Vittorio Zucconi: Bombardamenti Usa sulla Somalia. L'escalation di Bush

La caccia senza fine alle cellule metastatiche del terrorismo islamista torna dove era partita 14 anni or sono, con l'abbattimento e il massacro del "Black Hawk Down" nel 1993, in Somalia, probabilmente per mano dei seguaci di Osama Bin Laden. Un po' vendetta, un po' guerra, un po' azione di polizia globale, l'attacco dei C130 "Spectre" delle Forze Speciali è applaudito dai sostenitori della guerra di civiltà e condannato da chi paventa la diffusione infinita della violenza unilaterale, ma certamente non è stato lanciato per caso, 24 ore prima dell'annuncio della nuova "Nuova Strategia" bushiana per la "vittoria in Iraq", questa sera.
La guerra al terrore, quella che Bush definisce la "nuova Guerra Fredda" per le generazioni presenti e future, è ormai, oltre che ideologica, poliziesca, militare o spionistica, una guerra politica interna americana, nella quale ogni mossa è decisa pensando alle conseguenze che essa avrà nella lotta fra le istituzioni e le fazioni di Washington e nel futuro degli assetti di potere del dopo Bush.
Quei C130 Hercules superarmati e soprannominati "Spooky", spettro, dai soldati americani per la loro capacità di colpire senza essere visti o sentiti, sono parte essenziale di una strategia di "guerra al terrore" che un commentatore americano ha paragonato a un tragico "gioco della talpa" da Luna Park, quello nel quale il giocatore tenta di schiacciare le talpe che spuntano da ogni buco senza mai riuscire a colpirle tutte. Ma il giocatore, una volta impegnato nel gioco, non ha scelta, è condannato a martellare all'infinito, ad aumentare l'intensità e la frequenza dei colpi, come questa sera Bush prometterà di fare anche in Iraq con la sua escalation o a dichiararsi battuto.
La Somalia, questa disgraziata terra coloniale e oggi terra di nessuno sballottata fra eserciti occupanti, banditi e capibanda locali, raid americani e fanatici islamisti attratti dal vuoto di potere, è diventata l'ennesimo, ma certamente non l'ultimo, "killing field", campo di morte nel quale terrorismo e controterrorismo disputano la loro partita infinita, nella più completa indifferenza per le pedine innocenti, i civili, i bambini abbattuti nel fuoco incrociato.
L'invasione degli Etiopi, che evidentemente dispongono di abbastanza fondi o di abbastanza appoggi internazionali per potersi permettere una costosa operazione militare su larga scala e ieri l'attacco delle corazzate volanti americane su un territorio che non può essere definito "sovrano", sono una conseguenza inevitabile di questa reciproca escalation.
Le talpe di Al Qaeda, qualunque cosa significhi davvero oggi questa etichetta appiccicata troppe volte a troppe azioni per essere sempre credibile, riaffiorano in Iraq, dopo essere state colpite in Afghanistan, ora in Somalia, dopo essere state colpite in Iraq, domani chissà dove, poiché gli "stati falliti", le nazioni guscio senza una solida struttura civile o militare, sfortunatamente abbondano.
L'assalto aereo degli "Spettri" volanti decollati probabilmente dalla vicina Gibuti, dove le Forze Speciali americane hanno la loro base, e l'ancoraggio nelle acque somale della portaerei Forrestal per dare copertura all'esercito Etiope, puntano esplicitamente a puntellare l'inesistente governo provvisorio di Abdullah Yussuf e a stroncare ogni possibile controffensiva delle cosiddette "corti islamiche" armate dai signori della guerra somali e incitate dai "commissari politici" di al-Zawahiri, il "numero due" di Al Qaeda oggi probabilmente il vero leader dell'organizzazione. Non è un segreto per nessuno, ed è ampiamente riportato dalla stampa internazionale, che l'invasione etiope è stata incoraggiata, se non diretta, da Washington e che le informazioni sui movimenti degli Islamisti cacciati da Mogadiscio sui quali hanno sparato i C130 americani, vengono appunto dalle truppe di Adis Abeba.
Ma gli Etiopi, che già hanno dovuto sparare su dimostrazioni di protesta contro gli occupanti, sanno, come il loro presidente Meles Zenawi ha detto chiaramente, che la loro presenza in Somalia deve essere breve, che non intendono restare a lungo dopo avere reinsediato il governo provvisorio.
L'Etiopia, paese anch'esso a grande maggioranza musulmana, non sembra avere intenzione di divenire in Somalia quello che gli Stati Uniti sono divenuti in Iraq, gli arbitri, le vittime, i bersagli di una guerra civile. Nè gli Usa, che a Mogadiscio lasciarono l'umiliazione e l'orrore del "Black Hawk Down", dell'elicottero dei Marines abbattuto, possono permettersi di scendere sul terreno e di vivere un altro Iraq.
Per questo, Washington ha dovuto intervenire in prima persona ma a distanza, secondo le tecniche utilizzate dagli israeliani a Gaza, con i suoi "Spettri", giustificando l'attacco con la caccia ai fuggiaschi di Al Qaeda in rotta verso il vicino Kenya e in particolare a quel Fazul Abdullah Mohammed che l'intelligence americana vede come l'organizzatore della strage nelle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania e il massacro di turisti israeliani, ancora in Kenya. L'assalto ai villaggi somali non vuole apparire come un intervento in Somalia, ma come un'operazione di polizia militare contro terroristi ricercati.
Sarà il tasto sul quale questa sera batterà appunto Bush, al quale la "liberazione" della Somalia attraverso la zampa di gatto Etiope e il bombardamento dei villaggi da parte di aerei delle proprie Special Forces ha offerto, per mirabile e poco credibile coincidenza di tempi, l'occasione per ricucire quell'arazzo planetario della "War on Terror" globale che il fallimento della operazione "Libertà per l'Iraq" aveva strappato.
Soltanto se riuscirà a convincere un'America sempre meno disposta a credere alla sua leadership e meno ancora disposta a versare altre vite e altro tesoro pubblico nell'altoforno di Bagdad, che tutto si tiene, che stabilizzare l'Iraq, puntellare il sempre più vacillante Karzai in Afghanistan, inviare gli Etiopi a Mogadiscio, bombardare la Somalia con quei C130 che furono per la prima volta impiegati in Vietnam nella caccia ai rifornimenti lungo il Sentiero di Ho Chi Min, egli avrà quella finestra di appoggio di alcuni mesi necessaria per tentare l'ultima versione delle infallibili strategie fallite in Iraq. Il timore è che, in questo orrido Luna Park, ci siano sempre più talpe da colpire che martelli.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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