Umberto Galimberti: Scoprire il dolore dell’anima

Perché la ‟psichiatria organicista”, quella che impiega i farmaci per intenderci, utilissimi, anzi in alcuni casi indispensabili per alleviare le condizioni di chi soffre, non ascolta con una certa continuità e frequenza le parole che sgorgano dalla sofferenza e che riproducono in modo drammatico le condizioni d’esistenza di ciascuno di noi, e in modo vertiginoso alcuni abissi che solo l’arte, la poesia, la musica, la mistica fanno dischiudere, chiedendo spesso il sacrificio dell’artista, del poeta, del musicista, del mistico? Solo la ‟psichiatria fenomenologica”, che in Italia non si insegna in nessuna scuola di specializzazione, si presta a questo ascolto, per andare incontro alla speranza di chi soffre, sciogliere i vissuti di colpa che incatenano, perforare i muri della solitudine quando nessuna parola la raggiunge, nessun gesto la incrina, fino a quel taedium vitae che tutti, per brevi attimi, avvertiamo come nausea dell’esistenza. Perché non avviene un’integrazione di questi due orientamenti psichiatrici? Perché la pratica farmacologica sopprime l’ascolto, disumanizza l’uomo, riducendolo ad un ‟caso” da rubricare in quei quadri nosologici, dove è l’efficacia del farmaco a decidere la diagnosi, mettendo a tacere tutte le parole del dolore che la follia urla e le nostre anime sussurrano. E così disimpariamo il vocabolario emozionale, anche se sappiamo che tutte le parole dimenticate diventano opachi silenzi del cuore, che aprono quei percorsi bui e insospettati di cui ci accorgiamo solo quando approdano a gesti tragici. Perché la follia sta diventando solo una faccenda ‟medica” e non più un evento ‟umano”? Perché la categoria della ‟malattia” deve occupare tutto lo spazio, fino a oscurare la profonda parentela che esiste tra l’eccesso dell’anima e la sua normale condizione? Perché subito un medico o un farmaco quando la malinconia di un adolescente o la sua angoscia, almeno all’inizio, stanno implorando solo un po’di ascolto? Davvero non abbiamo più fiducia in uno sguardo comprensivo, in una parola che sa corrispondere all’abisso della disperazione? Davvero non abbiamo più tempo in quest’epoca che ci vuole tutti insensatamente gioiosi, e se non riusciamo, almeno mascherati da quella fredda razionalità che non lascia trasparire nessun moto d’anima? E allora se proprio nessuno ci ascolta, se noi stessi, complici di questa mancata comunicazione, imbocchiamo quella strada che ci porta a tacitare l’anima, per poi offrirci, disarmati, alle sue profonde perturbazioni che neppure sappiamo più riconoscere e tantomeno nominare, se il silenzio intorno a noi e dentro di noi s’è fatto cupo e buio, apriamo un luogo di conoscenza, una terra amica, dove possiamo constatare che le ‟malattie dell’anima”, prima che una faccenda medica o farmacologica, sono condizioni comuni dell’esistenza umana, che i poeti, prima e meglio degli psichiatri, sanno descrivere in tutta la loro abissalità. Perché i poeti, come ci ricorda Heidegger, sono ‟i più arrischianti”, i più vicini, quando non i più inoltrati negli scenari della follia, dove la condizione umana è descritta fino a quei limiti dove può estendersi e implorare ascolto, accoglienza, ri-conoscenza. A partire da queste considerazioni propongo agli psichiatri (perché non racchiudano subito la follia nelle mura spesse e opache della malattia) e a tutti noi (per non cancellare fino a dimenticare del tutto le parole dell’anima) due importanti contributi della psichiatria fenomenologica. Uno di Eugenio Borgna Come in uno specchio oscuramente, l’altro di Bruno Callieri, Corpo, esistenze, mondi. Si tratta dei due maggiori psicopatologi italiani che dall’alto della loro biografia e pratica clinica si espongono in questi libri, raccontando per la prima volta i loro incontri con l’esperienza psicotica a cui si sono offerti, come ospiti ad un tempo stranieri e insieme compartecipi, a quei mondi che oscillano tra realtà e delirio, in uno spazio coartato dall’angoscia o dilatato nel buio senza confine e senza fondo della depressione malinconica, alla ricerca di un senso, dove anche le forme più sgangherate di follia, riflettono le aree tematiche raggiunte dai vertici della poesia, o segretate nelle pieghe della nostra anima di cui non abbiamo più cura. Seguendo l’intuizione di Brentano, Eugenio Borgna legge la follia come ‟la sorella sfortunata della poesia”. E perciò le esperienze di vita e di morte nelle considerazioni filosofiche di Simon Weil, la malinconia sfibrata e oscura di Emily Dickinson e di Ingeborg Bachmann che si fa musica in Franz Schubert, l’angoscia che soffoca e però trova parola in Georg Trakl ed espressione in Francis Bacon, il destino di dolore è scacco esistenziale di Van Gogh, nelle cui esperienze artistiche trova espressione l’angoscia psicotica, sono quello specchio dove, talvolta oscuramente, talvolta con toni