Vittorio Zucconi: La terra delle bambole senza volto

Oggi è facile raggiungere la terra del popolo senza tempo. Basta seguire il sangue di cinque bambine e i camion delle tv con le antenne. La mattina del 29 settembre, quando Naomi, Emma, Rebecca, Zoe e Martha, la più grande di dodici anni, la più piccola di sette, salutarono le loro bambole rigorosamente senza volto come vuole la legge degli Amish ed entrarono a scuola, credevano ancora, come tutte le sorelle e i fratelli con i quali erano cresciute in quell’isola di ieri, di essere figlie di un altro cielo. Protette da mamme che avevano cucito le bambole e i loro vestitini blu sempre uguali sotto lo scialle bianco spillato, da padri che mietevano il loro cibo con il sudore della fronte e da un Dio che aveva scelto proprio loro per incarnare sulla terra il rifiuto del mondo. Non sapevano ancora che tu puoi rifiutare il mondo quanto vuoi, ma il mondo non è purtroppo obbligato a rifiutare te. Naomi, Emma, Rebecca, Zoe e Martha non avrebbero mai più rivisto le loro bambole dai volti di cotone bianco senza occhi, bocca o naso, come il colore del sudario nel quale sono state imbalsamate prima di essere sepolte nel cimitero Amish di Lancaster County. Nel quale, naturalmente, tutte le pietre tombali sono identiche. Il massacro nella valle delle bambine senza peccato e delle bambole senza volto, nella terra degli Amish della Pennsylvania, è una di quella tragedie che ci si chiede perché non siano successe prima e perché non possano accadere anche domani, sul filo dell’alta tensione che corre fra popolazioni che vivono l’una accanto all’altra, ma separate da cinque secoli. I quarantamila anabattisti svizzero-tedeschi che cercano di vivere come fu insegnato a loro nella prima metà del Cinquecento, vivono in mezzo ai tredici milioni di "english" come un rimprovero vivente. Simboli di una semplicità rigorosa, di una anacronicità arcigna e tenera, nella sua mitezza. Sono commoventi e insopportabili, per chi, come l’assassino di quelle cinque bambine, legge nella virtù degli altri l’immagine rovesciata della propria empietà. Sui fili tirati davanti alle fattorie, visibili da lontano come il gran pavese di un transatlantico immobile, sventolano nel vento già fresco dell’autunno i panni bianchi, viola, blu, neri, grigi stesi dalle donne che ignorano lavatrici e asciugatrici e si affidano per lavare e seccare alle assi, alle tinozze e alla brezza. Sono le bandiere di un esercito disarmato che rifiuta di arrendersi al tempo, che combatte i nemici, noi, i nostri macchinari, le nostre vanità, la perdizione della guerra, stringendosi alla sola arma che accetti di brandire, il proprio passato. Si arriva in questa isola del tempo perduto attraversando il Susquehanna, il più grande e il più bello dei fiumi americani dell’Est che qui, prossimo alla foce, si allarga fino a due chilometri e porta verso l’Oceano la terra scavata negli Appalachi e il ricordo degli Irochesi che appena ieri lo navigavano con le loro canoe. Come tutte le culture fossili, anche questa di cristiani radicali e fondamentalisti del Sedicesimo secolo suscita in noi, distruttori dei loro mondi e dei loro sogni, insieme enorme tenerezza e qualche rimorso. La demografia e il censimento ci dicono che questa "tribù" teutone resiste, è presente in almeno dieci stati americani e ora è sbarcata addirittura in Sud America, in Brasile, ma la vera ragione non è gioiosa. è il continuo, inesorabile restringersi della materia prima senza la quale non potrebbero esistere e praticare la loro forma di cristianità contadina, cioè la terra. Ancora trent’anni or sono, passare oltre le ultime città degli "yankees" sul magnifico fiume, Harrisburg, Lancaster, le acciaierie della Bethlehem Steel che esalavano dalle ciminiere il loro ultimo catarro nero prima di morire, imboccare la vecchia strada numero 30 che porta a Nord, verso Philadelphia, ed entrare nella terra degli Amish, significava realizzare davvero uno dei più triti luoghi comuni del giornalismo, compiere un viaggio all’indietro nel tempo e nello spazio. I seimila chilometri che li separano da quella Svizzera tedesca dalla quale dovettero scappare perché giudicati - dai calvinisti e dai battisti svizzeri che pure mattacchioni non erano - troppo rigidi, e i quasi cinquecento anni che li dividono dal fondatore scomparivano. Qui - a pochi chilometri dal