Michele Serra: Milano. L’eterna guerra dell’Ambrogino

Ogni anno, alle prime brume, in vista di Sant’Ambrogio (il sette di dicembre), divampa a Milano una solenne eppure infurentita discussione. Si tratta di assegnare gli ambrogini d’oro, che a partire dal nome parrebbero evocare una bonaria miniatura della milanesità, come se a Napoli si distribuissero gennarini, a Roma romoletti, a Nuova York melette d’oro. Un simpatico ninnolo per cerimonie patronali amabili, seguite da rinfresco. Ma, per ragioni che sfuggono alla ragion pura come alla ragion pratica, l’assegnazione degli ambrogini è diventata, da un bel po’ di tempo in qua, il motivo di una rissa politica smisurata, caricatura municipale della rissa nazionale. Banalmente: la destra propone ambrogini di destra, la sinistra ambrogini di sinistra, e di qui si dipana il prevedibile rosario delle reciproche accuse di faziosità, con sedute consiliari infocate, bracci di ferro, dichiarazioni addolorate, lettere aperte. Fino a parziali convergenze (gli ambrogini vengono distribuiti a manciate, ce n’è per quasi tutti) in genere sul nome di benefattori e benefattrici, o produttori industri, o preti che soccorrono bipolarmente i poverelli. Convergenze parallele che però non bastano a placare le reciproche offese. La disputa, tutti gli anni, si ripropone con una schematicità così perfetta da confondersi con quella dell’anno precedente. In genere la sinistra candida giudiziosi e correttissimi artefici di cultura progressista, artisti molto impegnati per il bene dell’umanità, borghesi autorevoli e gentili (quest’anno Ferruccio de Bortoli); mentre la destra, in linea con la sua natura neo-scapigliata, propone rumorosi campioni della scorrettezza politica, o clamorosi rompicoglioni, o ossessionati e ossessionanti polemisti (come la signora Fallaci, lo scorso anno), meglio se nel mezzo di grane deontologiche anche gravi (come il giornalista Renato Farina, quest’anno). Ciascuna delle due fazioni è nel pieno del proprio canone, inchiavardata al proprio luogo comune. E di conseguenza si offende a morte: la destra perché quasi ogni attore o musicista o intellettuale proposto dalla sinistra è, per via della famosa faccenda dell’egemonia culturale o più banalmente per la legge dei grandi numeri, di sinistra. La sinistra perché la destra, nella disperata ricerca di nomi più o meno illustri non assegnabili al campo nemico, sarebbe disposta a premiare anche Renato Vallanzasca (tra l’altro, milanese illustrissimo - non vorrei avere dato l’idea), e dopo essere arrivata a considerare campionessa della milanesità anche la fiorentina Fallaci, si è adoperata assai, da quando è al governo della città, nel rifilare ambrogini praticamente a chiunque sbarchi a Linate e non sia comunista confesso: architetti giapponesi, autorità polacche, personalità estoni, attori italoamericani. Fino alla gag dello scorso anno, con il sindaco Albertini che inseguì vanamente Roberto De Niro in giro per la città, ottenendo per solo risultato una dichiarazione di voto in favore di Kerry e un imbarazzato "no grazie". Quest’anno, intuendo il rischio di infilarsi in quel ginepraio, si è educatamente tirato in disparte Giampaolo Pansa, candidato da Lega e Forza Italia per fare dispetto a quelli di sinistra, che difatti, pavlovianamente, già si erano indispettiti. E così almeno questa replica della vecchia rissa ambrogina, per esclusivo merito di Pansa, ci verrà risparmiata. Ma per risparmiarci anche il resto, forse sarebbe il caso di rilanciare la proposta fatta, giusto un anno fa, dalle pagine milanesi di questo giornale, esasperate e oberate, come tutte le cronache meneghine, da un mese abbondante di comunicati di fuoco e dichiarazioni indignate. La proposta era che si assegni un solo ambrogino all’anno, su decisione solitaria e insindacabile del primo cittadino. Azzerando la penosa trafila assembleare, il gioco dei veti e dei controveti, delle scomuniche, delle candidature escogitate al solo scopo di fare imbufalire i consiglieri nemici. Si sbrighi nell’ufficio del sindaco, confidando nella sua saggezza, una pratica altrimenti destinata a essere - come già è - la parodia dell’astio politico nazionale. Ci permettiamo di aggiungere, a questo prezioso suggerimento, un piccolo ma decisivo corollario: si comunichi il vincitore dell’anno solo a cerimonia avvenuta.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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