Vittorio Zucconi: Elfriede, la Ss che visse da ebrea

Diecimila donne bussarono insieme alla sua porta, presentandole il conto della loro morte. ‟Signora Elfriede Lina Rinkel?” chiesero con la voce del funzionario del governo americano. ‟Ja” rispose la vecchietta ormai cieca, consumata dal diabete e dai suoi 83 anni. ‟Lei era una delle guardie nel campo di sterminio di Ravensbrück dove diecimila ebree furono uccise?”. Ja, disse lei senza tentare di negare. ‟Venga con noi” le ordinarono, senza che lei protestasse, negasse, resistesse. Se lo aspettava, lo sapeva da 60 anni, Elfriede Lina Rinkel che le dita di quelle donne e delle loro bambine l’avrebbero raggiunta, attraverso 65 anni, due continenti e un oceano. È stata espulsa e deportata in Germania come ‟criminale di Guerra”, dopo 47 anni di vita a San Francisco.
Eppure se c’era qualcuno, tra i 120 criminali nazisti scovati negli Usa ed espulsi, che avrebbe avuto ogni diritto di credere che il passato fosse ormai sepolto nelle fosse comuni dei lager, quella doveva essere la donna dai capelli rossi e dagli occhi azzurri che nel 1959 aveva incontrato in Germania il signor Rinkel e lo aveva sposato. Il loro incontro, forse potremmo dire il loro amore se ne sapessimo più di quanto raccontano i giornali americani, era qualcosa più del solito ‟matrimonio di Guerra” fra il soldato solitario e la bella ragazza del posto. Il signor Rinkel era ebreo.
La guerra era finita già da 14 anni, la denazificazione della Germania era stata archiviata per il bene della stabilità e dello scontro di civiltà con l’Oriente Rosso. E l’americano che la ‟cattiva ragazza” tedesca aveva sposato, era il perfetto passepartout per aprire un futuro in America e, soprattutto, per chiudere un passato nel Terzo Reich. Nella domanda di emigrazione come sposa di un Americano, Elfriede Huth coniugata Rinkel aveva segnato ‟no” alla domanda se mai avesse fatto parte del Partito Nazista e avesse commesso crimini di Guerra. Il permesso di soggiorno, in anni più generosi e meno paranoidi di oggi, fu concesso rapidamente. Chi poteva sospettare che una cacciatrice ariana di ebrei avrebbe voluto trascorrere la propria vita al fianco, e nel letto, di uno Jude?
Si sistemò a San Francisco quando non aveva ancora 40 anni, una donna giovane, una esemplare hausfrau, casalinga assolutamente devota non soltanto al marito, ma alle beneficenze religiose e alle cause sioniste delle quail lui era un appassionato sostenitore. Non si convertì, ma non c’era fund raising, raccolta di fondi per Israele, meeting, iniziative della sinagoga di Nob Hill, la bella collina di San Francisco dove viveva, alle quali non partecipasse.
Soltanto una cosa, stonava un poco: la signora aveva sempre rifiutato di trasformare la residenza in cittadinanza Americana. Per rispetto verso la mia famiglia, le mie origini, rispondeva al marito perplesso. Per evitare la indagini e le ricerche assai più approfondite sul passato che una procedura di naturalizzazione prevede.
Se il servizio immigrazione, oggi divenuto un braccio della Agenzia per Sicurezza Nazionale, le avesse condotte, se, come è accaduto nei casi di almeno un centinaio di SS, kapò, guardie di campi di sterminio nazisti, forse, come nel caso di Ivan il Terribile Demianjuk, ‟il boia di Treblinka” scovato dopo 40 anni nascosto a Cleveland, sarebbe venuta fuori la verità.
La bella ragazza rossa con gli occhi azzurri si era volontariamente arruolata come sorvegliante nel lager, perché, dirà poi, il lavoro che faceva, da piccola travet civile in un ministero, la annoiava. Fu assegnata a Ravensbruck, una delle più efficienti fabbriche della morte nella catena di Himmler, Eichmann e Heydrich. La sua specialità era aizzare cani contro il gregge delle prigionieri tremanti per tenerle buone, in riga, disciplinate verso la ‟soluzione finale”. ‟Non ho personalmente mai ucciso nessuno” spiegherà. Ma neppure nell’ultimo viaggio verso la deportazione dirà mai una parola di pentimento, di rammarico. ‟Era il mio job”, anzi, il mio ‟chop”, come diceva ancora nel suo indelebile accento Tedesco, il mio lavoro.
Quando lei e il marito invecchiarono, da brava coppia previdente, si comperarono una tomba nel cimitero israelita di San Francisco, superando le obbiezioni dei rabbini e dei responsabili del camposanto che abitualmente si oppongono alla sepoltura di ‟gentili”, di non ebrei, nella terra sacra al loro culto al popolo. Ma Elfriede aveva talmente ben meritato della comunità ebraica che un’eccezione fu fatta. La tomba a due piazze fu concessa: sia sopra il loculo del marito, scomparso un anno fa, sia su quello destinato a lei già con il suo nome, era stata affissa la stella di Davide.
Forse fu soltanto coincidenza, che gli spettri l’abbiano raggiunta poco dopo la morte del marito, in un monolocale triste e confuso nel quartiere che a San Francisco chiamano ‟Tenderloin”, il ventre molle e fradicio della città, verso il quale scivola chi non tiene il passo della corsa dei topi. Elfriede era stata sfiancata dal diabete, che l’aveva resa cieca, debole, quasi immobile, aggrappata al bastone, prigioniera del palazzotto decrepito abitato ora soltanto da latinoamericani senza documenti. Non poteva certo opporre resistenza fisica, ai due funzionari dell’ufficio inchieste che dal 1979 sta dando la caccia agli ultimi superstiti del nazismo nascosti in America e quella sua menzogna sulla domanda di visto, il ‟no” alla appartenenza a SS o a gruppi paramilitari nazisti, l’ha, formalmente, perduta. ‟Una evidente, spietata crudeltà burocratica” ha tentato di difenderla l’avvocato e ha ragione. La burocrazia sa essere ferocemente crudele, come potrebbero testimoniare le diecimila donne di Ravensbrück.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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