Vittorio Zucconi: Gerald Ford. L’America piange l’Uomo Tranquillo

Con quel sorriso un po’ assente di chi in vita sua ha picchiato la testa contro troppi spigoli, ma è rimasto sempre, come disse di sé stesso, ‟disgustosamente normale”, Gerald Rudolph Ford jr, il 38esimo presidente degli Stati Uniti, è stato un uomo straordinariamente fortunato. Già arrivare a 93 anni e spegnersi con dolcezza è un notevole segno di benevolenza divina. Ma arrivarci dopo essere sopravvissuto ai kamikaze giapponesi nel Pacifico, a un tifone che distrusse la sua portaerei, a due attentati, a tre ictus cerebrali, allo scandalo Watergate che devastò il suo partito repubblicano negli anni '70, a una innumerevole serie di zuccate facilitate dalla sua notevole altezza vicina ai due metri, diventando l’unico presidente nella storia americana che abbia governato senza mai essere stato eletto, forma la biografia di un uomo protetto dagli Dei. E benedetto dalla propria serena, blanda, coraggiosa normalità. Ford fu la rivincita di un personaggio classico e nobile nella grande commedia americana, la rivincita dell’Uomo Tranquillo. Anche sulla sua culla di neonato, alla mezzanotte del 14 luglio 1913 nell’ospedale di Omaha, Nebraska, le fate furbette a modo loro sorrisero. Sul certificato di nascita c’è scritto un nome diverso da quello con il quale sarebbe divenuto celebre. C’è scritto Leslie Lynch King jr., che era il nome del marito della mamma e suo padre naturale, un uomo che se ne era andato di casa mentre la signora era incinta. Al piccolo Leslie fu dunque risparmiato il calvario del divorzio e il solo uomo che lui conobbe e riconobbe come padre, fu il signor Gerald Ford, che sposò sua madre poco dopo la sua nascita e gli fece davvero da padre. Crebbe in campagna, in un’America da iconografia popolare rockwelliana, a latte fresco, bistecche e pane di frumentone, divenendo grande e grosso e facendosi notare dall’Università del Michigan che lo ingaggiò come nose tackle. Giocava nel ruolo più esposto del football, il "naso" della linea difensiva che deve incornarsi a testa bassa contro il più aggressivo degli attaccanti, con la testa protetta soltanto da leggeri elmetti di cuoio che si sfilavano spesso nella mischia. Il malvagio Lyndon Johnson che lo odiava, aveva diffuso la boutade delle sue troppe partite giocate senza elmetto. Quando divenne leader dell’opposizione repubblicana, Johnson ne aggiunse un’altra, volgarissima, sostenendo che Ford fosse talmente imbranato da non essere in grado di ‟scoreggiare e masticare gomma al tempo stesso”, frase poi edulcorata per il cortese pubblico in ‟camminare e masticare”. Stupido, in realtà, Ford non era affatto. Ebbe l’intelligenza, appena laureato, di rifiutare un ingaggio da professionista nella squadra dei Detroit Lions preferendo studiare legge a Yale. Semmai era ingenuo, con l’aria un po’ stupefatta del Peter Sellers in Oltre il giardino, di colui che accetta la vita senza pretendere di capirne i labirinti. Divenne ufficiale di Marina sulla portaerei Monterey, fu investito da un tifone che sballottò e demolì la nave, provocandogli una botta al cranio contro una balaustra (e una). Al ritorno in patria, carico di glorie belliche e sportive, farsi eleggere deputato repubblicano nel collegio di Grand Rapids, in Michigan, dove si era stabilito con la fresca moglie Betty, sposata nel 1948, fu un progresso naturale. Sarebbe stato eletto e poi rieletto per 13 volte, da quel 1948 fino al 1974 quando, dopo appena un anno come vicepresidente d’emergenza chiamato da Nixon per riempire il buco lasciato dal corrotto Spiro Agnew, lo stesso Nixon dovette lasciare la Casa Bianca. E il bambinone con troppi bernoccoli, scelto dal luciferino "Dicky" Nixon perché lo giudicava una nullità, giurò come 38esimo presidente, il giorno 9 agosto. Come in tante occasioni, Nixon si sbagliava. Ford era un moderato, attributo divenuto oggi scandaloso, un cristiano devoto ma non cristianista, un repubblicano di vecchio stampo, internazionalista ma non interventista, come tutti coloro che hanno visto la guerra davvero, anti statalista ma non arcigno, e imbroccò subito il tono e le scelte giuste. Si liberò del ministro della Difesa Schlesinger, che giudicava troppo "falco", promosse gli allora giovani Rumsfeld, Cheney e Wolfowitz, prima che il "fiasco di vino a stomaco vuoto", come avrebbe detto Pietro Nenni, dell’ideologia pseudo trotskysta del neo conservatorismo, li ubriacasse e costruì le basi per quell’accordo fra Israele ed Egitto che poi Jimmy Carter firmò a Camp David. Corse a incontrare Breznev, a Vladivostok, per calmare i nervi dei russi scossi da quello che al Cremlino era parso un colpo di stato contro l’amato Nixon. Ma la frase che lo ha consegnato alla storia di una nazione affamata di tranquillità, resterà quella pronunciata a caldo: ‟Il nostro incubo nazionale è finito”. Amnistiò Nixon, immunizzandolo da sicuri, strazianti processi pubblici, decisione contestata quanto saggia. Procedette prontamente a dare una testata contro lo stipite di una porta dell’Air Force One (e due), ruzzolò giù da un podio dando un’altra capocciata (e tre), fu sfiorato dalle pallottole di Lynnette Squeaky Fromm, una delle "streghine assassine di Charlie Manson". Lui era rimasto diritto mentre tutte le guardie del corpo si gettavano a terra (‟Scusa, mi ero dimenticato di chinarmi, cara” disse a Betty) ma commosse il pubblico quando ammise la propria modestia: ‟Io sono una Ford non una Lincoln”, come dire sono una Fiat non una Ferrari. Assistette stoicamente alla presa di Saigon, nel 1975 da parte dei nord vietnamiti, e rispose con la forza all’attacco contro una nave americana nelle acque indocinesi, la Mayaguez. E quando, nel novembre del 1976, dopo un congresso di partito nel quale i suoi repubblicani avrebbero preferito il più telegenico e ideologico Ronald Reagan, affrontò Jimmy Carter alle elezioni generali, fu sconfitto di non molto. Pagò lui il conto di Nixon e dopo appena due anni e mezzo di presidenza senza elezioni, si ritirò con buona grazia e quasi con sollievo. ‟Ho fatto il mio dovere e le consegno un’America in pace”, disse a Carter passandogli lo scettro il 21 gennaio del 1977. Tenne una breve conferenza stampa durante la quale un microfono a giraffa gli cadde sulla testa (e quattro). Si ritirò a Vail, in Colorado, con la moglie Betty che aveva saputo sopravvivere al cancro al seno e all’alcolismo, dando vita a una delle più famose cliniche per la disintossicazione, la Betty Ford Clinic, concedendosi alla passione divorante per il golf, riuscendo, secondo copione, a farsi colpire in testa da una pallina vagante (e cinque). Ma nei trent’anni da ex presidente, l’Uomo Tranquillo della Prateria divenuto presidente per caso avrebbe saputo farsi amare e rispettare. ‟E’ morto un padre, un nonno, un bisnonno”, ha detto ieri Betty. E’ morto qualcuno di cui l’America avrebbe bisogno, ora, per rimboccare ogni sera le coperte della propria pacifica normalità, dopo l’ennesimo disastro prodotto da geni che si comportano da cretini, e da cretini che si credono geni.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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