risultato" come direbbe sicuramente l'allenatore dopo la partita con quelle acute disamine che rendono il calcio il gemello della filosofia kantiana).
Tifare contro la squadra che comunque porta il nome della mia nazione e che, mi piacca (pochissimo) o no porta anche il mio nome, mi pare, per dirla poeticamente, da pirla. Un calcio italiano che ha resistito a due Coree, a figure da cioccolatai in tutto il mondo, a sconfitte umilianti in Portogallo non verrebbe risanato da una strombatura per opera dei Ghanesi. Sarebbe un calcio comunque sordido e in più sconfitto.
Perdonarli, bacini sempre esclusi, è altrettanto improponibile, perché non sappiamo ancora bene quali dita questi giovanotti abbiano intinto nel barattolo della marmellata sporca e alcuni di loro hanno ancora le mani molto appiccicose.
Rimane, e la propongo, la soluzione della tregua. Non pace, non volemose bene, non "torna a casa Lassie" e vedi di riportarmi Moggi e Galliani in bocca, ma armistizio per due settimane. Il tempo per essere rimandati tutti a casa, probabilmente dal Brasile dopo una penosa qualificazione come secondi ottenuta grazie a cabale di numerologia stile Sacchi 94, Bearzot 82 o Trapattoni 2002 salvato, ricordiamocelo, non da Del Piero o Totti, ma da una Croazia che riuscì a farsi eliminare dal già eliminato Ecuador.
Una prova accettabile di questi giocatori, compreso persino quello che si è montata la testolina rapata da passerotto e si crede Achille quando invece è lui il tallone d'Italia, non li assolverebbe né li condannerebbe. Sarebbe soltanto una prova di professionalità, di dignità, di amor proprio e non soltanto di amor pecuniae.
Questa Nazionale non ha mai vinto nulla, si è qualificata battendo robetta di seconda e le amichevoli, per piacevoli che siano, contano come i frigoriferi in Antardite, sono oggetti di arredamento inutili. Consideriamoli in libertà vigilata, in ora d'aria, in permesso, e, sempre senza perdonare nessuno, ricordiamo che sono per lo più bambini cresciuti nel fisico ma rimasti nella stoppia, arricchiti dal lavoro della gambe ma non dallo sviluppo del cervello, ai quali la ricchezza non ha necessariamente dato maturità, essendo ormai largamente dimostrato anche da nomi illustri che avere soldi non rende per forza responsabili o intelligenti, come diciamo noi che non abbiamo soldi.
Dunque io spero che l'Italia vinca, questa sera e la prossima volta, perché da una sconfitta non avrei nulla da guadagnare altro che quel sapore acido di una specie di vendetta, che è sempre un cibo a me molto indigesto. E non vedo perché le porcherie di Alì Moggi e dei suoi amici debbano ricadere su di me e sui giocatori che, a differenza per esempio del Del Piero o Cannavaro o Buffon, dalla Juventus o dalla Gea non hanno mai ricevuto favori. Tagliarmi certe appendici per far dispetto a Lotito o a Pairetto non mi sembra un'idea brillante.
Abbiamo almeno la certezza che non saranno aiutati dagli arbitri e dagli sventola biancheria lungo le linee, che le partite non saranno moggificate o bergamizzate e oggi nessun procuratore sano di mente spera di piazzare un proprio rappresentato nella sgangherata e corrotta Lega di Adriano "Stiamo facendo molto bene" Galliani.
Andrò allo stadio di questa città improvvisamente afosa e calda, dove l'estate è piombata giusto in tempo per farmi gustare le delizie di questa stanza d'albergo dalla quale scrivo senza aria condizionata affittata dai ladroni germanici a 350 Euro per notte (zanzare incluse senza sovrapprezzo) sperando che la squadra dei miei Cipputi miliardari in tuta blu vinca e che poi metà di loro finiscano, con le rispettive squadre, dove meritano. In serie B. Ma per un paio di settimane sono di nuovo miei, maledizione.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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