Michele Serra: Grandi opere. Gli ostinati del bluff

Il ponte sullo Stretto? Impagabile occasione di dibattito. Eccellente terreno di scontro tra opinionisti favorevoli e contrari. Quanto a farlo oppure no, era una questione puramente teorica: a quanto pare i quattrini non ci sono e non ci sono mai stati, era un ponte a campata in aria, e dunque proporlo è servito solamente a impavesare la propaganda quanto serviva per stupire i bendisposti, e terrorizzare inutilmente i maldisposti. Le cifre fornite dal ministro Padoa-Schioppa sulla mancata copertura finanziaria di (almeno) due terzi delle cosiddette "grandi opere" programmate dal governo Berlusconi hanno dato luogo a un breve battibecco subito inghiottito dall’acida routine della polemica politica quotidiana. È un vero peccato. Perché la vicenda è un’enormità politica. E lo è, per di più, proprio in rapporto alle aspettative e alla mentalità di quel blocco sociale che Berlusconi pretende di rappresentare, e che in Berlusconi vede il suo mentore: quella "parte attiva e dinamica del Paese", il Nord-Est degli imprenditori proverbialmente "stanchi di aspettare", che ha creduto fortemente nel rilancio in grande stile dei cantieri e dell’indotto. E che ha bisogno di nuove infrastrutture come del pane. Tanto che, in una istruttiva e curiosa intervista alla Stampa, il presidente degli industriali del Veneto, Andrea Riello, ripete quasi ossessivamente di "non poterci credere" e di "non volerci credere": le opere pubbliche promesse erano duecentocinquantasette, tali devono essere, non una di più, non una di meno. Entro cinque-dieci anni. Duecentocinquantasette. Punto e basta. Non è, nei toni e nella sostanza, un discorso da persona abituata a fare conti e chiudere bilanci. È un discorso di disperato arroccamento psicologico ("sarà anche vero, ma non lo posso accettare") di fronte a un dato di fatto di micidiale evidenza: sono state fatte promesse, e perfino inaugurati cantieri, senza avere adeguate prospettive di copertura economica. Nella migliore delle ipotesi sperando che una botta di fortuna arrivasse, in futuro, a colmare buchi grossi come crateri, nella peggiore sapendo benissimo che si trattava solo di una politica di facciata, cartapesta, buonumore economico diffuso artatamente per compiacere l’elettorato, ringalluzzire i depressi, sedare gli irritati. Varrebbe la pena di parlarne di più, e meglio, di questa storia delle grandi opere con piccoli mezzi, perché proprio questo è stato il segreto vincente del berlusconismo: convincere gli italiani di essere ricchi, o di poterlo essere, specialmente in virtù di un "rompete le righe" psicologico in grado, quasi da sé solo, di euforizzare i mercati, diffondere ottimismo, moltiplicare pani e pesci. Il "secondo miracolo italiano", solo a dirlo, si sarebbe per metà realizzato. Ed è in buona parte così, del resto, che il Berlusconi imprenditore ha fatto fortuna: sparando alto, rischiando grosso, gonfiando cifre e ingaggi, dopando i mercati fino a sprofondare la concorrenza e se medesimo in una voragine debitoria senza precedenti. Dalla quale, soprattutto grazie a ottime entrature politiche e finanziarie, lui è sempre potuto uscire indenne, mentre i suoi competitor si sono rotti le ossa. Lui aveva le spalle coperte. Gli altri, no. Come questo sistema (fare il passo più lungo della gamba sperando che, prima o poi, la gamba si allunghi, anche con qualche protesi politica) avrebbe potuto applicarsi al governo di un Paese, è sotto gli occhi di tutti. O arrivano finanziatori venusiani, e piovono miliardi di euro dal cielo, oppure molte delle opere promesse sono destinate a rimanere modellini di balsa, o nastri di inaugurazione. è davvero sorprendente che proprio la parte (teoricamente) più concreta del Paese, quella abituata a far di conto, quella che antepone i fatti alle parole, abbia abboccato così massicciamente. In fondo, è una rivincita della politica sull’economia: le speranze, i progetti, l’idea di società che ciascuno ha nel cuore sono così forti, così suadenti da fare ombra anche alle nude cifre. Ciò che ciascuno di noi ama credere (per esempio che il nostro sia un paese arretrato, quanto a infrastrutture, solo per la cattiva volontà politica dei passati governi, nonché per l’ostracismo dei famigerati Verdi) è più forte dell’evidenza. L’Italia, proverbialmente un Paese povero abitato da ricchi, registra un evidente scarto tra le fortune private e la penuria pubblica, con infrastrutture misere, servizi carenti. Avrebbe urgente, evidente necessità di qualcuno che, come un capofamiglia giudizioso, dica la verità ai cittadini, mostri quello che c’è effettivamente in cassa, decida come spenderlo secondo priorità disattese da anni (ha ragione Riello, è del tutto impensabile che lo snodo autostradale di Mestre rimanga quel pazzesco budello che tutti, ahimé, conosciamo). Ma la cosa più inutile e più offensiva, di fronte a questo deficit di progetti, a questo tempo perduto da recuperare almeno in parte, è la demagogia economica con la quale il Berlusconi di Palazzo Chigi ha infiocchettato, da quell’estremista che è, il suo "tutto e subito". La cosa più difficile da capire, in questo quadro, è la perdurante fiducia di buona parte dell’Italia produttiva nei confronti di un politico così velleitario: aprire cantieri per centosettanta miliardi di euro avendo una copertura di soli cinquanta è pura millanteria. La sola spiegazione possibile, ripeto, è che la passione politica, nonostante quanto si è detto negli ultimi anni, sia ancora così accecante da impedire di leggere i crudi numeri del nostro sbilancio. In questo senso è vero che il liberismo è l’ultima ideologia ancora attiva, e ancora in grado di nuocere: il suo postulato è che basta dire "mercato" per sanare ogni male, privato e pubblico. Come se le tasche vuote potessero riempirsi solo in virtù di qualche buon proposito e di qualche azzardo speso con il sorriso sulle labbra, a telecamere accese. Un sorriso così smagliante, così seducente, che ancora oggi il buon Riello "non può accettare" (sic) che le promesse non bastino ad asfaltare mezzo Veneto.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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