Vittorio Zucconi: Il referendum su King George

Insegna un comandamento della democrazia americana che la politica è sempre e soltanto politica locale e dunque anche il contrario è vero: tutto ciò che è locale può essere letto in chiave nazionale, come infatti avverrà questa sera quando i primi risultati cominceranno a sgocciolare dai 50 stati della repubblica americana. I non moltissimi americani che oggi si prenderanno la pena di andare ai seggi (la media storica di affluenza alle elezioni legislative negli Usa non supera il 39%) sanno che il loro voto, non importa se sia per il ragioniere capo di una contea del Wyoming o per il governatore di un grande stato, sarà letto come l’ultimo hurrah, o come la bocciatura definitiva per un uomo che neppure partecipa al voto, per George W. Bush. Ogni consultazione elettorale midterm, cioè a metà di un quadriennio presidenziale, può sempre essere letta come un referendum sul capo della nazione in carica, come in Italia si tentano di leggere elezioni comunali o provinciali in chiave nazionale, e questo fanno naturalmente i vincitori. Se, nonostante la scontata rimonta finale dei repubblicani nei sondaggi, l’opposizione democratica dovesse conquistare la Camera e, cosa assai meno probabile, anche il Senato, sentiremo i "bushisti" minimizzare e spiegarci che si trattava di elezioni condizionate dalle personalità dei singoli candidati e gli "anti bushisti" gridare invece alla rivolta popolare contro il piccolo "King George".
Ma in questo novembre del 2006, la presenza dell’uomo che ha rilegittimato la guerra come scelta discrezionale, vivendone poi la scontata catastrofe, è stata troppo massiccia e invasiva perchè lui stesso non abbia accettato di trasformarla in un ‘giudizio di Dio’ sulla propria presidenza. Per settimane, mentre i sondaggi indicavano un tracollo dei suoi repubblicani, Bush aveva ostentato indifferente ottimismo e respinto gli inviti a gettarsi nella mischia. Alla fine, tolta la giacca e rivestita la camicia sbottonata che è la sua uniforme da comizio, è tornato on the road per ripetere gli appelli, gli slogan, le formule che gli avevano fatto vincere la presidenza nel 2004.
Colui che era già oggettivamente il bersaglio delle elezioni, ha voluto diventarlo anche soggettivamente, mettendo la propria faccia accanto a quei non molti candidati repubblicani che non lo consideravano radioattivo. Così sigillando la certezza che sarà lui, e non un assessore alla viabilità o un giudice di pace in paese, a perdere, se i suoi perdessero. Un atto di coraggio, o di disperazione, che ha ancora un volta dimostrato quanto abile sia Bush come campaigner, come propagandista, in proporzione purtroppo inversa alla sua abilità come statista. Probabilmente perchè la sua strategia del ‟dividere per conquistare” serve a vincere le elezioni, ma non governare.
Un gesto, tuttavia, inevitabile, perchè tutti i candidati avevano fatto della sua presidenza il bastone al quale appoggiarsi o, nel caso dei repubblicani, l’elefante in salotto che si finge di non vedere. Proposte, idee, slogan di destra, sinistra o centro hanno, in questa stagione elettorale, ceduto il campo a una formula assai più semplice: non votate per Mister X, perchè è dalla parte di Bush. L’asse della politica americana non si è spostato secondo oscillazioni ideologiche, si è allontanato dal Presidente. Se poi questa scelta di essere contro, come tutti i democratici e molti moderati hanno fatto, o di fingere di non averlo mai conosciuto, come tanti repubblicani trasformati nel Pietro spaventato del Vangelo, pagherà, lo sapremo nella notte.
Ciò che deciderà, mentre i professionisti torneranno a spiegarci sussiegosamente perchè ancora una volta abbiano sbagliato le loro previsioni, saranno quattro fattori pratici, concreti, lontani dagli arzigogoli e dalle apologie.
1) In quanti andranno a votare, perchè la scarsa affluenza sarebbe il segnale che la formidabile macchina elettorale repubblicana avrà girato a vuoto e dunque vinceranno gli altri.
2) Quanti voti saranno realmente contati e quanti saranno stati soppressi, stravolti o semplicemente inghiotti da quel ‟buco nero” del sistemi di voto, dei brogli high tech e dei computer che stanno angosciando coloro che sentono, come Thomas Friedman sul New York Times, il lezzo di ciò che avvertimmo nella Florida del 2000, il sentore da repubblica delle banane e dei brogli.
3) Quanti elettori indipendenti, cioè non registrati nè come repubblicani nè come democratici, andranno a votare, perchè i non iscritti, che nettamente favoriscono l’opposizione e avversano Bush, sono anche coloro che poi meno ‟si turano il naso” e vanno alle urne. I sondaggi tendono sempre a sopravvalutare l’opinione degli indipendenti che poi non si traduce in voti.
4) Quali delle insolenze, delle accuse false, della campagne denigratorie, delle accuse più infamanti scagliate da spot elettorali costati in questa stagione circa 3 miliardi di dollari, un record assoluto, saranno stati più efficaci. E avranno ridimostrato che mentre i bravi cittadini untuosamente si dichiarano disgustati dalle propaganda in negativo e auspicano proposte concrete e dibattiti seri, si fanno poi puntualmente e pavlovianamente condizionare dalle accuse più infamanti. La propaganda "negativa" costruita sul gossip funziona, esattamente come la maldicenza funziona sempre meglio di un elogio.
Ci sarà quindi più tecnologia che ideologia, più malumore che buona volontà in questa elezione straordinariamente importante perchè sarà l’ultima dell’era Bush. Ma soprattutto perché potrebbe riportare l’America a quello che i suoi fondatori tentarono di costruire con la Costituzione e che ha permesso la sopravvivenza della democrazia sostanziale per due secoli: un governo equilibrato e diviso tra i suoi poteri, capace di fare ciò che ogni buon medico giura di fare. Prima di tutto, non nuocere al paziente.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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