Vittorio Zucconi: La Cia e i guerrieri dell’ombra

Al numero 44 di Wall Street, pochi passi oltre il toro di bronzo che fa la guardia ai trionfi e ai disastri della Borsa americana, sta il nido ormai vuoto di un rapace che da qui spiccò il volo per spiegare le ali e conficcare i propri artigli sul mondo. Dentro un edificio anonimo in pietra chiara e mattoni rossi che nessun turista alza mai gli occhi a guardare, in uno degli infiniti studi legali incrostati attorno a Wall Street, un avvocato reduce dalla guerra segreta contro fascisti e nazisti e un generale dalla testa calda soprannominato "il selvaggio" immaginarono, in un’estate di 60 anni or sono, la Cia. Furono Allen Dulles, il patrizio di augusta famiglia che la guerra aveva trasformato da giureconsulto in superspia, e il suo ex superiore, "Wild" Bill Donovan, già comandante dell’Oss, il servizio segreto disciolto nel 1945, che dopo infiniti incontri e trame fra loro in quello studio al "44 Wall Street" riuscirono a convincere il recalcitrante Harry Truman e un gelosissimo Edgar Hoover allo Fbi a rispondere al nuovo nemico, l’Unione Sovietica di Stalin e di Beria, con gli stessi metodi e la stessa mancanza di scrupoli. E fu grazie a loro, e poi a un terzo uomo, James Angleton, che aveva vissuto bambino nella Roma di Mussolini per seguire il padre piazzista di registratori di cassa americani Ncr, che nell’estate di sessanta anni or sono il Congresso degli Stati Uniti partorì la Central Intelligence Agency. Da due generazioni, tra successi nell’oscurità e fiaschi sotto i riflettori, la creatura che quei tre uomini misero al mondo sotto il simbolo dell’aquila, dello scudo e della rosa dei venti, la Cia, è il sinonimo concreto e inafferrabile, romanzesco e ideologico, di tutto ciò che il mondo ama e detesta degli Stati Uniti d’America. ‟Nulla di quel che sapete della Cia è vero”, ammoniva il "terzo uomo" James Angleton, paranoico di professione, responsabile del controspionaggio e della disinformazione. E se perdersi nel labirinto delle bugie, dei doppi e tripli giochi, dei complotti reali o immaginari, è uno sport praticato con passione, dal Cremlino ai monti del Kandahar, dai tribunali d’Italia ai college americani, la realtà più ovvia e dunque più dimenticata è che la Cia è un organismo fatto di uomini, e ora anche di donne. è un’immensa e indefinibile burocrazia, nella quale persino il numero di dipendenti è classified, segreto di Stato, che nasconde, dietro le finestre illuminate che d’inverno gli alberi nudi permettono di intravedere sorvolando di notte la sede in Virginia, storie appunto di uomini e ora anche di donne. Votati, spesso soltanto per la paga avara del burocrate di Stato e per una vita di noia straziante interrotta da sprazzi di terrore, al compito ingrato di essere la serva sciocca dei leader politici che sbagliano. Pronti a prendere, oltre a qualche occasionale pallottola nella nuca in un vicolo di Beirut o in una caverna afgana, ‟più bastonate di un mulo in prestito”, come disse l’ex agente Vincent Cannistraro, da presidenti, ministri, generali, parlamentari in cerca di alibi alla propria stupidità. Cerchiamo persone ‟per le quali il compimento della missione sia più importante del riconoscimento pubblico”, dice lo slogan che in questi giorni la Cia ha prodotto per tirarsi su il morale, mentre fischia il solito vento gelido di accuse e di rimproveri che sempre si alza quando la politica umiliata dai propri abbagli e dalla propria arroganza ha bisogno di un mulo da bastonare. E che il nuovo motto sia qualcosa di più serio che un jingle pubblicitario stanno a dimostrarlo le 88 piccole stelle anonime, ciascuna grande appena sei centimetri, che punteggiano il "muro dell’onore", il memoriale dei caduti in servizio, all’ingresso del palazzone di Langley sul Pomotac, la