Vittorio Zucconi: L’America che si ribella al presidente padrone

Se dovessimo dare credito ai sondaggi e ignorare le lezioni della loro fallibilità, tra meno di 100 ore gli Stati Uniti, e noi con loro, dovremmo annotare la fine di un’era. La fine dell’era Bush, in una elezione referendaria sui suoi sei anni di regno. Ma se l’esito formale del voto, i numeri, sono ancora tutti scritti con l’inchiostro simpatico delle previsioni, qualcosa d’altro è già stato scritto in questa campagna elettorale con l’inchiostro indelebile, ed è la rivincita della democrazia sostanziale americana sulla democrazia formale, la ribellione dei cittadini alla tirannide della paura, del ‟noi contro loro”, del fondamentalismo neo-con e teo-con, del bene contro il male, e soprattutto la rivolta contro ‟l’uomo mandato in missione da Dio”. I falsi valori che sono la contraddizione della natura e dello spirito che hanno fatto l’America che ancora amiamo. Chi vuole vincere, in queste ultime ore, deve, repubblicano o democratico che sia, ‟correre contro Bush”. Perché il culto del grande leader, coltivato e abbracciato nelle ore del ben giustificato panico del 2001, si sta rivelando alla fine alieno, rispetto alla democrazia diffusa, scettica e radicata degli Stati Uniti. ‟Già gli avvoltoi volteggiano sulla bianca cupola del Campidoglio per dividersi la carcassa dei repubblicani”, illustra la copertina dell’Economist, annunciando la trasformazione della minoranza democratica in maggioranza. Il moderato, equilibrato Thomas Friedman, che pure della guerra in Iraq e della ‟esportazione della democrazia” era stato un supporter, si mette addirittura in ginocchio davanti all’elettorato: ‟Vi prego, vi prego, dimostrate che non siete stupidi come vi crede la Casa Bianca, e non cadete più nelle sue trappole”. ‟Fidarsi di questa gente - picchia ancora più brutale Friedman - è come fidarsi dei produttori di sigarette quando garantivano che il fumo non provoca il cancro”. Spingersi a paragonare un’amministrazione in carica da sei anni, e il partito che l’ha assecondata, a un cancro illustra il grado di rigetto che la presidenza di George W Bush, colui che disse al presidente palestinese Abu Mazen di ‟avere attaccato l’Iraq per ordine di Dio”, e quella guerra in Iraq che la definirà per sempre nella memoria storica, hanno prodotto. è praticamente impossibile, fuori dalla corte immediata del presidente e dei suoi megafoni, trovare qualcuno che non disconosca la paternità o anche la lontana parentela con quella operazione. Ma prudenza ed esperienza, unite alla conoscenza dei meccanismi elettorali americani che garantiscono la rielezione dei detentori al 98% (studio della Johns Hopkins University) consigliano di aspettare davvero non la notte, ma il pomeriggio almeno dell’8 novembre per vedere se l’opposizione democratica abbia conquistato quei 15 seggi alla Camera, su 435 in palio, e quei sei al Senato, su 33 in gioco, necessari per vincere. La impopolarità o la popolarità nazionali di un Presidente spesso si perdono nel labirinto di elezioni locali giocate a volta anche su brogli, quest’anno resi ancora più temuti dall’uso di computer facilmente "hackerabili" e nel ginepraio del "gerrymandering", la continua riscrittura dei collegi ritagliati sulla misura degli interessi del politico in carica, secondo l’invenzione del deputato Elbridge Gerry nel 1800 che diede ai distretti elettorali comiche forme da lucertola, o da "salamadra", da cui l’espressione "gerrymander". Si può dire che il consenso generale è per una vittoria democratica alla Camera, con 20 seggi di maggioranza, e di un pareggiotto, per usare un’espressione molto italiana, al Senato e poi stare a guardare. Non c’è tuttavia bisogno di attendere per vedere quello che è già accaduto. La partita che si sta giocando non è l’Iraq, dove nessuno, neppure l’opposizione, ha idee brillanti per uscire dalla palude senza ammettere di avere perduto, né il costo della salute o i diritti civili delle coppie delle stesso sesso. La partita è il perenne flusso e riflusso fra il potere esecutivo, la Casa Bianca, e il potere legislativo, il Parlamento, che muove da un capo all’altro come una marea che sempre minaccia di