Vittorio Zucconi: Usa. In rivolta le donne di Wal-Mart

Cenerentola scende in guerra contro il big business e lo fa tremare come i sindacati non sanno più fare. Si sono stancate e sono tante, quel milione e centomila Cenerentole sottopagate rispetto ai maschi, irrise, discriminate, che lavorano nel castello del più grande dei grandi magazzini del mondo, la Wal-Mart americana, mille e 92 ipernegozi in sei Paesi e 1 milione e 800 mila dipendenti, e non chiedono scarpine di cristallo, ma salari equi, promozioni e dignità. Soprattutto pretendono di non sentirsi più chiamare ‟bambola” dal direttore del negozio e di non essere più invitate ‟a farsi belle”, se vogliono fare carriera.
Ma fatti bello tu, rispondono le impiegate della Wal-Mart che hanno ottenuto ieri, nonostante la disperata difesa della controparte che gli aveva sparato contro ogni cavillo e tecnicalità escogitate dai suoi formidabili legali, il diritto di portare in tribunale questo datore di lavoro colossale che esse accusano di "sexual discrimination". Nel linguaggio della giurisprudenza americana, si chiama class action, un’azione legale avanzata da un gruppo di persone a nome di un’intera "classe" (curioso residuo di semantica marxiana) di presunti danneggiati.
Di queste class action, di querele collettive, i tribunali americani traboccano, dai casi famosi dei fumatori contro le produttrici di sigarette alle più oscure e quotidiane azioni di abbonati contro società telefoniche, sovente chiuse con transazioni private. Ma il caso delle "Cenerentole contro Wal-Mart" è qualcosa di assai più imponente della solita causa intentata dai cacciatori di ambulanze. Lo è per le dimensioni dell’accusato, questa catena di mega empori nella quale un cliente potrebbe entrare neonato e uscire soltanto per la sepoltura, trovando dentro tutto, dalle culle ai farmaci, dal cibo al mobilio. Lo è per la quantità delle querelanti, quelle donne che formano il 60% del personale ma soltanto il 14% delle dirigenti. Respinte dall’amministratore delegato che si fa fotografare stravaccato su una poltrona a forma di scarpa da donna leopardata con tacchi a spillo.
Ma lo è soprattutto per la sfida a una cultura aziendale, a un nuovo modo di concepire il business nel tempo della rivincita schiacciante della proprietà sui sindacati. La class action contro la catena degli empori sconto fondata da Sam Walton in un paesino dell’Arkansas con la semplice idea di vendere con margini di profitto inferiori per vendere di più, attacca un impero che aveva vissuto e governato se stesso come una nazione indipendente, forte del proprio successo. Per ‟vendere tutto a meno”, come vuole lo slogan della Wal-Mart, il signor Walton (uno dei finanziatori della carriera di Bill Clinton, suo concittadino in Arkansas) semplicemente pagava meno i propri impiegati. Aveva proibito i sindacati ed evitato, inizialmente, di pagare le assicurazioni sulla salute.
Aveva assunto preferibilmente femmine, e non particolarmente qualificate, giudicandole più docili. E aveva continuato a espandersi, dal primo negozietto dell’Arkansas nel 1962 ai più di mille di oggi, sparsi negli Usa, in Messico, in Irlanda, persino in Giappone, sotto una maschera nipponica. Nessuno al mondo vende più prodotti, o più giocattoli, di Wal Mart, che ricava 11 miliardi di dollari di profitti netti su 315 miliardi di vendite ed è, con il suo milione e 800 mila dipendenti il primo datore di lavoro americano, persino più del Pentagono. Una "fairy tale", una favola per studenti di economia e commercio, che aveva diffuso un’aura di "tutti felici e contenti" dentro i suoi immensi hangar di mercanzia senza pretese estetiche, grandi fino a 24 mila metri quadrati, tre campi di calcio regolamentari. Senza contare la colata di asfalto per il parcheggio esterno, grande il doppio.
Troppo grande ormai, e troppo prepotente, questo castello del consumismo che piomba su contee e paesi e fa il vuoto della concorrenza in pochi giorni, per non attirare invidie, marce, petizioni, rivolte di comuni, picchetti e ora la ribellione delle sue donne. I documenti presentati dagli avvocati delle querelanti, ufficialmente cento di loro a nome del milione e più di sorelle, sono implacabili e i tre giudici della corte d’appello federale chiamati a giudicare la proponibilità della causa hanno dovuto arrendersi all’evidenza e permettere il processo. Soltanto il 14% dei "capi e capetti" sono femmine, contro il 60% che è la media nelle altre catene commerciali. Una donna deve attendere in media otto anni per essere promossa a "vice manager", mentre per un uomo bastano due anni e mezzo. La retribuzione media di una commessa è di mille e 100 dollari annui inferiori a quella di un pari grado maschio e dove finisce la quantificazione del trattamento discriminatorio comincia la lunga lista della insensibilità maschilista.
Le riunioni di lavoro sono organizzate nei ristoranti "Hooters", il cui piatto principale sono i prorompenti seni al vento delle cameriere o addirittura in "strip club". La manager di un negozio in Arizona è pagata meno del collega perché ‟non ha l’equipaggiamento giusto”. La spiegazione giudaico-cristiana di un capo in South Carolina alle aspiranti manager è che ‟Dio creò prima Adamo e poi Eva, dunque le femmine vengono sempre dietro i maschi”. E la definitiva analisi sociologica del principale in Florida, secondo il quale ‟voi donne venite qui soltanto perché siete casalinghe alla ricerca di una paghetta e non per lavorare seriamente”.
E dunque, anche scontando le naturali esagerazioni aneddotiche di ogni querela, non il solito caso di querela per danni. È un processo a una cultura, sia maschile che aziendale, quello che vedrà opposte le donne di Wal Mart al king kong del discount. È una messa in discussione del nuovo modo di fare business nell’America che sta cercando di scrollarsi di dosso definitivamente i sindacati chiudendo e delocalizzando le linee di produzione, ma che scopre un nuovo e ancora più micidiale avversario: non più il mesto Cipputi in tuta ma la furiosa Cenerentola in grembiule.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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