Michele Serra: Se anche sull’Aids scende l’oblio

Causato da uno sciagurato e inaccettabile errore umano, il grave e rarissimo incidente di Firenze (tre trapianti di organi prelevati da una donna sieropositiva) non sembra apparentabile alla categoria molto generica della "malasanità". Se non per la deplorevole facilità con la quale è stato innescato dalla distrazione di un addetto, e da una scartoffia sbagliata, in una struttura che tutti descrivono come funzionale e funzionante, e adesso dovrà rifare i propri severi conti con se stessa. Merita piuttosto un’amara riflessione il ritorno – anch’esso ahimé accidentale – della parola Aids nei titoli dei telegiornali e sulle prime pagine dei giornali. Abbiamo tutti memoria dell’emergenza planetaria di quindici-venti anni fa, quando il virus che dissesta il sistema immunitario era al primo posto tra le piaghe del futuro (cioè del nostro presente), e le proiezioni più pessimistiche paventavano una vera e propria regressione demografica. Ci fu chi parlò di centinaia di milioni di morti, e certamente, nel timor panico di allora, contarono in eguale misura il legittimo e razionale allarme sanitario e la psicosi sessuofobica: una malattia che si diffonde soprattutto per contatto sessuale, e allora colpiva in maggior misura gli omosessuali, non poteva che catalizzare moralismi, anatemi e sensi di colpa.
Ci fu chi parlò di "punizione divina" per la dissolutezza dei costumi occidentali, non sapendo ancora che molto peggio sarebbe andata nel Sud del mondo (perché un buon portafogli tutela la salute meglio di qualunque costumatezza…). E le resistenze a diffondere e pubblicizzare l’uso del profilattico furono molte e molto illustri, a cominciare da quelle vaticane.
Poi la scienza medica, magari anche approfittando del silenzio sceso sul virus, riuscì a individuare dei farmaci in grado di tenere sotto controllo la malattia. Nei paesi ricchi. In quelli poveri, penalizzati dal mercato farmaceutico, molto di meno, e tutti ricordiamo le generose e durissime campagne di Nelson Mandela per avvertire l’opinione pubblica mondiale della strage silenziosa che, lontano dai potenti riflettori dei media occidentali, continuava a fiaccare le genti africane, specie dell’Africa centrale e australe.
E’ interessante – e penoso – notare come l’"allarme Aids" abbia seguito il decorso, abbastanza tipico, di tutti o quasi gli allarmi sanitari di massa: prima la psicosi, poi la rimozione. E’ accaduto, in piccolo (e quasi come parodia) anche per l’aviaria, per la Sars, addirittura per alcuni ceppi influenzali definiti a priori "la nuova febbre gialla", rifacendosi alla strage epocale dei primi del secolo scorso in Europa: come se le condizioni sanitarie di massa di allora e di oggi fossero equiparabili. C’è una funzionalità (anche mediatica) del panico, che in un primo momento serve, oltre che a fare titoloni, a dare nome e cognome a un pericolo. Ma è come se l’enfasi, la paura, e perfino le tenebrose campagne pubblicitarie che dilagarono per qualche anno, infine generassero assuefazione e indifferenza. La povera donatrice di Firenze non sapeva di essere sieropositiva, né il facile e immediato esame del sangue che consente di testare il virus è di routine in Italia (lo è, invece, in altri paesi come gli Stati Uniti: fa parte della medicina di base).
Questo dovrebbe insegnarci, come comunità, quanto sarebbe importante, quanto vitale, impostare secondo criteri il più possibile razionali, il più possibile scientifici, l’informazione sanitaria, e in generale il discorso sulla salute pubblica, le notizie sulle malattie e sulle cure. (Indimenticabile, a questo proposito, la faziosa e superstiziosa campagna giornalistica sul "caso di Bella"). Il sospetto è che una materia decisiva, primaria come la salute, troppo spesso sia inghiottita da quel (corto) circuito delle emozioni, dei sentimenti epidermici, che fanno galoppare molto velocemente le notizie ma finiscono per spremerle come limoni, come un repertorio troppo sfruttato, non più in grado di attirare l’attenzione pubblica. Per dirla cinicamente, l’Aids non "tira" più, non ha l’appeal spettacolare del panico nascente, non evoca più le angosce apocalittiche di vent’anni fa. Mediaticamente parlando, non è più il protagonista di un kolossal, è solo una vecchia star del genere horror. Nella realtà, cifre alla mano, è oggi come ieri una malattia gravissima e in costante diffusione, anche se non più in progressione geometrica.
Nei laboratori si è continuato a combatterlo, con risultati, a quanto si vede, molto soddisfacenti nei paesi di economia avanzata, e ancora parecchio marginali nei paesi di basso reddito. Per le autorità sanitarie, e per i media che sono spesso complementari (o dovrebbero esserlo) nella diffusione di conoscenze pubbliche corrette, di comportamenti sani e a volte salvifici, il problema sarebbe ripensare l’Aids non più in termini di emergenza, ma di malattia radicata e molto pericolosa, particolarmente subdola se si pensa che, specie tra i ragazzi, non è più avvertita come un’insidia quotidiana.
E’ impossibile dire se una più ragionata e duratura campagna pubblica sulla lotta all’Aids avrebbe condotto la donatrice in questione a fare il test, e magari aiutato il tecnico autore del fatale errore ad avere meglio presente la delicatezza del suo compito. E’ possibile, invece, con il senno di poi, capire che sull’Aids non si è fatta buona informazione, o comunque non abbastanza, vista la facilità con la quale si è passati dai titoloni sulla "peste del secolo" alla distrazione degli ultimi anni. E la distrazione, si è visto, può colpire molto duramente.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma e cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su ...

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