Vittorio Zucconi: Mogli, neonati e caffè al bar. Il "day after" degli eroi per caso

Finalmente piove, sulle nostre attese surriscaldate e sulla Germania rovente. Nella pioggia che scioglie l’orrida umidità e che raffredda i nervi bolliti, si allunga languido un "day after" che sta per diventare il "day before", un giorno dopo che preannuncia soltanto il giorno prima. La solita deliziosa condanna di chi vince, e per questo sa di essere condannato a vincere ancora.
Piove sugli eroi effimeri di una sera, che hanno dormito fino a mezzogiorno e vanno a bighellonare nella bella Duesseldorf, sfuggendo al loro accampamento di provincia e a quel fenomenale museo del kitsch pallonaro, senza offesa per il kitsch, che è "Casa Azzurri" presso lo stadio di Duisburg, dove tifosi e giornalisti si attruppano per scroccare caffè gratis, scambiarsi opinioni irrilevanti e accomodarsi in poltroncine in stile tardo Aiazzone verniciate d’argento e tappezzate con foto degli stessi calciatori. Fuori dal loro guscio azzurro, spogliati da quell’armatura di tessuto sintetico blu, questo giorno dopo che poi è soltanto giorno prima li vede affluire in taxi, come turisti qualsiasi, all’albergo elegante dove le donne li attendono obbligatoriamente secondo la cultura di tutte le tribù primitive quale è il calcio, le femmine sotto la tenda a tenere vivo il fuoco, i guerrieri fuori a correre dietro ai bisonti.
Jessica Grosso, la bella signora dell’eroe del giorno, Fabio, porta a spasso il pancione di sette mesi dentro il quale scalcia un maschietto, come fanno tutti i nascituri a sette mesi, ma in quello scalciare gli sciamani della tribù leggono auspici fausti. Il marito arriva con i suoi occhiali spessi da miope sul naso, che lo costringono a giocare con le lenti a contatto, mi dice, e dimostrare così a tutti i bambini stupidi che prendono in giro i "quattrocchi" a scuola che anche chi ha la vista corta può giocare, e benissimo, in Nazionale. Un tipo tranquillo, con una moglie tranquilla, che ha conosciuto non alla Galapagos o alle Fiji, ma su una spiaggia di Pescara dove ‟eravamo stati per tanti anni vicini di ombrellone”. Storie di ieri, di epoche pre-spot, ancora lontane dai venditori di immagine come i calciatori di una volta che si facevano fotografare gratis mentre palleggiavano sulla sabbia della Romagna.
Materazzi passa sulla Marktstrasse, con il suo sguardo perennemente sorpreso e con il figlio Daniele in braccio, neonato che nasconde con la sua innocenza rosea i tatuaggi da finto pirata della Malesia del padre, mentre la moglie spinge l’altra bambina, Daniela, in carrozzina. Toni mangia a un tavolo accanto a me nella Fischalle accanto al Reno una sobria grigliata di pesce, probabilmente sognando ciccioli, cotechini e salsicce modenesi, ma non ancora, lunedì semmai. Gilardino, che ha occhi belli e ridenti, prende il primo caffè della giornata al bar dell’hotel delle mogli e amiche verso la una, e ammette che in effetti, quando è entrato lui e ha giocato bene, ‟i tedeschi sembravano un po’ cotti”, mentre il bravo ragazzo ufficiale, Del Piero, scende e passa via informandoci che ‟non sono qui per rilasciare dichiarazioni”, e per fortuna.
Il calderone dello stadio del Borussia dista 40 minuti di auto e 24 ore appena da questo languido "après midi" dei nostri fauni tornati uomini con marmocchi al seguito, ma sembra lontano una vita. Si fatica dal pomeriggio rinfrescato dalla pioggerelle a immaginare il tumulto di emozioni e di grida che si sono trascinati nelle notte italiane e stanno rimontando. Grosso il magnifico miope, lamenta di non avere dormito abbastanza, dopo le danze sui tavoli degli spogliatoi, al suono di una compilation di musiche proposte dal noto musicologo Materazzi, che adesso rifiuta di rivelarci quali siano, perché, come i tamburi degli Zulu prima delle guerre, esso deve avere un contenuto magico. Conferma che tra i pezzi c’è anche O Sole Mio, come già Lippi fece eseguire O sordato ‘nnamurato sull’aereo che tornava dalla vittoria sull’Ucraina, sempre nel solco rigoroso del repertorio da torpedone.
Gli agitati, i nevrastenici, gli psicolabili straziati fra l’estasi del giorno dopo e l’agonia del giorno prima, siamo noi, i tifosi che già fremiamo pregustando, come generali napoleonici, una nuova presa di Berlino. Mentre loro che vedo ciondolare nel giorno vuoto hanno tutti l’aria di chi ha giocato soltanto una partita di calcio, di chi ha fatto e deve avere una voglia disperata di tornare a casa, possibilmente vincitore. La Casa del Kitsch Azzurro e degli espressi a sbafo, la Duesseldorf ristorata un poco dall’afa, lo spiedino di pesce sono per una volta davvero quell’"occhio del ciclone" sempre citato a sproposito dai giornali, cioè l’unico luogo sereno in mezzo al vortice di follia e di umori che gli ruota attorno e presto tornerà a inghiottirli, spazzando via carrozzine, spiedini di pesce, borse dello shopping e signore preoccupate soprattutto che il nuovo piccolo scalciatore non nasca proprio allo stadio di Berlino domenica sera in mezzo a 80 mila persone. Che sarebbe un fatto storico, ma anche un po’ imbarazzante.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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