Umberto Galimberti: L’ozio nutre l’anima

Il lavoro, anche il più forsennato, anzi forse proprio il più forsennato, è ormai diventato un rimedio all’angoscia. L’angoscia di incontrare quello sconosciuto che ciascuno di noi è diventato per se stesso, e al quale non si sa che parola rivolgere, perché, al di fuori dell’attività lavorativa, la nostra identità non ha più contorni ben delineati. Il nostro volto non sempre è riconoscibile, i nostri sentimenti sono confusi, le nostre passioni flebili e imprecise, le nostre aspirazioni (che non coincidano con l’aumento di stipendio e l’avanzamento in carriera) del tutto indeterminate. Il nostro cuore, che nella metafora del papa dovrebbe condurci a noi stessi, più non risuona e non sa riconoscere, né tanto meno prestare attenzione alla profondità dei discorsi: che ci facciamo con i nostri familiari, chi siamo per loro, che cosa davvero ci stanno chiedendo o addirittura implorando, e che cosa noi chiediamo a loro affinché, almeno nell’ambito ristretto della famiglia, ciascuno non segua per suo conto la propria via che mai si incrocia con quella dell’altro? Nel silenzio del cuore, che è l’organo dell’interiorità, la nostra vita si affaccenda senza più rispettare il settimo giorno, che tutte le religioni precettano affinché l’uomo non smarrisca se stesso e la conoscenza di sé. Perché anche nel settimo giorno le azioni apparentemente di svago assumono le sembianze del lavoro che copre l’intero arco della settimana, e più non hanno nel riposo, nell’ozio, nella lettura, nell’ascolto della musica o delle parole di chi ci circonda, nella riflessione, nel contatto con sé, il loro contrappunto, e la loro segreta intenzione. E questo perché anche lo sport, anche il divertimento, anche il tempo libero, anche le code in macchina, anche il fine settimana sono contrappunto dalle tinte giocose all’interno del lavoro, ma in nessun caso il contrario del lavoro. Se Marx, a suo tempo, denunciava l’alienazione «nel» lavoro, oggi il papa ci ricorda che forse siamo in presenza di un’alienazione più grande, quella "da" lavoro, che consiste nel completo appiattimento nell’attività lavorativa, come se questa fosse divenuta l’unico indicatore della riconoscibilità dell’uomo. Il quale prende a delineare la sua identità a partire dalle sue capacità in termini di funzionalità ed efficienza, a misurare la sua libertà a partire dalle possibilità che gli offre la sua competenza tecnica, ad acquisire stima di sé a partire dal riconoscimento che gli proviene dall’apparato di appartenenza, fino ad annullare quel che in lui vi è di più specifico, la sua interiorità, nell’omologazione richiesta dalla cultura dell’efficienza e della produttività. In un regime di economia globalizzata, dove si vince solo se si è tecnicamente più avanzati e dove la concorrenza esasperata chiede ogni anno un’accelerazione dei ritmi di prestazione, il lavoro, non avendo altra finalità se non quella di concorrere all’incremento infinito della produzione, non è più il luogo in cui l’uomo, realizzandosi, incontra se stesso, le sue capacità, le sue ideazioni, l’attuazione della sua progettualità, ma solo il luogo in cui l’uomo tocca con mano la sua "strumentalità", il suo essere semplice appendice delle macchine, che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico-economico, interessato solo al proprio potenziamento e non alle sorti dell’uomo. E allora la domanda che dobbiamo porci è la seguente: i fini della tecnica e dell’economia globalizzata sono anche i nostri fini? O siamo noi diventati semplici strumenti dell’apparato tecnico-economico il quale ci impiegherebbe come momenti della sua organizzazione, semplici anelli insignificanti della sua catena o, se preferiamo, mezzi imprescindibili, ma anche fra i più intercambiabili di qualsiasi altro mezzo, all’interno di un apparato economico - tecnologico divenuto fine a se stesso? Noi forse non lo sappiamo, ma il nostro cuore e forse anche il nostro sistema nervoso lo sanno. Non si spiegherebbe altrimenti l’uso spropositato che in Occidente si fa degli psicofarmaci per tacitare quella depressione che, prima di essere una malattia dell’anima, è il modo con cui il nostro cuore, prima di "indurirsi" e tacere per sempre, chiede quello spazio e quel tempo d’ascolto, senza il quale ciascuno di noi perde la conoscenza di sé e, come dicevano gli antichi greci, la "giusta misura". Certo l’invito del papa non si muove nella direzione dei greci. Per la teologia cattolica, infatti, Dio abita l’interiorità dell’anima (In interioritate animae habitat Deus), e chi perde l’anima non incontra più Dio. Ma siccome anche per chi non crede in Dio, perdere l’anima è perdere se stesso, l’invito del papa non può che essere incondizionatamente accolto.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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