Vittorio Zucconi: Se Wall Street perde il primato

Per suonare la campanella che segnala l’apertura e la chiusura di Wall Street, come il tintinnio rituale di devoti chierichetti, sgomitano le massime corporation del mondo, da Disney alla Visa Card, dalla Kellog alla Pfizer. Presidenti, amministratori e star assoldate per lo show scampanellano e si divertono come bambini. Forse si divertirebbero un po’meno se sospettassero per chi suona quella campana. Suona per la Borsa di New York che sta rischiando di perdere la supremazia fra le "city" della finanza mondiale, a favore di Londra, forse della immancabile Cina e addirittura, in un futuro non più inimmaginabile, di Mosca. Nei vent’anni trascorsi dalla liberalizzazione thatcheriana del mercato di borsa londinese nel 1986, che spalancò davanti a investitori e a società praterie di operazioni e speculazioni, la City di Londra e il complesso dei mercati azionari che noi chiamiamo Wall Street, hanno visto i loro percorsi invertirsi. Mentre l’Europa e il mondo si incamminavano, anche grazie all’euro sempre più forte, verso le porte di Londra spalancate dalla City, l’America scossa dal crack degli anni '80, dal disastro finanziario e scandaloso della ‟new economy” e dalla tragedia che colpì proprio il cuore del suo ‟financial center” lentamente le richiudeva. E se la capitalizzazione, il valore di mercato complessivo delle ‟spa” trattate al New York Stock Exchange resta il primo al mondo, con 21,5 mila miliardi di dollari, un 21 seguito da 12 zeri, il numero di nazioni rappresentate a Wall Street, quarantasette, è stato superato dalle cinquanta che hanno preferito Londra. Eppure New York, ‟the city that never sleeps”, la città che non dorme mai e meno che mai ora, manifesta qualche nervosismo anche sulla prima pagine del suo ‟Times” che suona l’allarme sorpasso. La finanza è ciò che ha fatto di New York, di Manhattan quella che noi conosciamo, da quando un gruppo di affaristi si riunirono sotto un albero dove ora sta Wall Street a contrattate titoli. Il lavoro di due newyorkesi su 10 dipende da Wall Street, senza neppure contare l’esercito di venditori di falafel, hot dog, pretzel, acqua e bibite che sfamano la frettolosa fame dei chierichetti del danaro. Un dollaro su tre incassati dal comune arriva da Wall Street. E gli 85 milioni di americani che hanno almeno un dito in azioni, fondi di investimento, derivative, stock options, hedge funds, possiedono un ‟portafoglio” complessivo che vale il 110% del Prodotto Interno Lordo annuo. Con un indice Dow Jones che questa settimana ha fatto il record storico oltre quota 12 mila, tutto sembrerebbe eccellente qui sul fronte occidentale della guerra globale per i capitali. Ma non lo è. La cappa plumbea scesa su New York dopo l’11 settembre, e dopo gli strascichi criminali e psicologici della ‟bolla” anni 90, comincia a pesare. L’amministrazione repubblicana di George Bush, nominalmente liberista, reaganiana e thatcheriana ha recintato la prateria della speculazione con severi muri e fili spinati. Leggi di controllo e sorveglianza severissime, come la Sarbanes-Okley del 2002, approvata da 99 senatori su 100, hanno reintrodotto ‟regulations” che altrove apparirebbero dirigeste e dato nuovi strumenti alla Commissione di Controllo, la Sec, dopo il crack della Enron, della Worldcom, della Tyco, portando amministratori e finanzieri disonesti in carcere anche per 24 anni. L’ossessione del terrore ha prodotto l’idra della nuova ‟Agenzia per la Sicurezza Nazionale”, che rende l’immigrazione legale, e i semplici viaggi di affari sempre più complicati e umilianti, scoraggia l’assunzione di cervelli non americani, che oggi preferiscono la sempre più accogliente Londra. E la pessima considerazione di cui gode nel mondo l’America di Bush pesa, al momento di decidere se quotare la propria società a New York o altrove. ‟Ormai, abbiamo la sensazione di non essere più benvenuti negli Usa” ha detto al New York Times un banchiere arabo. Ma le notizie del sorpasso londinese, o cinese, sono ancora largamente premature. E Bloomberg, il sindaco, sta investendo soldi per restituire a Wall Street il magnetismo insidiato. Il cedimento del mercato immobiliare può rendere di nuovo accessibile la vita a New York. E le prenotazioni per battere la campana di Wall Street, che nel 1903 prese il posto di un lugubre gong cinese, coprono ormai tutto il 2007. ‟Non ho mai venduto tanti hot dogs come adesso” ha risposto orgoglioso un ambulante turco a un intervistatore della Msnbc. ‟New York sarà sempre New York”. E se degli analisti di Borsa è sempre opportuno non fidarsi troppo, i venditori di salsicce hanno buon naso.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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