Umberto Galimberti: Sospesi nell'aria ecco il nostro sogno

La sostanza più leggera che gli uomini hanno ideato, la più incorruttibile perché non composta da parti, quindi la più idonea ad abitare il cielo è l’anima, che Platone invitava a disabitare il corpo affinché ‟sciolta dalle sue catene e liberata dal suo carcere, potesse, nella sua purezza, contemplare tutto ciò che è puro, vale a dire la verità” (Fedone 67 a). Caduta la fede nell’immortalità dell’anima, non per questo vennero meno le discipline che ne garantivano la sua ascesi. Agli esercizi spirituali si sostituirono gli esercizi fisici, ai digiuni le diete, alla mortificazione del corpo tutte quelle pratiche alimentari e non che ne garantiscono la leggerezza, non tanto per assicurare la salute del corpo, quanto per salvare quell’identità e quella possibilità di essere socialmente accettati che, da noi, la pesantezza del corpo compromette. Nelle dimensioni del nostro corpo, infatti, si agitano i più profondi perché i più primitivi problemi dell’anima. Problemi banalizzati, dolori frivoli, spesso liquidati da un’esortazione inutile o da un sorriso benevolo. Ma essere pesanti in una società che predilige gli esili equivale a una neppur tanto mascherata esclusione sociale. Quando la posta in gioco non è tanto dimagrire e apparire agili e leggeri, quanto essere socialmente accettati e quindi "esistere", allora la persona che non mangia per esistere o che vuol dimagrire per la stessa ragione incarica il cibo, la palestra, la dieta e persino i lassativi, a tenere un discorso che a queste pratiche non compete e per il quale non dispongono di parole. Per questo gli esercizi fisici naufragano nell’incostanza e le diete negli strappi e nelle concessioni, seguiti da atroci sensi di colpa. In gioco non è la gola, ma l’insicurezza circa la propria esistenza che non ha trovato dove ancorarsi. In questa sfida per esistere, che è il tema generale di ciascuno di noi, incontriamo quelle figure leggere e diafane, che la psicopatologia nomina "anoressiche" perché riescono a trasformare un pezzo di pane in un dannoso concentrato di zuccheri e una goccia d’olio in un irrecuperabile accumulo di grassi. Come scrive Alessandra Arachi in ‟Briciole. Storia di un’anoressia” i trenta chili sono il loro sogno, il "no, grazie" a ogni offerta di cibo il loro vanto. A ciò aggiungono quattro ore di corsa per perdere chili e una decina di tazzine di caffè per sostenersi almeno a livello di nervi. Le loro labbra non si aprono più né per una forchettata di verdura, né per una parola di spiegazione. Dall’alto della loro spiritualità così raggiunta, guardano con disprezzo quelli che per loro sono ‟gli uomini a tre dimensioni che vivono per mangiare, dormire, scopare”. Loro, invece, che si astengono dal cibo che serve solo a ottundere la mente, dal sonno che è solo una perdita di tempo, dal sesso che trasuda di corpo, concedono al cibo di arrivare a venti grammi al giorno nello stomaco, per raggiungere quella felicità che l’ago della bilancia indica con precisione quando precipita sempre più giù, sotto il loro peso. Poi la grande scoperta. Forse si può mangiare senza ingrassare, basta vomitare. E allora tutto lo spazio, quello della casa e quello fuori casa, diventa una geografia dove le riserve di cibo e i luoghi per espellerlo tracciano gli itinerari in cui la vita trova il suo modo di trascorrere, non meno tragico del modo di tutti, ma più ossessivo, più assediato da quella coazione che costringe prima a vomitare quando gli altri obbligano a mangiare, e poi a vomitare quando non si resiste al desiderio di mangiare. Ma neanche il rifugio nella malattia, in nome della leggerezza, trova adeguati sostegni in una società che attribuisce un’importanza decisiva all’immagine estetica con cui ciascuno si presenta agli altri, sapendo di essere molto spesso