Vittorio Zucconi: Addio a Schlesinger, l’uomo che inventò Kennedy

John F. Kennedy è morto ieri a New York. Non l’uomo, che fu ucciso 44 anni sono a Dallas, ma ‟l’idea dell’uomo”, la sua immagine, il suo mito, la storia che il mondo ha letto e assimilato attraverso le parole di colui che dei Kennedy fu, più che lo storico, l’evangelista, Arthur Schlesinger, morto d’infarto a quasi 90 anni. Senza di lui, l’uomo che inventò Kennedy, non ci sarebbe stato un John Kennedy.
Quello che Lee Harvey Oswald fece quella mattina di ottobre a Dallas con i proiettili del suo fucile Carcano, scolpendo per l’eternità il volto, il sorriso, il ciuffo di JFK nella memoria della sua gioventù interrotta, Arthur Bancroft Schlesinger fece con le 384 pagine dei suoi Mille Giorni di Kennedy, la cronaca di una presidenza troppo breve, letta attraverso gli occhi umidi di chi l’aveva amata, nutrita e creata nella saga di una moderna "Camelot". Molto prima che la letteratura di regni immaginari, draghi, maghetti, anelli, conflitti fra spiriti buoni e spiriti malvagi invadesse le librerie, questo professore harvardiano e studioso di storia con due Premi Pulitzer divenuto più narratore che ricercatore, aveva restituito alla Casa Bianca e ai suoi occupanti l’aureola di una magia che non avrebbe mai più avuto, coperta dal silenzio e dalla complicità degli iniziati. ‟La luce che emanava dalla Casa Bianca dei Kennedy si diffondeva come il chiarore di una torcia nella foresta oscura della città che la circondava”, scrisse.
Schlesinger era, nella sua apparenza esterna di wizard, di mago buono avvizzito dal tempo, con l’immancabile papillon al collo e le giacche di cotone a righe bianco-azzurre di tessuto seersucker stazzonate da professore universitario incollato alla sedia della cattedra, il prototipo di ciò che negli anni ‘60 fu la ‟nuova generazione” al potere. Si chiamavano ‟teste d’uovo”, erano intellettuali sfornati dalle grandi università e persuasi di essere destinati a riplasmare l’America, convinti di essere non soltanto i migliori, quali spesso erano, ma gli unti dal dio dei destini americani. Veniva da lombi materni e paterni di famosi storici, autori di monumentali storie degli Stati Uniti, docenti a Harvard, come il padre, risucchiati dall’atmosfera sofisticata ed elegantemente spocchiosa dei bramini della "intellighentsya" bostoniana, anche se la famiglia Schlesinger veniva dal Mid West più ruvido, dall’Ohio.
Secondo la legge del ‟nella vita importa più chi conosci di ciò che conosci” a Harvard fu compagno di corso del primogenito Kennedy, Joseph jr, il più brillante della nidiata di Rose e Joseph senior, destinato a precipitare sulla Germania in una missione di guerra segreta e rischiosa. Ma il contatto con la famiglia era stato stabilito e non fu una sorpresa quando, la sera del 9 gennaio 1961, undici giorni prima dell’ingresso ufficiale alla Casa Bianca, John F. Kennedy, il ‟presidente eletto”, entrò senza farsi annunciare nella casa di Schlesinger e gli chiese di accompagnarlo a Washington, come ‟consigliere”. Uno storico? Perchè mai uno storico? Perchè JFK era un ingordo lettore di storia, sfogliava le opere di Barbara Tuchman come "La Marcia della Follia" sulla assurdità e la follia catastrofica dei conflitti nelle ore della crisi dei missili. Ed era, come lo stesso Schlesinger lo aveva descritto prima di beatificarlo, ‟un giovane non stupido”. Ma sapeva circondarsi di ‟cavalieri” che lo avrebbero deificato e avrebbero taciuto le sue debolezze e i segreti di corte.
E mentre Jackie riverniciava e riarredava la Casa Bianca con l’aiuto dei curatori dei musei di storia americana e con i soldi di ammiratori munifici come il miliardario Paul Mellon, Ted Soerensen forgiava le parole stupende che il Presidente avrebbe pronunciato, (‟non chiedete che cosa la nazione possa fare per voi, ma che cosa voi possiate fare per la nazione”); Pierre Salinger e Bill Moyers seducevano la stampa e corteggiavano quelle telecamere che avevano fatto vincere il loro uomo nel duello con Nixon, avendo capito che i media vanno usati, come poi avrebbe fatto Reagan, e non subiti o messi al guinzaglio, come poi avrebbero tentato di fare Nixon, Clinton e Bush con esiti disastrosi. Bob McNamara progettava con il regolo e la calcolatrice guerre ‟per sconfiggere il comunismo pagando ogni prezzo e portando ogni peso” (altra frase di Soerensen) e l’accademico, il maghetto con il farfallino, prendeva gli appunti per inventare la futura saga del nuovo re Artù.
Soltanto molti anni, e molte delusioni più tardi, Schlesinger ammetterà di avere molto edulcorato quei mille giorni, per i quali prese comunque il secondo Pulitzer, di avere poi cercato invano di reinventarsi un altro Jfk nella disastrosa candidatura di McGovern e poi nell’abortita campagna dell’ultimo fratello superstite, il senatore Ted.
Sarebbe invece rimasto un liberal impenitente fino alla fine, un ‟democratico” nel midollo delle ossa, oggetto di scherno per gli avversari di destra che gli ricordavano di avere sbagliato tutte le teorie sui cicli della storia elettorale americana. ‟Mi sbaglio perché penso”, mi disse l’ultima volta che gli parlai per telefono, perché Schlesinger non rifiutava mai un’intervista, anche quando non aveva niente da dire ed era sempre good for a quote, buono per un battuta, come un altro grande vecchio della corte di JFK da poco mancato, John Kenneth Galbraith.
E’ morto, a quasi 90 anni (era del 1917) ancora fanaticamente al lavoro - scriveva in media 4.000 parole al giorno - e tenacemente persuaso che la missione storica dell’America sia quella di essere una forza di pace, non isolazionista, non avventurista, mai uno strumento di guerra, che la filosofia del New Deal, di un modesto, attento, prudente intervento della ‟mano pubblica” nell’economia sia necessario per temperare gli eccessi e le sregolatezze del capitalismo sfrenato e amareggiato da quella sciagura irachena che lui aveva definito ‟un pasticcio osceno”. Una volta gli chiesi, provocatoriamente, come chiedere all’oste se il suo vino è buono, se JFK fosse stato il miglior presidente della storia Usa e lui mi rispose: ‟Lo sarebbe diventato”. ‟Ma - aggiunse - purtroppo non sarò io a scriverlo”. Ecco, kennedyano fino in fondo, dunque, perseguitato anche a 90 anni, dalla nostalgia di una luce spenta prima che illuminasse il buio e corroso dalla coscienza di una storia condannata, come la vita che lui cantò, a restare incompiuta.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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