Michele Serra: Peccato che Saddam non sia negro

Se Saddam Hussein morirà impiccato, per gli americani sarà una clamorosa sconfitta politica: Bush avrebbe preferito la sedia elettrica. Fonti vicine alla Casa Bianca riferiscono di un presidente amareggiato: "è molto giù, come quando seppe che gli iracheni non sono presbiteriani". Ricevendo la comunità islamica americana, dopo avere rivolto una delle sue consuete, informali domande di benvenuto ("C'è qualcuno di voi che si chiama Fonzie?"), il presidente, per rompere il ghiaccio, ha comunque scherzato a lungo sulla condanna a morte di Saddam, chiedendosi come diavolo faranno gli arabi, con tutto quel deserto, a trovare una quercia abbastanza robusta.
Negli ambienti teo-con, molto attenti ai valori tradizionali americani, si fa comunque notare che l'impiccagione è parte integrante dell'epopea del Grande Paese, e dunque è una soluzione più che accettabile. Nel Sud, alla fine delle funzioni religiose, si canta ancora la struggente ballata popolare ‟Un canapo, un ramo e un negro appeso”. Negli ambienti ultraconservatori si è però aperto un aspro dibattito sui requisiti di Saddam: "Un arabo non è un negro, anche se può sembrarlo", ha dichiarato il reverendo Scott O'Hara, leader dell'estrema destra repubblicana dell'Arizona e autore di un emendamento umanitario che cerca finalmente di dare regole al linciaggio, legalizzandolo. "E un'impiccagione senza negri, che impiccagione è?".
"Gli arabi non saranno negri, ma poco ci manca", gli ha replicato l'acerrimo rivale Tim Pukhinpek, un campione di rodeo diventato eroe nazionale per avere fatto irruzione in un dibattito tv a cavallo di un toro inferocito, sparando sugli oratori. "Dunque impicchiamolo senza fare tante ciance da checche".
A parte questo dibattito giurisprudenziale, gli esperti sono preoccupati per le conseguenze dell'esecuzione di Saddam. Gli scenari possibili sono tre: 1. Massacri e guerra civile; 2. Stragi e attentati; 3. Genocidio e fiumi di sangue. "È la migliore risposta possibile", fa sapere l'entourage di Bush, "a chi sostiene che l'invasione dell'Iraq non consente sbocchi. Qui di sbocchi ce ne sono addirittura tre, e un quarto è un'escalation militare che coinvolga tutta la regione, compresi Siria, Iran, Pakistan, India e Indonesia". "Uno scenario di guerra limitato e controllabile", commentano al Pentagono: "per esempio esclude Canada e Nuova Zelanda".
Altri osservatori, più ottimisti, valutano vicino allo zero l'impatto dell'esecuzione di Saddam: "Il genocidio, la tortura e il massacro sono, in Iraq, già adesso regola quotidiana: come diavolo volete che possa peggiorare un casino del genere?", ha dichiarato in una riunione di reduci il mitico generale John Padborsky, che negli anni Sessanta propose di invadere le Filippine per distogliere l'opinione pubblica dalla guerra in Vietnam.
Un vivace dibattito ha accolto, nel frattempo, l'ultimo saggio del polemista conservatore Mark Ulbricht, già autore del pamphlet negazionista ‟Custer aveva vinto”. Nel nuovo bestseller, intitolato ‟Non mandiamo i nostri ragazzi a morire lontano”, Ulbricht si dissocia, a sorpresa, dall'invasione dell'Iraq e applica le teorie isolazioniste alla guerra. "La logica, e i costi molto più ridotti", scrive lo studioso, "ci suggeriscono la soluzione più ovvia: fare la guerra qui tra di noi, al sicuro. Una seconda, grandiosa guerra civile che ci consenta di non disperdere in paesi assurdi il nostro straordinario potenziale militare. Basta sparare sui cammelli! Basta arabi col nasone! Miliardi di dollari e una tecnologia avanzata non meritano questi sprechi! A me, ad esempio, quelli del Missouri sono sempre stati sulle balle".
P. S. Contravvenendo alla tradizione di questa rubrica, ecco una notizia vera. Ronald Reagan, nel primo storico incontro con Gorbaciov, gli chiese: "Ma in caso di invasione aliena, voi russi con chi stareste?". Gorbaciov si mise a ridere. Non capì che non era una battuta. Reagan è morto convinto che plutoniani e comunisti stavano tramando per distruggere la Terra. E ancora non si era accorto degli arabi.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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