giudicato esclusivamente in base a tale immagine. Quando questa immagine non corrisponde ai canoni di bellezza diffusi nella società, la leggerezza raggiunta con l’eccessiva magrezza si trasforma in un modello negativo di personalità, e l’esistenza, guadagnata con il rifiuto del cibo, naufraga sconfitta nella relazione sociale. Mettendo alla prova se stessi in modo continuo e ripetitivo, controllando con la bilancia la misura delle prestazioni effettuate e dei risultati raggiunti, realizzando comportamenti coatti che poco hanno a che fare con la salute del corpo, ci si attorciglia in una spirale di autopunizioni dove non si riconosce più chi punisce e chi è punito. Di certo è, come dice la saggezza popolare, che ‟uccide più la gola della spada”. Quel che però la saggezza popolare non sa è che il gioco con la morte o con la negazione di sé è già cominciato prima di sedersi a tavola o di entrare in una palestra, e affonda le sue radici in quella profonda incertezza in cui si tratta di decidere se esistere o non esistere. E siccome è il cibo la prima condizione d’esistenza, spetta al cibo mettere in scena un tema che "alimentare" non è, ma radicalmente "esistenziale", perché va alla radice dell’accettazione o del rifiuto della propria esistenza. Se dagli scenari individuali passiamo a quelli collettivi, dobbiamo dire che "mangiare", l’atto apparentemente più banale e più ovvio che uno possa immaginare, oggi in Occidente è divenuto un problema che nei supermercati trasforma gli acquirenti in attenti lettori degli ingredienti che compongono un cibo, dove l’incompetenza dei consumatori si trasforma in quell’ansia che toglie la gioia del gusto. Ansia e terrore di ingrassare, ma ancor di più ansia che si distribuisce e, polverizzandosi, va a toccare tutte le valenze simboliche che profondamente si radicano in ognuno di noi, riportandoci all’alba del mondo, quando i primi uomini verificavano sulla propria pelle che cosa era o non era commestibile. Solo che allora il fattore decisivo era l’ignoranza, oggi sembra sia il terrore di ingrassare, di dover dismettere i nostri abiti preferiti, di dover evitare, o quanto meno soprassedere con un sorriso di circostanza, gli sguardi che, prima di fissarsi sui nostri volti, scrutano compiaciuti le nostre appena accennate obesità. E così i nostri corpi, condannati agli esercizi che un tempo erano prescritti per la salvezza dell’anima, condannano alla leggerezza anche le parti migliori di noi: il nostro sguardo che si fa superficiale per non impegnare l’interlocutore, le nostre parole che si fanno superflue per alleggerire la conversazione, i nostri sorrisi che si chiamano "di circostanza" perché non hanno alcuna gioia da trasmettere, i nostri gesti attenti e misurati per non incidere troppo nel mondo, per non lasciare il segno e, in nome della leggerezza, nessuna traccia di noi. E così, per quell’inesorabile legge che siamo soliti chiamare del "contrappasso", il materialismo della nostra cultura è approdato alla rarefazione dei nostri corpi, forse per compensare quell’assenza di spirito di cui ci è rimasta solo un’inconscia e sepolta memoria, incapace di vivificare i nostri sguardi, le nostre parole, i nostri sorrisi, i nostri gesti, in nome della leggerezza, che rende tutto diafano, inespressivo, e soprattutto conforme a quell’ideale che, una volta che ci ha catturati, ci porta lontano. Non sopra il cielo, come voleva l’immagine iperuranica di Platone, ma semplicemente lontano da noi e da quello che su questa terra avremmo potuto esprimere se, invece di "costruire" ossessivamente il nostro corpo, secondo quell’ideale di leggerezza che la nostra cultura ci ha imposto, l’avessimo semplicemente "abitato" in tutta serenità, compiacenza e gioia.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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