massimo degli insulti tecnologici possibili, da quella centrale nucleare di Three Miles Island sul fiume Susquehanna che rischiò di saltare per aria e di spazzare via noi, il nostro e il loro mondo sulla costa atlantica degli Usa - Calvino si sarebbe trovato a casa, Menno Simmons, il creatore dei Mennoniti dai quali gli Amish derivano nel 1536, si sarebbe potuto sedere a tavola, spezzare il pane fatto in casa alla luce delle candele, indossare i panni degli uomini, infilarsi le loro bragone di panno nero ruvido rette da una bretella sola, sempre una sola, perché due sarebbero già segno di vanità e di debauche blasfeme. Jakob Amman, il capostipite del movimento, da cui il nome di "Amish", sarebbe stato orgoglioso di vedere che cinque secoli dopo la sua predicazione di protestante radicale, i figli dei figli dei figli dei suoi primi seguaci sarebbero rimasti fedeli al monito di quel Dio della Bibbia che, nella Lettera ai Romani, capitolo 12, versetto 2, intima di ‟non conformarsi mai al mondo”. Per due secoli - da quando le avanguardie dei Deitsch, come si chiamano dal loro dialetto svizzero-tedesco, fuggirono qui nel 1720 per evitare il servizio militare - hanno saputo addirittura resistere al frullatore dell’America che inghiotte le culture e le risputa omogeneizzate: impresa assai più difficile che difendere le proprie tradizioni in una valle svizzera. Ma nei trent’anni passati dalla prima volta in cui sbarcai nell’isola degli uomini senza tempo a oggi, mentre la processione dei camion televisivi costringe i loro calessi a zigzagare per evitarli e raggiungere il cimitero delle bambine, la aggressione del presente è visibilmente, angosciosamente avanzata. Attorno alle loro fattorie e ai loro campi di mais, di grano, di tabacco, alle loro coltivazioni di sedani, tanto amati da essere regalati a fascine come dote per le spose novelle e usati come decorazione alle feste di matrimonio, le dita delle superautostrade si sono allungate. I sobborghi delle città hanno sbocconcellato le terre rese sempre più costose e preziose dall’urbanizzazione. I motel con piscina e tv satellitare sono spuntati per ospitare turisti curiosi che comperano marmellatine "naturali" e quilt tessuti a loro imitazione sperando di rivivere le sequenza di Witness il film con Harrison Ford che diede una mazzata micidiale alla loro pace. Tengono duro, anche tra i camion tv, le auto dei curiosi, i finti Amish con i loro calessi per turisti, le marmellate, i quilt cuciti in India dove le mani delle donne costano niente, le strisce di carne seccata e affumicata, proprio come il pemmican mangiato dagli Irochesi. Sempre senza elettricità, motori, tv, telefoni. Niente che li distacchi dal mondo del Sedicesimo secolo, e li avvicini alle nostre oscene guerre. Non troverete mai un amish con i baffi, perché i mustacchi erano orgoglio di ufficiali e militari, né una donna con bottoni, perché i bottoni ornavano le uniformi dei reggimenti. Dicono che i ragazzi, gli adolescenti che finiscono la scuola sempre a quattordici anni, dopo e non oltre la terza media, e vengono liberati come cuccioli ansiosi perché vadano a sperimentare la vita oltre il giardino, tornino e soltanto uno su cinque resti impigliato nella città del peccato. Anche prima che Charles Carl Roberts entrasse nella scuola per torturare e uccidere Emma, Zoe, Rebecca, Naomi e Martha, il vento non più limpido del nuovo mondo aveva cominciato a sporcare di polveri e di scarichi la biancheria stesa ad asciugare. Mai gli Amish avevano dovuto seppellire cinque vittime della violenza. Una sola volta in due secoli qui si era visto un omicida, Edward Gingerich, uccidere la moglie e il figlio, nel 1983. Il resto silenzio, discrezione, solidarietà, forse anche omertà, sussurra qualche transfuga, insinuando che sotto quei sottanoni pesanti e modesti sempre blu, viola o neri, nelle cuffie obbligatorie delle donne che devono avere lo stesso numero di piegoline per non stimolare la nota vanità satanica femminile, si nascondano gli abusi e i peccati di ogni maso chiuso. Tutto resta come sempre, in saecula saecolurom, la comunione due volte all’anno, autunno e primavera, la preghiera nelle case dei fedeli, i salmi lunghi quindici minuti, i vescovi niente altro che anziani eletti, il servizio militare mai, il voto alle elezioni sempre per fare lobby e difendersi meglio, figli molti e