Vittorio Zucconi: L’Onu non applaude la dottrina Usa

Ha parlato davanti a un muro di indifferenza, greve come un voto di sfiducia. Di fronte allo sfondo di marmo grigio che vorrebbe essere solenne e in queste occasioni riesce soltanto a essere funerario, un ripetitivo George W. Bush parla a 192 nazioni che lo ascoltano in un silenzio marmoreo, interrotto soltanto da colpetti di tosse e di starnuti. Neppure un applauso, un accenno di consenso, in venti minuti di soliloquio appassionato.
Guardare il mondo che guarda Bush mentre promuove la sua dottrina della nuova Guerra Fredda, del ‟nuovo grande conflitto ideologico” al quale chiama nazioni sempre meno ‟willing”, sempre meno accondiscendenti, mentre vanta successi inesistenti e attacca l’Iran, e confrontare questa neo glaciazione con il calore che lo circondò nel suo primo discorso all’assemblea dell’Onu dopo l’11 settembre, dà la misura di quanto capitale di simpatia, di credibilità e di autorità morale questa amministrazione americana abbia saputo dilapidare.
Le sue parole piovevano come gocce sul marmo e scivolavano via senza traccia. Un solo applauso di maniera, alla fine. Pochi secondi, quindici, quanti se ne concedono all’oratore della Finlandia o del Mali. Il mondo al quale Bush ha parlato battendo sul tasto del nuovo ‟grande conflitto ideologico” e sullo scontro con l’Iran, perchè questa America neocon vive ed esiste soltanto nella dinamica del conflitto permanente per far dimenticare i propri errori, è davvero cambiato. Ma non è cambiato come gli Stati Uniti avrebbero voluto. il ‟futuro luminoso” che egli vede per il Medio Oriente, usando una frusta espressione tristemente ideologica, non sembra affatto così luminoso, visto dal Medio Oriente e dalla guerra civile in Iraq. Le frontiere della democrazia non sono avanzate affatto, arretrano, come nella Thailandia in pieno golpe militare, neppure in quel Libano straziato dalla minoranza violenta di Hezbollah; nuove forze dell’estremismo armato sono emerse per voto popolare dal la castrofe palestinese e l’Iran e gli ayatollah sciiti. Quando Bush afferma che ‟l’America vuole la pace” il silenzio dello scetticismo in aula si potrebbe tagliare con il coltello. Lo slogan della guerra preventiva per portare la pace, non commuove più molti. Nell’imperativo della ‟coerenza dell’incoerenza”, Bush deve dunque riorientare le paure dei propri elettori e l’attenzione del mondo su quell’Iran che era passato di moda, nel momento del montage propagandistico contro Saddam. Come Osama bin Laden, che periodicamente viene seppellito (‟non mi importa niente di lui” disse Bush quando gli sfuggì di mano) e riesumato quando i sondaggi cedono (infatti oggi, dopo l’ennesimo recupero del mostro, la popolarità di Bush è in recupero interno) così ora si riscopre quello che tutti i presidenti americani, da Carter a lui, sapevano, che il nodo del problema, la chiave del cosiddetto ‟scontro di civilità” non è mai stata a Bagdad, ma è sempre stata a Teheran. E contro gli Iraniani oggi, la Casa Bianca invoca quelle sanzioni che, per sua stessa ammissione, non avevano funzionato affatto in Iraq, o non ci sarebbe stata alcuna necessità di invaderlo e occuparlo.
Una richiesta specialmente indigesta per un’istituzione come l’Onu che già fu sottoposta all’umiliazione delle prove di fantasia portate da Colin Powell e che di cambiali a questo gruppo dirigente americano non è disposta a firmare più. Lo ha dimostrato, proprio pochi minuti prima che Bush apparisse davanti ai lastroni di marmo, Jacques Chirac quando ha rovesciato il carretto americano suggerendo di fare il contrario di quanto Bush e il suo mazziere all’Onu, l’ambasciatore provvisorio John Bolton, vorrebbero: prima chiedere la sospensione dei programma nucleari e poi, in caso negativo, far scattare le sanzioni. Il discorso di Bush non colpisce soltanto per la glaciale quasi offensiva accoglienza. Se lo si confronta con gli altri quattro pronunciati dallo stesso podio, nel 2002, 2003, 2004 e 2005, davanti all’assemblea generale d’autunno, colpisce la scomparsa di una parola pesante, ‟tortura” che fino al 2005 brillava nella litania degli orrori attribuiti ai dittatori e che ora, mentre la Casa Bianca tenta di strappare al Parlamento ameriano l’autorizzazione a quelle che pudicamemte vengono chiamate ‟tecniche coercitive di interrogatorio”, è meglio non nominare. Dell’Iran, oggi al centro di ogni scenario apocalittico, non c’era traccia nei quattro discorsi precedenti e il ripetuto appello ai ‟moderati” nel mondo arabo, perchè ‟si facciano avanti e prendano in pugno le speranze e le aspirazioni della gente”, suona generoso quanto vacuo, alla luce di quanto sta accadendo nella realtà di quel mondo. Ancora una volta la disconnessione fra la realtà e quello che lui descrive è abissale. Ma la madre di tutte le incoerenze è nella necessità di chiedere aiuto a quella comunità internazionale che la ideologia ‟politically correct” della destra non ha perduto occasione di dileggiare, attaccare e svillaneggiare.
Tornare oggi nel detestato grattacielo di vetro, quello che il rappresentante di Bush, Bolton, avrebbe voluto segare in due perchè inutile e fonte soltanto di sprechi, e usarlo come fosse un tassì dal quale salire e scendere secondo convenzienza, non è la premessa migliore per ottenere dalle 192 delegazioni qualcosa più di un applauso di maniera. E nel discorso di Bush sprofondato nella ostentata indifferenza delle 192 delegazioni, c’è il nodo irrisolto della illusione neo conservatrica: avere bisogno di quel mondo che si vorrebbe fare e disfare a proprio comodo e che non è più ‟willing”, non è più disposto a fare la parte del cane agitato dalla coda americana.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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