Michele Serra: Scandalo Savoia. Il lessico della Destra

Il pezzo di destra italiana che esce dalle intercettazioni savoiarde di questi giorni (e da altre recenti inchieste giudiziarie) mette soprattutto tristezza. E ravviva il paradosso secondo il quale, in questo strano paese, le ultime tracce residue di una destra risorgimentale e borghese, patriottica e di alto profilo, sono oramai a sinistra, in vecchi statisti come Scalfaro, rifugiato politico come fu il Montanelli degli ultimi anni.
Qui si narra, all’opposto, di un fibrillante vicepotere romano che vive di raccomandazioni e comparaggi, similissimo al vecchio armeggiare democristiano tanto odiato fino a mezza generazione fa dai missini. Con pochi sedimenti arcaici (e decisamente comici) della sua identità monarchica, tipo il voto delle "Guardie del Pantheon" promesso in dote dall’anziano Savoia al governo Berlusconi in cambio di qualche carta da bollo che accelerasse lo sdoganamento degli ex regnanti e della loro argenteria. E con molte, anzi moltissime concessioni alle ambizioni, insieme piccole e sbracate, della nuova destra populista e mediatica, così populista e così mediatica da risultare un calco peggiorativo del proprio elettorato, quasi una sua parodia, con l’entourage del vicepresidente del Consiglio che sembra avere gli stessi obiettivi e la stessa cultura della claque più periferica. Con il mito della gnocca e del quattrino a fare da catalizzatori, parodie da Bagaglino di quello che fu il vitalismo fascista e oggi è appena un greve darsi di gomito. Con la tratta delle veline sempre in bilico tra vecchio paternalismo e mentalità puttaniera (ma sono le due facce della stessa medaglia). E con l’assillo dei quattrini che dev’essere diventato davvero la malattia del millennio, se riesce a travolgere, ed esporre allo scandalo, anche funzionari governativi con ottimi stipendi.
Ma se l’involucro è patetico, con quell’invincibile e famelica atmosfera burina che si addensa su Roma ad ogni mutar di legislatura, dentro quelle chiacchiere e quelle vicende c’è comunque un brutto grumo nero. Ben oltre il turpiloquio, che è il linguaggio-rifugio di una società culturalmente deprivata, colpisce e offende la vecchia e rancida complicità maschile, lo spregio per le femmine considerate più o meno come animali da compagnia. Perfino l’ex pretendente all’ex trono, che pure, come parte in commedia, avrebbe dovuto avere, un po’ alla Vittorio De Sica, quella del gentiluomo fesso da usare come paravento dei varii raggiri, si esprime, in merito alle faccende sessuali, con una crudezza diretta e violenta che lascia di stucco: come se, per essere accettato dai suoi nuovi amici italiani, si considerasse in dovere di fare sfoggio di quella cultura da case chiuse, da vecchia Italia catto-fascista che per meglio onorare la Famiglia si mantiene puttaniera.
Nel disagio da emarginato di lusso quale è sempre stato, in netta difficoltà con la lingua italiana, Vittorio Emanuele sembra cercare l’agio di una complicità di basso rango, diciamo dalla cintola in giù: e lo trova facilmente. Politicamente parlando (ma politica è, nel caso del Savoia, una parola grossa) la saldatura con i suoi amici di An è parecchio vaga, fondata su un anticomunismo che non ha più niente di ideologico e molto di scemo e di razzista, vedi le orrende parole su Giuliana Sgrena (comunista e donna, figurarsi che schifo…). Ma la rimpatriata, il vero ritrovarsi, il sostanzioso ricongiungersi dell’ex famiglia regnante d’Italia con la destra di governo avviene, ahimé con facilità agghiacciante, sul terreno della vanteria sessuale e del business da praticone, quasi che ci fosse un’italianità immutabile sulla quale fare conto comunque, non importa se posteggiatori abusivi o aristocratici gli amici sono sempre amici, i favori sempre favori, le faccende sempre faccende.
Che l’erede della dinastia che ha realizzato l’unità d’Italia appaia, in tutto questo, come un relitto da compatire, può anche essere sorprendente, ma in fin dei conti non è grave. Più grave che uomini di Alleanza Nazionale, cioè nostri contemporanei e concittadini, abbiano condotto a un così infimo livello l’opera di ricongiungimento del vecchio Savoia con la destra italiana…
Non per caso Gianfranco Fini, pur se intoccato dallo scandalo (e rispettato dai commentatori) è per metà furibondo con gli inquirenti, ma per l’altra metà con le persone che lo circondano. La credibilità di An come "nuova destra" fondata sui valori tradizionali e il senso dello Stato, magari in competizione con il berlusconismo libertino e menefreghista, subisce un colpo secco da questa connection da stato post-coloniale. Nelle repubbliche delle banane, anche i monarchici hanno il loro posto al sole.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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