bellissimi da piccini, sempre biondissimi, i capelli dei maschietti diritti e tagliati bruscamente con la scodella sotto i cappelli di paglia d’estate e di panno d’inverno, le trecce delle femmine che scendono dai "bonnet" bianchi, dalle cuffie. Naturalmente a plissè a numero chiuso. Dai finestrini dei calessi guardi i bambini guardare noi, quelli del mondo vanitoso, competitivo, aggressivo, perché lo sguardo curioso dei bambini per le automobili che non potranno mai possedere, per i vestiti che non potranno mai indossare, per il trucco che copre i volti delle nostre donne, incuriosisce te come tu incuriosisci loro. Non si capisce chi vada a vedere chi, se siano loro a meravigliarsi per la nostra follia o noi a stupefarci per la loro. Chi, fra noi e loro, sia davvero dietro le sbarre della gabbia. Ma una cosa si capisce, che questi quarantamila del "Vecchio Ordine", i più rigidi, o gli altri centocinquantamila sparsi per gli Stati Uniti sono circondati da una modernità che li assedia e che inesorabilmente sembra destinata a inghiottirli. La rete elettrica, già lontana, si estende, come una ragnatela nella quale il ragno è il mondo e questi bambini sono le mosche. Nel 1912, quando il consiglio degli anziani, i "vescovi", decise dopo un ennesimo scisma tra i Mennoniti, che sono il ceppo principale di questi cristiani anabattisti, cioè senza il battesimo dei neonati rinviato all’età adulta, di respingere l’elettricità, il loro ragionamento fu lungimirante: la corrente elettrica, in sé, non è un "male", ma porta possibilità di cose, strumenti, suppellettili, apparecchi che inevitabilmente scateneranno voglie, desideri, vanità. Non è forse la vanità, secondo il Grande Libro, il peccato preferito dal diavolo? Questi della Pennsylvania, gli "Amish del Vecchio Ordine", o Ordnung, alla tedesca, usano al massimo batterie da automobile, quelle da dodici volt, per azionare piccoli attrezzi necessari alla manutenzione e alla costruzione, ma incapaci di far funzionare elettrodomestici, asciugacapelli, televisori, condizionatori. Possiedono frigoriferi, ma con compressori a kerosene. Viaggiano in auto, ma sulle auto altrui. Si fanno ricoverare in ospedale, per cure, interventi, esami, ma non possiedono ospedali propri. Nelle ore dopo la strage nella scuola, ad aula unica come sono qui tutte le loro scuole dove una sola maestra insegna a tutti, gli adulti si accalcavano dietro le telecamere per cercare di vedere e di sapere quello che era accaduto dentro. Mentre le immagini dell’orrore e le notizie venivano viste in Cina o in Italia, in Giappone o in Francia, i parenti, senza tv, dovevano allungare il collo per carpire un’occhiata. Sapeva di più, sulla sorte delle loro bambine, chi stava a diecimila chilometri di chi stava a dieci metri. L’assassino era venuto da fuori, da oltre il grande fiume, dalle città che stanno in agguato oltre i venti chilometri che rimangono, tra i paesi di Bird in Hand e di Intercourse, i confini della terra degli uomini senza tempo. Non era un amish impazzito, un ribelle, forse non li odiava neppure, come invece quegli altri che hanno cercato di picchettare il funerale con cartelli di insulti e lungo la strada numero 30 hanno lanciato sassi contro i cavalli dei calessi, sperando di farli imbizzarrire e di rovesciare a terra gli uomini con i cappelli di paglia, le donne con le cuffie, i bambini sotto i loro capelli biondi a scodella. Gli studiosi di confessioni cristiane osservano che gli Amish della Pennsylvania, sono una frazione di una frazione dei Mennoniti, che altrove sette meno rigide stanno addirittura acquistando trattori e camioncini per trasportare i loro prodotti al mercato e soltanto questi restano assolutamente fedeli al precetto del Demut, la sottomissione, l’umiltà, la modestia, alla parola del Libro: ‟Uscite dal mondo e siate diversi dal mondo”. Ma molti sono stati visti usare il telefono, nei giorni del sangue, dentro le cabine che i loro vicini che vivono nel mondo costruiscono per loro. Un giornale locale ha scritto che una delle bambine, la più piccola, è stata seppellita con una delle sue bamboline senza volto, ma forse non è vero. Spero che non sia vero, perché stringe troppo il cuore, come il mondo si sta stringendo attorno agli Amish.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

Vai alla scheda >>

Scopri il negozio Feltrinelli più vicino a te