Umberto Galimberti: La scuola dei ragazzi e le colpe dei professori

A sentirli quando sono intervistati dalla tv fanno un po’pena. ‟Siete contenti di ritornare a scuola?”. ‟Sì, così rivediamo i nostri amici”. Certo la socializzazione è una cosa importante a scuola, ma non è lo scopo primario. Istruzione della mente (a cui si limitano i professori) ed educazione dei sentimenti (a cui dovrebbe estendersi la loro competenza, perché dalla formazione del sentimento dipende la moralità dei comportamenti) dovrebbero essere gli scopi primari della scuola che in questi giorni si riapre. Nella ritualità della ricorrenza potrebbe accadere qualcosa di nuovo se solo i professori si rendessero conto che non è vero che gli studenti non hanno voglia di studiare. Semplicemente dovrebbero essere motivati da insegnanti ‟carismatici”. Con questa parola intendo la capacità di intercettare l’entusiasmo, che è una prerogativa giovanile, attraverso la fascinazione, e nella fascinazione far passare i contenuti culturali trasmessi con rigore e serietà. Perché i giovani credono nel rigore, mentre non aprono un libro se hanno la sensazione che applicarsi o non applicarsi a scuola porta più o meno allo stesso risultato. La fascinazione disgiunta dal rigore approda al plagio, che non è un processo educativo, perché arresta lo sviluppo della personalità dello studente in quello stadio pigro che è la pura e semplice adorazione per il professore che incanta. Ma anche il rigore senza fascinazione non approda a una crescita, perché si risolve in un puro esercizio della volontà, senza il sostegno di un investimento emotivo e quindi di un autentico interesse che è il vero motore dell’apprendimento. Sappiamo tutti, infatti, che la ‟buona volontà” a cui, come a una formula magica, ricorrono i professori nei loro sbiaditi colloqui con i genitori, non esiste al di fuori dell’interesse, che l’interesse non esiste separato da un legame emotivo, che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra professore e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione che scatta non appena la psicologia dello studente esce dagli schemi della psicologia del professore. Per questo basta pochissimo e, se si evita l’abbandono scolastico che, non dipende tanto dalle difficoltà che si incontrano quanto dalla paura di essere rifiutati, certo non si evita quella demotivazione insidiosa che spegne in giovani vite il rispetto di sé. I giovani di oggi sono fragili perché troppo gratificati dalla famiglia e dalla società che li educano al principio del piacere più che a quello della realtà. Eppure la realtà li attende alla fine del loro percorso scolastico e universitario, quando il loro sguardo, non più adolescente, non commuove più nessuno. Ed è lì che pagano il conto di percorsi scolastici poco affascinanti e poco seri che non sono stati in grado di intercettare il potenziale della loro intelligenza e della loro volontà di riuscire. Se a ciò si aggiunge che il progresso o il regresso di un paese, le opportunità da cogliere e gli scenari su cui investire dipendono in larga misura dal livello culturale raggiunto dalle nuove generazioni. Capiamo quanta responsabilità ricade sulla scuola, di cui i politici finora non hanno tenuto gran conto, perché il loro sguardo non si allunga oltre la loro legislatura, che è un tempo troppo corto per i processi di formazione, che solo apparentemente sono marginali per lo sviluppo di un Paese, per il suo benessere e per la stessa felicità degli individui.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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