Vittorio Zucconi: Bush fa alzare i caccia, torna l’incubo 11 settembre

Cinque anni dopo l’11 settembre, in un altro giorno 11, basta un piccolo aereo privato Piper pilotato da un giocatore di baseball per rimettere l’America ufficiale, il governo, i media, le autorità che ogni giorno promettono più sicurezza in cambio di più miliardi e di meno libertà e soprattutto la gente, nello stato d’animo dove Manhattan si scoprì quella mattina: sempre e angosciosamente vulnerabile e indifesa. Se quel Piper fosse stato carico di esplosivo e pilotato da terroristi suicidi oggi dovremmo descrivere la fotocopia di un’altra immensa tragedia. George Bush aveva appena finito la sua conferenza stampa alla Casa Bianca convocata per rassicurare una nazione sempre più disgustata dalla inutile carneficina in Iraq e sempre meno convinta che questa presidenza la conduca sulla ‟giusta rotta” quando da New York è piombata la notizia dello schianto contro il condominio Belaire sulla 72ma strada, sulle rive dell’East River. Nella confusione totale delle reazioni, mentre vigili del fuoco e polizia di New York correvano verso l’incendio, che ore dopo ancora brucia, e il Norad, il comando dello spazio aereo nord americano, lanciava stormi di caccia sopra le maggiori città americane, il nuovo pachiderma burocratico creato dall’amministrazione Bush dopo le Due Torri, la Agenzia per la Sicurezza Nazionale, era completamente assente, come già lo fu la protezione civile, la Fema, un anno fa dopo l’assalto di Katrina su New Orleans. Anche se le autorità di New York, dal governatore Pataki al sindaco Bloomberg, si affrettavano a dire che questo sembrava un incidente e non c’erano sospetti di terrorismo, nella capitale dove il presidente aveva appena terminato di dipingere in rosa lo stato della guerra e dell’economia, il governo traccheggiava e attendeva, prima di unirsi al ‟cessato allarme”. Soltanto due ore dopo le prime notizie, mentre le immagini si spalmavano su tutti i televisori del mondo, un portavoce della Casa Bianca finalmente compariva per dire che il presidente seguiva la situazione, ma l’ipotesi jihad era da escludere. Una esitazione che aveva ricordato la lunga assenza dello stesso Bush dopo il massacro del 9/11, ma questa volta spiegabile con l’incertezza se sfruttare questo disastro come la prova che l’America deve restare vigilante e continuare a votare dunque per il partito di maggioranza il 7 novembre prossimo, per i repubblicani di Bush, e il timore che la irrisoria, spaventosa facilità con la quale un aereo privato era riuscito di nuovo a penetrare lo spazio aereo della città più sorvegliata del mondo, New York, dimostrasse quanto vuote e retoriche siano le rassicurazioni del governo. Questa, in attesa di conoscere esattamente perché Cory Lidle, lanciatore dei New York Yankees, abbia perduto il controllo dell’aereo, se la sua sia stata una bravata di pilota dilettante finita male o un incidente provocato da un guasto meccanico, è la domanda politica importante che pesa e che non avrà risposta oneste: come possa un velivolo decollare dall’aeroporto di Teterborough, uno dei piccoli campi d’aviazione della zona, e sorvolare Manhattan zigzagando, in cattivo tempo, il traffico commerciale. Ogni aereo, ovunque voli e a chiunque appartenga, deve presentare un piano di volo alla Federal Aviation Administration, chiedere permessi di sorvolo, attendere l’ok, ma nella galassia dell’aviazione privata le smagliature si sono rivelate evidenti. Si dice che questo aereo avesse l’autorizzazione a volare a vista, senza controlli diretti dai centri regionale e dalle torri. Dunque, è ancora legittimo per un privato volteggiare sopra New York, svolazzare sopra Manhattan, rischiare spaventi, allarmi e catastrofi? Quale lezione ne potrebbe trarre un terrorista che abbia seguito le immagini e la storia da un televisore in Afghanistan o in Pakistan? La sensazione che l’apparato di sicurezza, che costa 200 miliardi di dollari l’anno ai contribuenti e dovrebbe avere riunificato tutta l’insalata delle agenzie di intelligence e di protezione civile americane, sia una tigre di carta è l’incubo che oggi avvolge Washington e la Casa Bianca, a pochi giorni da un’elezione nella quale la sicurezza degli abitanti, e il presunto successo contro la jihad violenta è la sola carta che il potere politico possa giocare. Se un aereo pilotato da un giocatore di baseball può schiantarsi indisturbato contro una torre di Manhattan, mentre innocenti
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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