Vittorio Zucconi: Hillary Clinton for president. Sorrisi, tailleur e artigli d’acciaio

Circonfusa da luci morbide e cortesi con i suoi sessant’anni, in un set domestico da rivista di arredamento, più da tè in casa Laura Ashley che da futuro comandante in capo nel bunker, la prima donna americana con serie possibilità presidenziali ha saltato quel Rubicone che aveva già deciso di attraversare 16 anni or sono, quando aveva digerito stoicamente l’umiliazione planetaria del caso Lewinsky, pensando al proprio futuro. Ha scelto anche lei Internet, la senatrice Hillary Rodham in Clinton, per invitare l’America al dialogo. Cioè a scegliere lei come candidata del partito Democratico nella mischia di cavalli di razza e di vecchi cavalli da tiro che si stanno presentando alle gabbie di partenza per una corsa che si annuncia deliziosamente selvaggia.
Nessuno della dozzina di avversari di partito, dal beniamino del mass media, Barack Hussein Obama, a quelli marginali e trascurabili come il senatore Dodd del Connecticut, si lascerà comunque ingannare da quello "spot" girato da professionisti della pubblicità per trovare il giusto equilibrio di immagine fra femminilità, credibilità, serietà e autorevolezza, indispensabili per superare l’ostilità granitica degli almeno quattro americani (e americane) su dieci che la detestano. Tutti, nel suo partito, come in quello avversario, sanno bene che dietro la luce diffusa, i tailleurs, i filtri soft, i sorrisi, la signora nasconde denti caratteriali lunghi e artigli politici aguzzi che neppure i più macho dei concorrenti maschi possiede. La sua capacità di raccogliere finanziamenti elettorali rimane ineguagliata e lei è la sola ad avere già in cassaforte quei 100 milioni di dollari che rappresentano il costo minimo del biglietto d’ingresso alla corsa del 2008. Essendo il danaro, secondo una ormai classica definizione, "il latte materno" della politica, nessuno è più "mamma" di lei, in questa nursery di ambizioni presidenziali.
Probabilmente non ci sarebbe gara, fra i Democratici dove anche il campione vivente della multietnia e del multiculturalismo, il senatore Obama figlio dell’Africa più nera, nel padre Kenyota, e dell’America più bianca, nella madre venuta dal Kansas del "Mago di Oz", ha l’handicap della scarsa esperienza politica, se Hillary non fosse un personaggio polarizzato e polarizzante, una persona che porta in sé la perfetta ambivalenza della propria forza e della propria debolezza. Il suo cognome da sposata, che ormai ha adottato definitivamente abbandonando le esitazioni e i trattini da protofemminismo, esalta insieme la nostalgia di un presidente che appare, nel confronto con la catastrofe in carica, tutto ciò che Bush non è, quindi seduce istantaneamente l’elettorato del "Chiunque non sia Bush". Ma con la stessa forza evocativa, aliena il blocco dei cittadini che videro nel disinibito ragazzone dell’Arkansas l’incarnazione della Sodoma e Gomorra progressista nella quale l’America dei "Sani Valori" stava sprofondando. Nel perenne pendolarismo fra modernità e tradizionalismo, lei è l’opposto di Bush, ma resta da vedere se il pendolo dell’opinione collettiva abbia compiuto un altro arco completo, oltre la delusione per il "W" texano.
È preparatissima, studiosissima e, rispetto alla media degli avversari e degli americani, non provinciale, ma se questo piace a New York, a San Francisco o a Boston, urta il popolo dell’America di mezzo, che istintivamente diffida di chi porti sospetti di intellettualismo e predilige la semplicità, alle soglie della semplicioneria, di chi è, o sa fingersi, "uno di noi". È figlia del Grande Nord, dell’Illinois, di Chicago, una macchia che neppure il lavaggio dei panni nelle acque del sud con il marito, nel fiume Arkansas, ha del tutto pulito, e questo piace all’America urbana, quanto dispiace all’America "Country and Western". È donna, dunque è una novità storica in una nazione dove, a parte la simbolica candidatura della comunista Angela Davis e l’inutile rimorchio di Geraldine Ferraro come numero due di Mondale in una gara perduta, la femminilità è sempre stata un handicap fatale. La sua proverbiale doppiezza e cautela, il suo opportunismo un po’ sfacciato, ne fa una donna politica responsabile («ho la malattia genetica del senso di responsabilità”, ha detto di sé) ma anche una accusabile di essere sempre un’opportunista terminale.
È sempre troppo liberal per la destra idrofoba delle radio dei demagoghi della destra, ma sempre troppo fiacca, per i duri e puri della sinistra che l’ha vista votare prima per la guerra e poi contro, prima per l’aborto sempre e comunque, poi soltanto nei trimestri iniziali. È madre, ma non materna, piuttosto infermiera capocorsia o insegnante di latino e greco, nel suo modo cattedratico e condiscendente di porgersi, dunque può convincere quanto intimidire, ammaestrare quanto indisporre. E come non si può mai dare per scontato che i «neri votino nero”, nel caso di Obama, così non è affatto certo che «le femmine votino femmina”. Come sanno bene gli avvocati difensori nei processi per violenza sessuale che sempre preferiscono giurati femmina, le donne sono quasi sempre i giudici più lucidi e spietati, e meno facilmente ammaliabili, dalle loro "sorelle".
Da come Hillary Rodham Clinton saprà comporre la tensione fra i poli negativi e positivi che vivono il lei, fra modernità e tradizionalismo, e di conseguenza i poli dello spirito americano lacerati dalla strategia del "noi contro loro" che aveva fatto vincere Bush perdendo la nazione, dipenderà il futuro della sua candidatura e della politica negli Stati Uniti. La donna con troppe qualità, ha tutte le qualità per vincere e ha tutte le qualità per perdere e per essere non soltanto la prima donna presidente americano, ma la prima moglie a succedere al marito. Soltanto per il gusto di rivedere "Bubba", Bill Clinton, tornare alla Casa Bianca come "First Gentleman", come principe consorte di colei che fece per lui la parte della "First Lady" e della principessa tradita, varrebbe la pena di sperare che Hillary vincesse. Dopo George W Bush, sarà comunque difficile, per un uomo o per una donna, fare peggio.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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