Vittorio Zucconi: Italia-Ghana. Il piede fatato del Sioux Andrea

Con quel suo viso un po´ nasuto da cavallo depresso e l´espressione di chi vuole scusarsi di non essere un divo con il barbiere personale al seguito come Totti o con i devoti salmodianti come i terziari del Beato Del Piero. Doveva arrivare da un paese bresciano di 8 mila abitanti l´uomo che ha spezzato il cuore a 23 milioni di ghanesi e ha scaldato un poco quello di noi italiani ancora incerti se starci o non starci.
Andrea Pirlo, anni 27 da Flero, che poi è Brescia, ennesimo rottame di ferro buttato via dall´Inter e riciclato in metallo prezioso da altri, ha infilato il tiro prodigioso in mezzo alla foresta di gambe e piedi, che ha sfiorato la chioma di Gilardino e ha spento le stelle nere del Golfo di Guinea, finendoli con un lancio per Iaquinta trasformato in passaggio smarcante da un mirabile brocco che qualcuno a Roma ha pure pagato per giocare in serie A.
La vendetta di cavallo depresso, che l´allenatore del Ghana Ratomir Dujkovic ha lasciato correre per il campo forse perché era convinto che uno con una faccia così triste non potesse far gran danno, è stata la rivincita di uno che quando aveva 16 anni esordì nel Brescia come il solito "Nuovo Rivera", fu esaltato, scartato, discusso, criticato perché fragilino, palleggiato fra Brescia, Reggina, Inter, di nuovo Inter, finalmente Milan, rimbalzato avanti e indietro lungo il flipper del calcio dall´autostrada Milano Brescia all´Aspromonte e poi di nuovo a Nord. Uno che ha sempre giocato al pallone semplicemente perché gli piace farlo, come Kakà, senza voler esagerare. Figlio di industriali bresciani, benestanti tra le ferriere che suo padre possiede, Andrea Pirlo avrebbe potuto fare il signorino senza dover prendere botte su un campo di calcio come pure ieri sera ha preso, con lo spiderino o il Bmw, come dicono da quella parti, scarrozzato nella vita dalla fortuna di essere nato bene.
Se è vero che fare il calciatore, come si dice del giornalismo, è comunque sempre meglio che lavorare ed è rigorosamente facoltativo, per il giovanotto dalla chioma da Sioux della Val Trompia nato 27 anni or sono, il calcio non è stato la chiave d´oro per uscire da un ghetto o da un falansterio di edilizia economica popolare, come ancora per molti che fanno sport a pagamento. Suo fratello Ivan gioca anche lui al calcio, in serie C2, perché si diverte e la sorella Silvia li guarda, perché per le femmine è ancora troppo difficile in Italia. Il padre, che avrebbe potuto sognare in lui il futuro signore della "fabbrichetta" (con la "e" aperta) ora può dire di avere fatto bene a dare all´Italia un padroncino in meno e un campioncino in più.
È possibile, anzi probabile, che i prossimi allenatori avversari, Bruce Arena degli Usa e Karol Bruckner il Ceco, capiranno quello che anche i più modesti tecnici italiani di provincia avevano capito da un pezzo, che Cavallo Depresso va aggredito, domato e circondato da recinti perché altrimenti da quella zampa mancina escono quelle traiettorie a banana che possono fare molto male e quelle frustate che tagliano il campo e denudano le debolezze degli avversari meno dotati, come il Kuffour o lo sfarfaleggiante portiere Kingston.
Ma per la serata di ieri in una Bassa Sassonia, pietosamente rinfrescata dal tramonto dopo una giornata di sauna genere Usa 94, il meno cantato dei presunti eroi omerici del nostro calcio, quello che si bacia l´anello nuziale a ogni gol in ossequio alla moglie Deborah e al figlio Niccolò, la vittoria di Pirlo, sicuramente il migliore degli Italiani, ha fatto vedere che si può vincere una partita di calcio, senza che questa diventi un giudizio di Dio, un contrappasso per i peccati di Moggi o un lavacro che pulisce tutte le macchie untuose del calcio italiano.
Ha giocato come uno che ancora ci prova gusto ma sembra di no, e ha avuto un mirabile didietro nell´azzeccare una traiettoria che pareva un filo di cotone in mezzo a molte crune di aghi. I suoi gol, i suoi passaggi, i suoi soprannomi strani - mi dicono che da piccolo lo chiamassero Trilly come Campanellino, che non è proprio un nomignolo da grande guerriere bianco ` - sono sempre così, precisamente storti e in anno storto per il calcio italiano come questo non poteva che essere lui, a farci tornare un po´ di voglia di fare la pace per due settimane. Vincere al gioco della palla è sempre meglio che perdere e se a vincere è uno che non è della Gea e che non ha mai avuto bisogno di Moggi né dei sorteggi arbitrali, è anche meglio. Pare addirittura, ma è una voce, che tornato in albergo abbia sorriso.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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