Umberto Galimberti: Il confine malcerto tra salute e salvezza

Perché di fronte a una medicina sempre più tecnologizzata, e quindi più scientifica e precisa, c’è un ricorso sempre più frequente alla medicina che oggi chiamiamo ‟alternativa”, ma che un tempo era la medicina ufficiale, quella di Ippocrate, di Galeno, le cui opere tradotte in arabo e poi dall’arabo in latino giunsero nel medioevo fino a noi attraverso la Scuola salernitana in Italia e quella di Montpellier in Francia? Queste scuole dall’anno Mille alla fine del Millesettecento diffusero la loro cultura del "corpo", della salute e della malattia in alternativa alla cultura dell’"organismo" a cui, a partire da Cartesio nel Milleseicento, il corpo fu ridotto con enorme vantaggio per il sapere medico e qualche svantaggio per la psicologia del paziente, che quando si ammala ed entra in un ospedale si percepisce come un semplice rappresentante d’organo, collocato in reparti dove è l’organo ammalato ad adunare i convenuti che, intorno a loro, non hanno più alcun mondo della vita, ma il mondo ristretto della malattia e della salute dell’organismo, percepito non più come veicolo, ma come ostacolo da superare per essere al mondo. Per capire la differenza tra il "corpo" che noi viviamo e l’"organismo" che la scienza ispeziona è sufficiente che ci osserviamo quando andiamo dal medico, ad esempio per una visita agli occhi. Quando entriamo nel suo studio viviamo i nostri occhi come ciò che ci consente di incontrare una persona, un "tu" nel mondo; quando ci sottoponiamo alla visita li viviamo come una cosa che l’altro osserva come si osserva qualsiasi altra cosa. In quel momento l’occhio non è più per noi una "possibilità" per essere nel mondo, ma solamente un "organo". La stessa esperienza è vissuta dal medico che quando riceve il paziente, quando lo saluta, lo fa accomodare, lo vede come una persona, poi quando lo fa adagiare sul lettino, lo vede come un organismo. Il medico scompare dietro l’obiettività del suo metodo e il paziente viene de-personalizzato. è contro questa de-personalizzazione (a cui la medicina scientifica è costretta dal suo metodo) che reagisce chi si rivolge alle medicine alternative, da quelle orientali, a quelle omeopatiche, da quelle psicoterapiche fino ai pellegrinaggi nei luoghi di culto dove talvolta avvengono miracoli. La scienza medica, che a partire da Cartesio ha visualizzato il nostro corpo prima sotto il profilo fisico poi chimico, oggi biochimico e domani genetico, non può che allontanarsi sempre di più dal mondo della vita dove i nostri corpi vivono e si percepiscono come soggetti d’esistenza e non come oggetti d’osservazione, per cui sempre più radicale sarà la distanza tra il corpo oggettivato dalla scienza che si offre all’indagine anatomico-fisiologica e il proprio corpo come è concretamente vissuto e sperimentato dall’esistenza. Questa divaricazione è strutturale, anche se può essere attenuata dal medico che non guarda solo le lastre o i risultati degli esami ma anche in faccia il paziente, per assolvere non solo il dovere dello "sguardo clinico", ma altresì per accogliere chi a lui si rivolge con tutta l’ansia connessa alla precarietà della vita e allo spettro della morte. Ma non possiamo pretendere dal medico un tratto "umano" più di quanto non lo pretendiamo dall’impiegato delle poste o della banca, dal vigile urbano o dal poliziotto, fino alla commessa del supermercato o all’operatore del call center, anche se l’"effetto placebo" ci dice che lo stesso farmaco dato da un medico verso il quale si nutre un’indiscussa fiducia aumenta la sua percentuale di efficacia del trenta per cento. Ed è forse per questo trenta per cento di efficacia connessa alla fiducia che il paziente ha riposto nel medico da cui si è sentito accolto e riconosciuto come persona, che si ricorre alla medicina alternativa la quale, a differenza di quella scientifica, non focalizza la malattia, ma l’individuo e lo stile di vita a partire dal quale quel certo individuo, con quella certa biografia, in quelle certe circostanze si è ammalato. I rimedi? Qui la scienza con il passo lento delle sue ricerche e la fede che talvolta sposta le montagne si contendono il campo e si dividono i pazienti: tra coloro che credono nel sapere ipotetico deduttivo della scienza in grado di dimostrare statisticamente cos’è meglio e cos’è peggio in ordine ai protocolli da adottare e alla loro efficacia, e coloro che credono nell’individualizzazione della cura, dopo l’avvenuto riconoscimento della propria soggettività e l’instaurazione di un rapporto fiduciario che disponga il corpo nel modo più favorevole al rimedio. Intorno alle fedi è inutile disputare. Perché la fede si radica nella speranza di vita dove salute e salvezza confondono i loro confini e ognuno sceglie il percorso che ritiene per lui più salutare o salvifico, senza però dimenticare, gli uni e gli altri, che non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché fondamentalmente bisogna morire.
Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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