abbaglianti, la condizione esistenziale di noi tutti trova un suo riflesso, una sua descrizione, che la psichiatria organicista trascura, mentre la psichiatria fenomenologica raccoglie per offrirla a chiunque voglia conoscere quanto è segretato nella propria anima, ma mai, per fortuna, definitivamente sepolto. C’è infatti una creatività sempre incistata nella follia, c’è un bisogno di esprimere mondi altri da quello che abitualmente abitiamo, c’è un desiderio di espandere orizzonti fino alla vertigine del senza-confine, c’è la perla della conchiglia, come vuole l’immagine di Jaspers là dove scrive che: ‟Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita”. Proprio perché ascolta, invece di tacitare immediatamente il linguaggio della follia con il farmaco, Eugenio Borgna riesce a individuare e a descrivere nel suo libro le differenze tra le connotazioni maschili e femminili dell’anoressia nella sua immersione in un presente divorato dal desiderio narcisistico di un corpo ‟altro” da quello che si ha, i diversi modi maschili e femminili di vivere la tristezza vitale della depressione e di immaginare la morte volontaria come ultimo orizzonte di una speranza divenuta impossibile. E ancora, riconoscere i volti dell’angoscia nelle differenti risonanze maschili e femminili di vivere gli sconvolgimenti emozionali e le metamorfosi relazionali, dove, come in uno specchio è dato cogliere, oscuramente, quel che è in ciascuno di noi, perché ciascuno di noi, anche se non si accorge, è quotidianamente impegnato ad armonizzare le dissonanze tra il mondo della ragione e il mondo della follia che ci abita. E a proposito di ‟mondi” Bruno Callieri descrive con la sensibilità del fenomenologo, da cui si tiene distante la psichiatria organicista, il mondo della vita che ha per soggetto l’esistenza con i suoi vissuti e non l’organismo a cui la pratica medica ha ridotto la nozione di ‟corpo”. Infatti, quando in gioco è la sofferenza dell’esistenza, rapportarsi a un ‟apparato organico” come fa la medicina o a un ‟apparato psichico” come fa la psicologia è diverso dal rapportarsi fenomenologicamente a un corpo vivente che dispone di una sua esperienza e di un suo mondo. Organicamente mi appariranno tensioni nervose e contrazioni muscolari, psicologicamente le dinamiche di quell’energia che Freud ha chiamato ‟libido”, in nessuno dei due casi mi apparirà una successione di esperienze, perché sia l’apparato organico, sia l’apparato psichico sono senza mondo e senza quell’intenzionalità che si dispiega nel desiderio, nel timore, nella speranza e nella disperazione per le cose del mondo. A questo punto, pensare di comprendere meglio l’esperienza di un corpo vivente che abita un mondo, scindendolo nell’impersonalità dei due sistemi, uno organico e uno psichico, che per definizione non hanno un mondo, perché sono costruiti sui modelli concettuali ricavati dalla fisica e dalla biologia, significa non rendersi conto di quanto sia assurdo tentare di comprendere persone con procedimenti di spersonalizzazione. Se infatti la follia, come ci ricorda Bruno Callieri, è la scissione nell’uomo, la sua lontananza dagli altri, la sua estraneità al mondo, come si può pensare di guarire applicando una dottrina i cui principi sono l’esatta riproduzione delle componenti della follia? Come si può pensare di condurre all’unità dell’esistenza un uomo ‟a pezzi”, servendosi di una dottrina che non ha mai conosciuto l’unità, ma sempre e solo la giustapposizione dei ‟pezzi”? Se è vero, come dice Heidegger che ‟il linguaggio parla”, termini come psico-fisico, psico-somatico, bio-psico-logico, psico-pato-logico, psico-sociale dicono che la psicologia non ha mai conosciuto l’unità dell’esistenza, ma solo la composizione delle parti che la scienza ha già consegnato ai vari sistemi. Il suo sforzo di ricostruzione, come ci ricorda Laing, assomiglia ‟allo sforzo disperato dello schizofrenico per ricomporre il suo io e il suo mondo disgregati”. Quando la psichiatria organicista presterà ascolto alla psichiatria fenomenologica e imparerà a conoscere le ‟diverse modalità” della sofferenza esistenziale che non ha organi specifici di riferimento? E soprattutto quando noi, tutti noi, presteremo attenzione all’urlo straziante del folle o al suo muto silenzio, dal momento che non possiamo ignorare che la sua disperazione solo per intensità e frequenza differisce dalla nostra? ‟Noi siamo un colloquio” diceva Holderlin dall’abisso della sua follia, e allora incominciamo a parlare e ad ascoltare prima di tacitare o mentre attenuiamo l’urlo o il silenzio con un farmaco. Del resto già Kafka annotava che ‟scrivere una ricetta è facile, ma ascoltare la sofferenza è molto, molto più difficile”.

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti

Umberto Galimberti, nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ...

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