Michele Serra: Il mostro che è in noi tradito dal rinfresco

Temo di essere uno dei numerosi esseri umani che soffrono di una vera e propria dipendenza da salatini, frutta secca, pizzette e cibo "digitale" in genere, del tutto simile a quella che Poldo Sbaffini ha per gli hamburger. Quasi tutti i miei tentativi di dieta o temperanza alimentare sono naufragati di fronte a irresistibili vassoi di piccole leccornie, minacciose moltitudini di calibro minuto che, messe assieme, formano una micidiale mitraglia. Ne ho dedotto che le posate, la tavola apparecchiata, e in genere gli apparati borghesi che hanno via via sostituito la pratica di servirsi con le mani, costituiscono un vero e proprio baluardo culturale al quale l’umanità si è affidata lungo i secoli per nutrirsi in modi meno disordinati e brutali. Non per caso, la sola indigestione della quale ho memoria, patita da ragazzino, me la procurai arrampicandomi come un gibbone sopra un ciliegio carico di duroni, che divorai a chili secondo il notorio principio che una ciliegia tira l’altra. Ne feci fuori due o tre rami ricolmi, preda dell’atavica ingordigia dell’uomo raccoglitore, rischiando di diventare il primo caso (almeno nell’evo moderno) di decesso da duroni. Quell’ingordigia è la stessa che regola, anzi sregola, i vari cocktail in piedi e happy-hour (e massimamente i rinfreschi sedicenti frugali che allestiamo in questi giorni attorno alle partite dei Mondiali), nei quali non è possibile stabilire alcuna modica quantità perché la mano è più veloce della forchetta e soprattutto è più rapinosa dello stomaco. Potremmo trarne una legge generale, e cioè che il rapporto tra cibo da dita e cibo da posate è molto simile a quello tra ferinità e cultura: la seconda serve, in genere, per addomesticare la prima, e consentire una convivenza quasi civile tra le bestie che siamo. Del resto, gli assembramenti indecorosi tra affamati sgomitanti che si creano attorno ai rinfreschi, anche se in ricevimenti d’alto bordo, la dicono lunga sulla perdurante animalità della natura umana. Ho visto scrittori, giornalisti, direttori editoriali, signore eleganti presidiare ciotole di olive, bigonci di patatine, vassoi di snack, con la fiera determinazione delle tribù paleolitiche disposte anche a morire pur di non abbandonare la fonte di cibo appena individuata. Il rinfresco rivela il mostro che è in noi. Ovvio che questo mostro vada governato, ma mai del tutto neutralizzato, se si vuole che la vita non si trasformi in un noioso e mortificante reticolo di regole, di modiche quantità e infine di quaresimale salutismo. L’atto di nutrirsi con le mani contiene il fascino della naturalezza, e in fin dei conti ci rimanda all’infanzia (dell’umanità e nostra singolarmente), quando la consistenza dei cibi, il loro colore, il loro rumore quando cadevano per terra, erano l’introduzione ideale al loro sapore. Maneggiare ciò che si sta per introdurre in bocca è un piacere innegabile, è come mangiarlo due volte, e da questo punto di vista la moda dilagante del cibo da dita rimanda alla deliziosa irresponsabilità di quando eravamo sul seggiolone. Auto-imboccarsi è un po’come essere genitori di se stessi~ Detto questo, resto dell’idea che alcuni alimenti, a causa della loro pericolosità metabolica e pure d’uso pratico, dovrebbero essere tenuti ai margini della moda del cibo da dita. Le fritture, per esempio, malgrado il mito (falsissimo!) delle nuove tecniche di frittura "asciutta" e "leggera", rimangono un attentato ambulante alla salute e pure al decoro pubblico. Chi non si è mai pulito le dita sui calzoni o sulla tovaglia dopo avere maneggiato un’oliva ascolana, o un gamberetto, alzi la mano, e vedrete che la mano è ancora unta. Quando poi si tratti di dover stringere la mano a qualcuno nelle vicinanze di un rinfresco, per evidenti obblighi di socialità, ecco che il rapporto tra finger-food e cortesia mondana si fa decisamente conflittuale. Ho visto con i miei occhi persone rispettabili ficcarsi in bocca enormi tartine per liberare la mano e porgerla, ancora impallinata di uova di lompo o lorda di maionese, al vicino di pasto, a sua volta con il bavero intaccato da salse: sembra la Legion d’Onore, invece è il percolato di una tartina al salmone. Classicissima, poi, è la giacca blu vistosamente orlata di sostanze aliene (in genere è salsa rosa, molto quotata anche la panna da meringa) per averla incautamente passata sopra vassoi sospesi a mezza altezza, su tavolini precari disseminati ovunque. Invidiabile, in queste circostanze, è l’aplomb dei camerieri, che passano con vassoi ricolmi di adorabili porcherie tra crocchi di affamati, spesso distratti da intense conversazioni, e riescono a evitare gomitate, sgambetti, incidenti incresciosi, con una destrezza quasi magica. Purtroppo, nelle serate domestiche di questo periodo calcistico, molto legate all’informalità dell’amicizia e alla serena sbracatezza del tifo, non è possibile dotarsi di camerieri che regolino il traffico e mantengano l’ordine. Ci si deve dunque affidare all’autodisciplina, o a quello che ne resta. Un piccolo consiglio è esagerare (sempre) nel numero dei tovaglioli di carta, che devono essere pile enormi, vere e proprie cordigliere assorbenti, evitando, per una volta, di avere rimorsi di natura ambientalista, tipo quanti alberi dell’Amazzonia bisogna abbattere per ottenere tovagliolini di carta in numero sufficiente ad assorbire gli effetti collaterali di una sola frittura di pesciolini di fiume. Poi coprire i braccioli delle poltrone di casa, per carità, con strati molteplici di materiali protettivi e lavabili, perché la classica pacca di disappunto al bracciolo dopo un gol mancato è in grado di lasciare una traccia d’olio imperitura. Quanto alle quantità, ricordarsi il viso severo del medico di base quando ha letto, di fronte a voi, i vostri ultimi esami del sangue. Nei miei, per esempio, hanno dovuto aggiungere una voce, ‟percentuale di pesciolini fritti e olive ascolane presenti nel plasma”. Non è un bel precedente. Non ho fatto una bella figura.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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