Vittorio Zucconi: Noi italiani chiusi nel nostro mondo

Erano trascorsi appena quattro mesi dall’insediamento dell’11 giugno del 2001, quando il governo retto da Silvio Berlusconi dovette affrontare quell’evento dell’11 settembre che, si disse allora, avrebbe ‟cambiato tutto”.
Sono trascorsi quasi cinque anni da allora e a giudicare da queste settimane di campagna elettorale nella politica italiana non è cambiato proprio nulla. In Italia, siamo ripiombati in un piccolo mondo antico e noiso di piccoli cabotaggi o di insulti. Di quel mondo che ci circonda, ci condiziona, ci incombe addosso, ci nutre importando i prodotti del nostro lavoro, non c’è stata quasi traccia. Nel desolante autismo della politica italiana, il mondo non penetra. Ci si attendevano bilanci trionfali, dal governo. Niente. I ‟grandi successi” millantati a partire da quel vertice di cartapesta nel 2002 a Pratica di Mare per finire con il già dimenticato show davanti al Congresso americano, sono stati talmente poca cosa che neppure la coalizione in carica, e in caccia di ogni appiglio per sopravvivere, ha sentito il bisogno, o ha avuto il coraggio, di vantarli. E’Berlusconi stesso che, ignorandoli, ci dice quanto poco, o quanto male, sia stato fatto. Chi osserva l’Italia da oltre confine, anche prima della tempesta di sarcasmi e di ‟basta” piovesse in queste ultime ore, sa che dietro le cerimoniosità, i salamelecchi ufficiali e i comunicati diplomatici, questo governo è senza prestigio nè autorità internazionale. Mentre l’Italia scivolava verso la coda del gruppo in economia, come rilevava il New York Times in un commento di venerdì scorso corredato da grafici non smentibili, la statura di un’Italia che ha sempre dovuto battersi e faticare, dopo la catastrofe del Fascismo, per restare tra i migliori e per farsi rispettare, si è consunta. Si comincia a sentir dire, nei circoli diplomatici, che quella poltrona dell’Italia nel gruppo degli otto paesi leader del mondo, sia sempre meno giustificabile, mentre galoppano Spagna e Cina. Se persino un quotidiano poco portato alla goliardia e inizialmente molto favorevole a Berlusconi, lo definisce ‟Don Coglioni” nel titolo di un editoriale, (dove il ‟don” non sta per l’abito talare) non resta molto su cui discutere.
La scommessa chiave della presidenza Berlusconi, l’avere puntato su Bush per vivere di luce riflessa e contare di più in Europa, non ha pagato nè in termini strategici, nè in prestigio, nè dividendi economici o commerciali, alla fine nè in America nè in Europa, lasciando l’Italia un po’più sola e meno rilevante. L’illusione di poter costruire una special relationship con l’America di Bush ha mostrato la debolezza e l’insostenibilità di questo dilettantismo diplomatico, che il primo ministro degli Esteri, Renato Ruggiero vide e respinse dimettendosi subito da un gabinetto di orecchianti della geopolitica. Soltanto un gruppo di dilettanti allo sbaraglio avrebbero potuto pensare di insidiare il Regno Unito, dal suo trono di figlia-madre prediletta degli Usa. E soltanto qualcuno accecato da calcoli ideologici avrebbe potuto scommettere tutto su un particolare presidente, o su una cabala di suo consiglieri estremisti. La costante della politica americana è la sua variabilità e infatti il clima sta drasticamente cambiando a Washington. E chi troppo confida nella benedizione di un presidente, si espone inutilmente al rischio di subirne il declino, come scoprirono anche i leader dell’Ulivo con Clinton. La politica estera non dà voti, questo è un fatto noto ai manager delle campagne elettorali. Ma la terrificante novità dell’11 settembre fu la rivelazione, ripetuta allora come un mantra e divenuto il leit motiv della rielezione di Bush nel 2004, che il confine tra ‟estero” e ‟interno” era definitivamente saltato, che il concetto di pace e guerra, e dunque di diplomazia, aveva perduto il senso classico, metternichiano, di confronto fra potenze, capitali e cancellerie, per assumere i connotati di una pandemia alla quale ognuno era esposto. Di questo, nel Berlusconi che disse di avere sposato in pieno questa concezione della nuova guerra globale, non abbiamo trovato segno, come se non ci credesse più o come se fosse stato un cappello indossato e poi dismesso quando non serviva più. I rapporti con il resto del mondo, la politica estera, sono stati il ‟morto in casa” che tutti vedono ma del quale nessuno vuol parlare. Il risultato, che lui stesso, o Romano Prodi, erediteranno da domani, sono il cantiere malconcio di un edificio europeo che proprio l’Italia, nazione fondatrice, ha contribuito a demolire a partire dalla famigerata ‟lettera degli Otto” con la quale Roma si schierò per Bush e contro Chirac e Schroeder. Quindi, a partire della ricostruzione di quel che resta del cantiere Europa si dovrà muovere un nuovo governo italiano, dopo il fiasco miserabile del ‟grande gioco” tentato con una Russia di Putin a colpi di gite in barca. La carta Bush non ha pagato. Bush stesso, con il proprio partito repubblicano ridotto al 30% dei consensi nazionale e terrorizzato dalla possibilità di perdere le due Camere nelle elezioni d’autunno, ha altro a cui pensare che al futuro di ‟don Coglioni”. Blair, al quale Berlusconi tentò di accodarsi, è a fine percorso, mentre non si hanno tracce di una ‟politica cinese” da parte dell’Italia che pure è, la piu colpita dalle esportazioni di Pechino. Eppure la questione cinese, che non si risolve con un dazio sulle ciabatte, sarà, come la questione islamica, il dilemma dominante del prossimo decennio almeno, dentro la nostra quotidianità, più dell’Ici o dei Bot. La formula offerta dalla Destra nei cinque anni del ‟nuovo mondo”, accodarsi a una parte di America sperando di riceverne benefici politici interni, non ha funzionato e infatti non l’hanno riesumata, è rimasta il ‟morto in casa” di questa elezione. La controformula proposta dall’Unione, il ritorno alla ‟casa dei padri”, all’Europa, è la più naturale e sensata, per chi non abbia disastrose velleità napoleoniche. Ma rimane da costruire, con il nostro contributo, l’ipotesi della unità europea e del ritorno a un’Organizzazione delle Nazioni Unite efficace e non soltanto tigre di carta. Sono questioni enormemente complicate, sono incognite insieme terrificanti ed entusiasmanti, che ‟non vendono”, come direbbe un promotore pubblicitario di Mediaset e per questo sono state ignorate. La gente non è pronta, non è abbastanza matura per ascoltare una discussione seria sulla politica estera. E’vero. Ma se nessuno ce ne parla, nel momento più alto della vita democratica di un Paese, in un’elezione, quando matureremo?
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te