Vittorio Zucconi: Italia-Australia. Il calcio assurdo

Tre secondi stanno fra l’estasi e l’agonia, tre passi dividono il linciaggio dall’apoteosi, salvano insieme Lippi e Totti, gemelli siamesi anche nel giorno della separazione, condannati a vivere o a morire insieme. Perché il calcio rimanga quel gioco stupendo e ineffabile che è.
Nonostante gli sforzi sovrumani di allenatori, dirigenti, farabutti, procuratori, arbitri, giornalisti per demolirlo, non si deve giocarlo bene, o noi saremmo già ripartiti insieme con i sauditi e il Togo, si deve praticarlo come la nazionale di calcio italiana. La squadra che meglio di ogni altra interpreta e incarna l’assurdità deliziosa della commedia umana recitata su un prato.
Al 92esimo minuto e 53 secondi, Marcello Lippi era un uomo morto, l’Australia stava diventando inesorabilmente la Corea per le nuove generazioni. Totti, tenuto fuori per far rabbia ai giornalisti "vergognosi", era divenuto il Godot che persino il suo autore si era stufato di aspettare ma al quale poi avrebbe affidato il compito più difficile che possa essere dato, battere un rigore decisivo ai mondiali. Ma al 93esimo minuto e 56 secondi, dopo che dalle migliaia di bocche italiane qui nello stadio di Kaiserslauten, distorte nello sforzo di urlare al lattante di Porta Metronia con pollicione in bocca la stessa invocazione a non fare il cretino e non fare "er cucchiaio" a un portiere australiano alto due metri, Totti ha tirato un rigore perfetto.
L’Australia è tornata "down under", sotto l’Equatore, una simpatica storia a margine, e il mondo è tornato a girare attorno al proprio asse. Tutto, alle 18 e 49 di ieri, è tornato in perfetto allineamento stellare grazie a questa partita, concisa con uno spoglio elettorale fulmineo, altro merito della nazionale, esperimento forse da ripetere per velocizzare i nostri risultati elettorali.
Materazzi, l’uomo chiamato riserva, il campione accidentale di cinque giorni or sono, è tornato il rude "martellazzi" che disfa ogni partita con qualche mattata quello che ha tessuto nella partita precedente. Del Piero ha finalmente giocato da titolare, dimostrando con grande impegno e molte corsettine leggiadre perché una partita intera ormai non la può più giocare.
Lippi era di nuovo quel vincente sussiegoso e ragionevole, quasi umano, che non aveva più bisogno di insolentire quelli che non sono ‟uomini come lui”, donne comprese. I nostro valorosi azzurri erano di nuovo quelli che conosciamo e ai quali siamo affezionati, come un callo al ditone, anche quando fanno male. La squadra che peggio gioca e più va avanti.
Più di ogni altra nazionale, la nostra squadra azzurra (ieri finalmente tornata con la storica mutanda bianca) incarna l’essenza di un gioco che non ha spiegazioni logiche, che fortunatamente spesso vede vincere i peggiori e irride coloro che tentano di ridurlo a combinazioni di formule. L’Italia di Lippi ignora superbamente la latitudine del campo, ostinandosi a ficcare i propri attaccanti in longitudiine, due o tre alla volta, nell’imbuto centrale come se il prato non fosse largo 70 metri, ma sette. E infatti da dove viene il rigore che ci manda tra le otto migliori del torneo, senza esserlo? Ma naturalmente da una delle rarissime azioni sulle fasce laterali.
La nazionale si aggrappa a un Totti che non ha ancora le gambe, disdegna un Del Piero che mormora confuse citazioni omeriche paragonandosi ad Achille e a chi si affida il crudele re Agamennone per il duello senza domani, negli ottavi? Ma ad Achille, naturalmente, a Del Piero. E chi chiama a battere il rigore della vita? Ma Totti, naturalmente, quello che gli era sembrato ‟talmente stanco”, parole sue, da meritare il riposo. Nel mondo alla rovescia, dunque tornato perfetto, dell’Italia che interpreta come nessun altro il mistero insensato del gioco del calcio, Del Piero fa il Totti, Totti fa il Del Piero, il massimo marcatore di reti nella serie A, Toni, non riesce più neppure a calciare un pallone dentro un fiume con quelle ciabatte della nonna che si ritrova al posto dei piedi, Cannavaro accusato di ogni nefandezza dai tifosi indignati, gioca quattro magnifiche partite di fila. Martellazzi si trasforma nel Pelè del Brasile 1970, per un secondo della sua vita, prima di rinvenire e tornare in sé.
Se penso alla tristezza di una nazionale brasiliana che è condannata a giocare "bonito" come le soubrette a essere sexy anche a 70 anni, se penso all’onda di speranze che la diligente e forte Germania di Klinsi sta sollevano in tedeschi prima scettici e ora esaltati, provo compassione per loro, perché il bel calcio saranno loro, ma il calcio vero, quello assurdo, siamo noi, Vincere con merito e con bella esibizione è cosa da sport nobili, come il tennis, il polo, il cricket, il rude e leale rugby, la pallanuoto. Vincere dopo esserci resi antipatici a tutti e a lungo ridicoli contro gli australiani, grazie a un rigore da Moreno alla rovescia, è il calcio che non si può spiegare, soltanto subire. E ora tutto ricomincia, sulla via di Amburgo, le menate sulle formazioni, le isterie di Lippi, i musetti di Totti, lo storico dilemma su questo o quello. No, no, basta, pietà. Anzi, ancora, ancora, per favore.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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