sede centrale dell’agenzia. Ottantotto fra uomini e donne la cui storia e identità sarebbe dovuta rimanere segreta, ma che ormai per tutti meno uno, l’ultima stella aggiunta due mesi or sono senza commenti, è venuta alla luce. Sono storie che dovrebbero fare giustizia dei miti e degli stereotipi giornalistici sugli "007", sull’esistenza glamorous e fascinosa di scavezzacolli alla guida di motoscafi o spider, e forse per questo la Cia è così ostile a farle conoscere, oltre che per ragioni di onnipresente riservatezza. Cominciano dal caduto numero uno, dalla prima stella, incastonata nel muro per ricordare Douglas Mackierman, un esperto di crittografia durante la Seconda guerra mondiale che Donovan, colui che i sovietici chiamavano "il padre" della Cia e Angleton, in codice "la mamma", spedirono nella Cina dove Mao marciava. Mackierman morì ucciso per errore dalle guardie di frontiera del Tibet ancora indipendente, dove stava cercando di rifugiarsi tallonato dai guerriglieri maoisti. I tibetani lo aveva scambiato, micidiale ironia, per un agente russo al servizio di Mao. Mentre i presidenti, le loro corti, i senatori, si palleggiavano questo ministero del tutto e del nulla, adoperandolo come stampella, gettandolo come un vecchio arnese, cercando addirittura di stravolgerlo per salvarsi la cotenna politica come volle fare Nixon per bloccare le indagini dello Fbi sul Watergate, i suoi uomini morivano sparpagliati per il mondo, in silenzio. A Langley i direttori centrali, Dci nel gergo ufficiale, si avvicendavano per seguire i venti della politica, portando al vertice bravi scalatori di scrivanie o raccomandati inetti, come quel parlamentare Porter Goss voluto da George W. Bush e rimasto alla guida della Cia per meno di nove mesi, un record assoluto. Il suo merito principale era di avere sponsorizzato la leggina per intitolare la sede a poppy, papà George Bush. Nel mondo, agenti morivano e muoiono in silenzio, "omicidi bianchi", caduti sul lavoro. James McGrath, una delle nuove stelle, era morto negli anni Sessanta, fulminato mentre riparava un trasmettore radio ad altissima potenza ai confini della Germania Est, ma senza che la sua morte fosse spiegata alla vedova, per tenere segreta l’esistenza di quel trasmettitore che ovviamente la Stasi e il Kgb conoscevano benissimo. Trent’anni sono stati necessari perché si conoscesse il nome di John Merriman, mandato nell’allora Congo per contrastare ai sovietici il controllo di quella terra ricca di risorse naturali. Morì, ferito in una sparatoria nella savana, chiedendo nel delirio della cancrena che gli portassero ‟un gelato al cioccolato”. Se l’agenzia, la Company, come la chiama chi ci lavora, lo avesse ripescato e trasportato in un ospedale sarebbe stato salvato, ma il rischio di svelare la presenza americana in Congo venne giudicato troppo alto per la vita di un solo uomo. Larry Friedman saltò su una mina anti-uomo. Tre "stelle" si spensero e quindi si accesero in Libano, nel massacro dei marines a Beirut, ufficialmente reclutati tra i militari, ma in realtà personale della Cia, dunque condannati a morire nel buio per non rivelare quello che ogni marine in quella caserma sbriciolata aveva certamente capito: che quelli non erano dei loro, ma civili in uniforme. La vedova di Bud Petty, pilota arruolato per trasportare armi e soldi al capo guerrigliero angolano Savimbi, ufficialmente condannato da Washington e segretamente finanziato, pretese di aprire la bara che la Cia le aveva consegnato per la sepoltura (il marito era precipitato con il suo Hercules C-130) e la trovò vuota. Il cadavere era sparito, una stella si era accesa. Due agenti morirono in Afghanistan, nei primi giorni dell’invasione dopo l’11 settembre, quando i generaloni a quattro stelle del Pentagono confessarono balbettando