Michele Serra: Carissimi, terribili vicini. Il grande derby degli affetti

Italia-Francia è un derby degli affetti. Sentimentalmente molto complicato, con reciproche pendenze, vicendevoli antipatie. Ma talmente promiscuo, anche geograficamente, da farci sembrare la finale planetaria di Berlino come una cosa domestica, a tiro di voce. Come se ci affacciassimo a un antico cortile (quello del Tour che ci passa accanto, della terra rossa del Roland Garros così vicina a Roma e così lontana da Wimbledon), e la Mondovisione fosse solo una necessità di chi non ha la fortuna di avere sottocasa le due squadre più forti della Terra~ Per noi (molti) francofili d' Italia, a parte la devozione politico-culturale che ci inumidisce gli occhi alle note della Marsigliese, o quando il 14 luglio dagli ultimi lembi di Liguria si vedono i fuochi d' artificio a Mentone, vale l' idea che la Francia sia una specie di Italia civilmente meglio riuscita, storicamente più fortunata, nel senso che il buon vivere, i belvedere, il buon mangiare possono competere con i nostri, però dentro una griglia più ariosa e più ordinata. Più ossigenata. Come se l' anima latina fosse riuscita a darsi una regolata, nel vicino paese dove "Stato" e "pubblico" sono parole riverite. E poi è accaduto, negli ultimi due decenni, che la loro Nazionale di calcio abbia assunto una fisionomia molto speciale, unica in Europa, diventando sempre più cosmopolita, con arabi, canachi, africani, polacchi, caraibici, spagnoli (stranamente è mancato, fin qui, un indocinese, magari parigino di Belleville, per la gioia di Pennac). E la Nazionale blu è diventata una specie di quintessenza delle virtù interrazziali, come le strade di Parigi nelle quali le devastazioni dei casseurs sono la vistosa e clamorosa eccezione, ma la regola è una con-fusione oramai irreversibile di francesi di molti colori differenti. Il tutto sotto due condottieri, l' italiano Platini e il magrebino Zidane, che più francesi non si potrebbe immaginare: quando parlano (molto Platini, poco Zidane) e quando giocano, eleganti e "belli" ai limiti della prosopopea. Ai mondiali del Messico (' 86) intervistai il vecchio motorino Giresse, bordolese e dunque uno dei pochi franco-francesi della squadra, che fece l' elenco degli infiniti immigrati che facevano grande lo sport nazionale, da Noah a Platini, e spiegò che la voglia di integrazione era una molla agonistica invincibile, e invece i francesi di Francia facevano sport unicamente per diletto, mollemente. Forse era vero in parte, era vero una generazione fa, ma adesso diventa un po' accademico attribuire alla volontà di rivalsa la voglia di emergere nello sport europeo~ Thuram parla (e scrive) come un professore di liceo, Henry ha la grazia atletica di un mezzofondista inglese, e in generale i neri e gli arabi in maglia blu comunicano agio e solidità sociale, danno l' idea di una integrazione avvenuta - almeno per loro. Non certo di una rabbiosa rincorsa. Semmai di una trionfale rappresentanza del meglio della Nazione. Questo rende ulteriormente fascinosa la squadra francese per noi italiani di intenzioni democratiche, ma alle prese con una immigrazione molto più recente, e con insorgenze xenofobe abbastanza simili a quelle lepeniste, con la differenza che da loro Le Pen non ha mai governato, da noi i razzisti sono diventati anche ministri della Repubblica. La nostra squadra è ancora monocolore, ed è come il segno di un percettibile provincialismo. Nel derby degli affetti, naturalmente, è ancora per le maglie di casa nostra che ci batte il cuore, e in fondo la vicenda di una Nazionale italiana che si copre di onore sportivo nonostante abbia alle spalle un calcio parzialmente malavitoso, profuma lei sì di "riscatto sociale", come certe squadre di carcerati per le quali è impossibile non tifare~E' comunque una felice circostanza, almeno per chi scrive, che di fronte ci sia la Francia di Zidane, i cui tifosi sono praticamente nostri dirimpettai e quasi possiamo sentirli mentre strillano e imprecano nei caffè di Provenza, sulle spiagge del Midi, nelle case di Parigi. La Coppa, nel caso (malaugurato) di una sconfitta dei nostri, andrebbe comunque qui di fianco, a portata di sguardo, a premiare un calcio elegante, variopinto, profondamente migrante e dunque profondamente europeo.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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