sommergere l’altro (come fu nel Watergate o nell’impeachment di Clinton e ora è con la presidenza imperiale di Bush) e poi si ritira. L’altra "guerra di Bush" nei cinque anni seguiti all’11 settembre, e forse la più sentita, non è stata contro Saddam od Osama Bin Laden, è stata contro il Congresso, contro il Parlamento, per riportare nelle mani dell’esecutivo, del presidente, quel potere semiassoluto che i capi di stato posseggono nel tempo della guerra e che la nazione concede sempre con grande riluttanza. Dunque, sentirsi in guerra, convincere il popolo americano di essere in guerra, creare un bisogno artificiale di un leader, significa dotarsi dello strumento per ampliare enormemente i poteri del comandante in capo, del presidente, sbarazzandosi o limitando quei vincoli costituzionali che in tempo di pace lo legano. L’eredità storica che George W Bush vuole lasciare alle prossime generazioni non è più il progetto del Medio Oriente democratizzato con la violenza, alla maniera di Germania e Giappone dopo il 1945. è la restaurazione di quella primazia del governo sul parlamento che la destra repubblicana cova nel rancore revanchista da quel 1974 quando Richard Nixon divenne il primo presidente dimissionario, per ignominia, nella storia della repubblica. Questo disegno ha corroso principi cruciali della Costituzione come il diritto per tutti al giusto processo, ha reso tutti vulnerabili alle violazioni della privacy e dell’habeas corpus, ha ridotto il Parlamento dominato dai repubblicani e schiacciato dal ricatto del terrore a una versione americana del Soviet Supremo, un corpo addetto soltanto a mettere il timbro sulle decisioni del capo e sta cercando di fare della Corte Suprema un semplice fiancheggiatore. Ha spalancato voragini di spesa pubblica e di indebitamento nazionale che hanno inorridito i veri conservatori fiscali, non più abbagliati dalle riduzioni di imposte, lasciando un’eredità di cambiali che condizioneranno per decenni anche la politica estera americana, verso nazioni come la Cina che hanno ammassato migliaia di miliardi in crediti e dunque non possono essere contrariate più di quanto un debitore incallito possa indispettire la banca che lo tiene a galla. Questo disegno di drastico spostamento dell’asse costituzionale americano verso la presidenza e verso la figura mitica di un "Grande Leader" è fallito e il prossimo Parlamento, qualunque siano i numeri, ne prenderà atto. è fallito perché l’America è disposta ad accettare la figura del leader soltanto se rapidamente vede i risultati di questo temporaneo sacrificio della democrazia sostanziale e dell’equilibrio fra poteri. Se anche i repubblicani dovessero mantenere la propria maggioranza, essi sapranno che si sono salvati il collo ‟correndo contro Bush”, che infatti ha viaggiato soltanto nei collegi ‟sicuri”, ribellandosi al Capo, prendendo le distanza da lui. In Pennsylvania, il più cristianista dei senatori, il giovane e pericolante Rick Santorum campione di quella Right Nation che aveva nella retorica identitaria, valoriale e tradizionalista la propria bandiera, ha pagato spot elettorali nei quali vanta di avere sempre lavorato bene a fianco dei democratici, addirittura con quella senatrice Hillary che fino a due anni or sono era descritta come l’anticristo. Prova finale di quanto sia importante questa elezione, è lo sforzo che gli ultimi fedeli del bushismo stanno facendo per minimizzarla, per ricordare che comunque le elezioni di metà mandato, spesso castigano il presidente in carica, che comunque la vittoria democratica non cambierebbe molto e hanno involontariamente ragione. Il risultato di martedì non cambierà molto perché quello che doveva cambiare è già cambiato, nel cuore di un’America che non ha mutato la propria pelle in due anni, ma l’ha ritrovata. E ha riscoperto quello che già stava nel proprio dna, che il proprio destino non è in un uomo, ma nella propria natura. Di nuovo sé stessa, secondo la immortale formula di Abramo Lincoln: ‟Puoi ingannare uno tutte le volte, ingannare tutti una volta, ma non puoi ingannare tutti tutte le volte”.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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