di non avere alcun piano per rovesciare i Taliban e soltanto la Cia aveva commando pronti a partire per i monti e un piano per comperare in contanti i mercenari del nord da spedire poi verso Kabul per insediare un amico. ‟Usano le vite umane come stracci al mercato”, ringhiava il fratello del morto che non era nella bara, se è morto davvero (‟Niente di quello sapete è vero”, ricordiamo) e quando la Cia sbaglia - e tanto ha sbagliato nelle proprie azioni e nelle proprie analisi, dal Cile alla deposizione di Mossadeq in Iran, giudicato troppo di sinistra - si ritrova sola davanti a senatori corrucciati che rivoltano il carretto degli stracci, a presidenti furiosi, come Kennedy dopo la Baia dei Porci, a vice presidenti imperiosi e allucinati, come Dick Cheney, che pretendeva quelle armi di distruzioni di massa in Iraq che non c’erano più. Quando vede giusto, come nel caso del cosiddetto "liberatore di Bagdad", il fanfarone magliaro Ahmed Chalabi che aveva infinocchiato il Pentagono di Rumsfeld e la banda dei neocon ansiosi di credere quel che volevano credere, viene tradita dal proprio capo, da quel George Tenet che aveva promesso a Bush arsenali da vendere. Se poi la Guerra fredda, il lungo duello di ombre con Mosca, sia stata vinta grazie alla Cia o nonostante la Cia, se "la mamma" Angleton, il cacciatore di talpe cresciuto nella Roma fascista mentre il padre vendeva casse ai bar e poi allevato a Yale tra i figli del privilegio, fosse un paranoico clinico umiliato dall’amico Kim Philby o un occhiuto vigilante, sono questioni che soltanto la storia e la verità sui fatti segreti, sui "gioielli di famiglia" come la pagliacciata per uccidere Castro coi veleni della mafia, potrà dirimere. Ma la Cia che compie 60 anni e ha visto la fuga dei propri migliori quadri dopo l’umiliazione dell’Iraq non sarebbe riconosciuta o riconoscibile per i vecchi ragazzi, la rete degli old boys che la crearono da uno studio d’avvocato a Wall Street. Gli old boys non ci sono più. I loro protetti e raccomandati, che Dulles sceglieva tra gli amici, mentre J. Edgar Hoover mandava rapporti segreti a Truman accusandoli di essere tutti omosessuali (proprio Hoover, che rincasando a sera dalla direzione dello Fbi si travestiva da ballerina classica con tutù e polpe per la gioia del fedele compagno e vice) sono morti, per vecchiaia o per la fiala di veleno che il preferito di Dulles inghiottì quando il Kgb lo ricattò, avendo scoperto che era davvero omosessuale, peccato imperdonabile nell’America anni Cinquanta. L’ultima stella murata nell’atrio della Cia porta il nome di una donna, Rachel Dean, arruolata nel 2005 e morta nel 2006 in Kazakistan, ufficialmente in un incidente stradale. E il più atroce imbarazzo porta di nuovo il nome di una donna, l’agente Valerie Plame, colei che svergognò la Casa Bianca e il torvo Cheney inviando il marito, l’ambasciatore Joseph Wilson, a certificare la ridicola patacca dell’uranio nigerino. Valerie era una covert operative, una funzionaria coperta dal segreto ufficiale, come ha definitivamente accertato l’inchiesta del Procuratore speciale scelto proprio dall’amministrazione Bush, finita con la condanna per falsa testimonianza del braccio destro di Cheney, Scooter Libby, salvato dal carcere per mano di Bush. Uno di quegli orrendi pasticci nei quali la Cia annaspa puntualmente, per dover funzionare da scudo non della nazione, ma del potere in carica. Ora la Plame ha sporto querela per danni proprio contro il governo che l’ha esposta al pubblico per vendetta. I "vecchi ragazzi" ne sarebbero inorriditi. Una donna capo sezione alla Cia, che per di più querela il governo. Il tutù rosa di Hoover avrebbe avuto un fremito di indignazione.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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