Vittorio Zucconi: Al Gore torna al Congresso in nome della Terra ammalata

In questa capitale rabbuiata dall’estenuante viaggio di Bush verso la notte della sua presidenza, tornano sul palcoscenico i due sunshine boys, Clinton e Gore, i ragazzi irresistibili di un passato che potrebbe diventare futuro, insieme per uno show parallelo che ha fatto fremere di nostalgia i fan inconsolabili e rabbrividire di paura i nemici implacabili. È tornato il vecchio Bill, con il solito sorriso da seduttore ingrigito e stazzonato, per lanciare la sua sunshine girl, la moglie Hillary che promette, se lui questa volta farà il bravo e se lei dovesse vincere, di nominarlo ‟ambasciatore dell’America nel mondo” E torna nelle stesse ore il vecchio Al, il perenne figliol prodigo della politica americana ormai più simile al vitello grasso, per portare al Parlamento il suo messaggio sulla fine del mondo, la sua scomoda verità da giorno del giudizio ecologista: ‟Madre Terra ha la febbre” ha gridato con un calore che gli elettori avrebbero voluto vedere in lui nel duello contro il figlio di Bush e ‟siamo stati noi umani a farla ammalare”. Erano in pratica sei anni abbondanti, da quei giorni del dicembre 2000 quando cinque giudici della Corte Suprema contro quattro decisero in punta di benevola e partigiana creatività costituzionale che il figlio del loro amico Bush aveva vinto le elezioni, che i due non si ritrovavano nella stessa città, dove avevano regnato per otto anni affiancati come "fratelli coltelli" alla Casa Bianca. E se "Bubba", se Bill Clinton, ci è tornato soltanto a passare il bussolotto delle elemosine elettorali per la moglie (2,7 milioni di dollari raccolta a un gala) Albert Gore jr. è riapparso sulla collina del Campidoglio in prima persona, non più nella toga del senatore, del vicepresidente, del candidato che prese 600 mila voti popolari più di colui al quale fu assegnato lo scudetto a tavolino, ma della Cassandra che avverte: ‟Siamo in piena emergenza planetaria e se non cominciamo da subito a tagliare le emissioni di gas nell’atmosfera per il 90 per cento sarà poi troppo tardi per salvare la Terra. Sono a rischio la sopravvivenza della civiltà e l’abitabilità del nostro pianeta”. L’uomo che ha perduto una presidenza e ha trovato nella sconfitta la propria vocazione è apparso, per chi lo seguì in quella campagna elettorale di dolorosa legnosità, irriconoscibile e non soltanto per i sei anni che hanno aggiunto alla sua figura imponente alcune taglie di abito e vari chili di peso. Davanti al sinedrio di due commissioni della Camera riunite per ascoltarlo tra benevolenza e irrisione, ha chiesto scusa per essere apparso ‟troppo emotivo”, ‟troppo appassionato”, proprio lui che era stato soprannominato ‟l’indiano di legno”, come le statue davanti vecchi negozi di tabacco. E che fece dire al grande Johnny R. W. Apple del New York Times: ‟Mi viene la voglia di lanciargli contro un martello e chiedergli perché non parli”. Ora parla, a chiunque voglia ascoltarlo, da Hollwyood a Washington. Ma poiché questa è la Roma-sul-Potomac del nuovo impero d’occidente, nulla di ciò che viene detto o fatto, è mai senza sospetti e doppifondi politici e anche il ritorno dei "ragazzi irresistibili" nella capitale dove George Bush agonizza ha subito provocato letture elettorali. Al Gore, Oscar con il documentario catastrofista sull’effetto serra, è sicuramente sincero nella sua passione per la Terra febbricitante e nessun serio candidato alla Casa Bianca si permetterebbe di ingrassare e di gonfiarsi come lui ha fatto in questi anni. Eppure non può non avere visto quei sondaggi che insistentemente lo collocano al terzo posto tra i favori del partito Democratico, dietro a Hillary e Obama, pur non essendosi mai dichiarato per la candidatura, mentre gli altri due già marciano. Quando invoca ‟la necessità vitale di una forte ed efficace leadership americana” anche per convincere le nuove potenze d’Asia, India e Cina, a imboccare la via dello sviluppo pulito, e lo davanti a colleghi di partito che lo salutano con affettuosa carogneria con un ‟Bentornato nella tua casa, Al” o lo accusano di voler soltanto ‟imporre nuovi lacciuoli e nuove tasse”, quell’allusione alla ‟leadership” rinfocola speranze o timori. Sarebbe addirittura lui la prima scelta degli elettori democratici che oggi sembrano rassegnati a votare per la consorte del suo vecchio capo. Per lui sarebbero pronti a mobilitarsi quegli attivisti di base, quei pasdaran di Internet, dei blog progressisti che sopportano Hillary soltanto perché sembra in grado di estirpare la destra dalla Casa Bianca, dopo averla sradicata dal Parlamento. Ecco dunque che ritorna, dentro la stanca veglia di una presidenza Bush che tutti sanno essere ormai morta, la fiamma di una rivalità insanabile e imperitura tra "Bubba" e "Al", questa volta per interposta moglie. Gore che scioccamente rifiutò l’appoggio pubblico di Clinton nel 2000 per timore di sporcarsi con gli schizzi dei suoi scandali e per questo perse il voto di Stati dove l’aiuto di Bill sarebbe stato decisivo, ora potrebbe scavare la terra sotto i piedi della moglie, contendendole la stessa base e lo stesso elettorato. Per un giorno almeno, la Washington oppressa dall’ombra tossica dell’Iraq, dell’Afghanistan, delle torture, delle carceri segrete, delle purghe politiche di procuratori della repubblica, di processi pendenti, ha rivissuto un momento di grande teatro politico, da vera corte imperiale. Al era appassionato, vigoroso, convinto, addirittura surriscaldato quasi alle lacrime nella sua perorazione per salvare la Gran Madre febbricitante. Ma se per la Terra surriscaldata forse siamo ancora in tempo, per lui sembra già troppo tardi.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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