Vittorio Zucconi: Mondiali 2006. Scandali, accuse e sogni, la notte del destino azzurro

Nella cattedrale scalcinata del calcio professionistico italiano, che melodrammi giornalistici, sacrosanti picconi giudiziari e tragedie umane vere hanno diroccato, entriamo questa sera per l’appuntamento con l’Ucraina alle 9, come fidanzati ancora incerti se sposare infine questa scostante Nazionale o scappare invece a gambe levate. Ha ragione perciò Marcello Lippi, quando, smessi i panni dell’Orlando Furioso e indossati quelli del signor de la Palisse, ci ha detto solennemente ieri che: ‟Se battiamo l’Ucraina può succedere di tutto”. E bravo. Ancor più se non la battiamo, monsieur, accadrà di tutto in Italia.
Questa è la gara snodo per il rapporto acre fra gli italiani e la "Nazionale con la Condizionale". Tra l’essere in un quarto di finale dei Mondiali e l’essere in una semifinale c’è infatti un salto di qualità e di autorispetto gigantesco, molto più grande di una partita vinta o perduta. La giuria popolare italiana che ha urlato incredula al rigore di Totti non ha ancora emesso il verdetto finale, come non lo ha emesso il tribunale internazionale che è pronto a inchiodarci se non batteremo quelli che lo Spiegel ha, con il consueto charme, ha definito ‟i rudi boscaioli Ucraini”.
Un quarto di finale è un traguardo ovvio, banale, per un calcio che fino a ieri sbruffoneggiava definendosi ‟il più bello del mondo” senza esserlo e spandeva su ogni continente, nazione e villaggio africano milioni che non aveva, ma con una semifinale non si discute più. Potranno tutti digrignare i denti, ma poi dovranno ingoiare. Anche coloro che magari avevano ‟tifato Ghana” nel timore che alla fine perdonassimo tutto con il solito trucco italiano di tramutare il ladro nel derubato, ci cascherebbero come pere cotte se, alle 23 circa, compresi eventuali supplementari e insulti cardiaci da rigori, si spalancasse davanti il sogno di una semifinale con la Germania o l’Argentina.
Nessuno che abbia tirato due calci su un sagrato rovinando le scarpe buone, che abbia spaccato un vetro con una pallonata, che ricordi il Messico ‘70, la Spagna ‘82 o la Corea ‘02 può restare freddo davanti alla prospettiva di ritrovare la Germania o l’Argentina in una gara valevole per la finale. Anche i giovani acquisterebbero il diritto di rompere l’anima ai propri figli futuri, tramandando la leggenda della famosa semifinale del 2006, come noi l’abbiamo rotta ai nostri con il 4 a 3 in Messico e poi con l’urlo di Tardelli.
Il problema, come diceva Jean Paul Sartre, è che il calcio sarebbe una cosa facilissima se non ci fosse sempre un avversario tra i piedi. E il nostro problema esistenziale si chiama Ucraina, una squadra che, come tutte quelle dell’est europeo, riesce sempre a inguaiarci con quel gioco di passa e ripassa a centrocampo che ci nasconde la palla per lunghi minuti e ci fa correre a vuoto come cagnetti sulla spiaggia dietro a un frisbee. Dopo aver preso la mazzata di quattro gol dagli Spagnoli, che si gonfiarono la testa di sogni, anche i "boscaioli" del Dnieper hanno capito che in un Mondiale si deve giocare male per fare bene, come i nostri carognoni azzurri sanno da tempo. E non si va in campo per organizzare una coreografia di Balanchine o un carnevale di Rio, a meno di essere brasiliani, ma per avere alla fine un gol più degli altri, il che di solito basta.
La memoria statistica sembra ricordare che mai nella storia del Mondiale moderno un team che sia stato sconfitto per quattro a zero in qualificazione, come gli Ucraini dalla Spagna, abbia poi raggiunto una semifinale, ma le budella di noi tifosi suggeriscono che se c’è una squadra capace di sovvertire ogni gerarchia storica e muoversi in universi alternativi, quella è la nostra Nazionale di calcio. Ci sono probabilmente spiegazioni raffinate che a noi del ‟paaaasssaaa cretino” sfuggono, ma anche il più sprovveduto degli spettatori ha capito che il segreto del Codice Azzurro è quello di giocare sempre al livello dell’avversario. Se quello fa schifo, faremo schifo anche noi. Se è forte, sapremo spesso essere forti anche noi. Noi siamo sempre più bravi a reagire che ad agire. Un po’ lazzaroni, insomma.
Per questo gli italiani senza giocatori totem e senza tessere d’abbonamento, che sono lo maggioranza, sono supremamente indifferenti all’ipotesi che giochino Del Piero o Totti, Inzaghi o Gilardino, che l’attacco sia a tre punte, a due o a uno con il temperamatite, perché sappiamo in ogni nostra fibra che chiunque vada in campo stasera saprà farci venire stranguglioni di rabbia o, altrimenti, non guarderemmo neppure. Sulla orrenda pira o sull’altare. Mentre un ex giocatore della Nazionale soffre con le ossa frantumato, parte scricchiolando la carovana un processo al calcio che non ha paragoni nella storia dello sport mondiale e il mondo sogna di vendicarsi di noi attraverso l’Ucraina, questo passerà nella memoria di una generazione o come il giorno dell’infamia o ‟le jour de la gloire” nel quale entrammo tra i migliori, pur vivendo nell’anno peggiore per il calcio. Orrende pire o altari. Noi Italiani, le mezze misure, mai.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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