Vittorio Zucconi: Disturba e diventerai famoso

Il cartello appeso sulla società dello spettacolo a tutti i costi e della notorietà a colpi di odio è l’esatto opposto di quello che leggevamo sui tram da bambini: ‟Disturbate il manovratore” e diventerete celebri. Aggredite e interrompete chi parla, chi recita, chi comizia e sarete voi la stella nel cielo dell’effimero di Internet e tv, per qualche secondo e senza grandi controindicazioni, perché non tutte le vittime sono spiritose come l’ex premier australiano Ben Chifley che aveva chiesto a un comizio di ‟prestargli orecchio” e quando ricevette per risposta un cavolo lanciato sul palco commentò: ‟Avevo chiesto soltanto le sue orecchie, signore, non la sua testa”. O brutali come il vice di Bush, Dick Cheney, che a New Orleans ribattè a un cittadino esasperato che lo aveva invitato a compiere impossibili atti di sodomia su sé stesso: ‟Ma vacci tu”.
Ormai chiunque, comico, politico, politico-comico, attore, oratore, conferenziere, deve essere pronto, soprattutto negli Stati Uniti, all’agguato dello heckler, del disturbatore, alla frecciata velenosa, all’interruzione, al fulmineo contradditorio, spontaneo o studiato, della voce che dal buio della sala, o dall’anonimato della folla cerca l’attimo di protagonismo, l’ebrezza della risata, il pernacchio della protesta. Lo heckling, antichissima sottospecie popolare della improvvisazione o della contestazione è diventa industria, rete di professionisti, forma d’arte minore ma diffusa da quel formidabile veicolo di pandemie sottoculturali che è Internet.
Nella storia del teatro e delle performance pubbliche, l’anonimo che grida insulti o battute, che esprime il proprio dissenso politico con un banale e innocuo ‟buffone” o rischia il carcere urlando a Gorge Bush ‟assassino” è un personaggio fisso, immortalato in gag come il ‟Bravo! Grazie!” da Petrolini o nella domanda che perseguitò generazioni di compagnie italiane di giro che recitavano l’Amleto in provincia e sapevano che all’entrata in scena dello spettro del re qualcuno avrebbe chiesto: ‟Dì ben su, fantasma, l’hai mai preso in quel posto?”. Al che il vecchio attore prontamente replicava, improvvisando oltre il testo originale, ‟Da morto no, ma da vivo sì”. Ma quella di oggi non è più la bravata del singolo spettatore annoiato, quello che sbadigliando chiedeva al famoso comico americano Rodney Dangerfield ‟quale mestiere facesse per vivere”. Al che Rodney rispondeva: ‟Procuro uomini a tua sorella”.
Lo heckling, espressione ottocentesca che viene dall’industria tessile della juta a Dundee in Scozia, dove nelle filande un operaio leggeva ad alta voce i comunicati del padrone, accompagnato dagli sberleffi dei compagni, è attività organizzata e premeditata. E’ rete di gente con un computer, un collegamento internet e troppo tempo libero a disposizione, che studia le battute, prepara gli agguati, confeziona gli insulti, li raccoglie in siti specializzati come ‟televisionwithoutpity” (tv spietata), ‟mccrancky” (il mcbrontolone), o il leggendario ‟rottentomatoes”, pomodori marci, specializzato in critiche feroci e invettive contro i film e gli spettacoli più fradici. Per confluire poi nel grande lago delle clip video, YouTube. Ne è stato fatto un film, appunto "Hecklers" prossimo all’esordio nel festival di Tribeca a New York, ne sono usciti episodi memorabili di Seinfeld e, inevitabilmente, studi e ricerche accademiche, in università come la John Hopkins di Baltimore, dove il professor Forni ha creato addirittura un istituto per lo studio della Pubblica Inciviltà.
Del pernacchio, appunto, o della verza, vegetale o verbale, scagliata contro il protagonista.
Protagonismo, infatti, o meglio, antagonismo, è la molla che spinge questi molestatori, decisi a tutto pur di ‟disturbare il manovratore”. Spesso rischiano più dell’arresto e della denuncia, come accadde a chi osò dare del ‟buffone” a un permaloso presidente del Consiglio italiano o al cinese della setta Falun Gong che strillò ‟torturatore” al presidente Hu Jintao in visita a Washington. Rischiano l’effetto boomerang, la controreplica che li trasforma da pernacchiatori in pernacchiati. ‟Sono ubriaco e ancora non mi fai ridere” urlò uno spettatore al comico Milton Berle che sospirò e rispose: ‟Ecco, gentili signori e signori, che cosa può succedere quando si permette a fratelli e sorelle di sposarsi fra loro”. Se il leader politico è spiritoso, rischio generalmente minimo, l’effetto boomerang può essere lancinante.
‟Stai parlando di spazzatura”, una voce gridò al premier inglese Harlod Wilson: ‟Non ancora, mi occuperò di lei in un’altra parte del discorso”.
Protagonismo, sì, ma quasi sempre colorato di odio, la materia prima che alimenta tanta parte dell’universo internet e che avvelena molti blog di destra e di sinistra, perché la grande, e in fondo banale, scoperta del momento è che ‟il sesso vende, ma l’odio vende molto di più e stanca molto di meno” come dice all’International Herald Tribune Kathy Sierra, americana creatrice del gruppo "Passionate Users" e come le classifiche dei best seller, grondanti di libri livorosi, confermano. Da spontanea, o spiritosa, la battuta di chi intenzionalmente ‟disturba il manovratore” tende a farsi acrimoniosa, torva, personale. Jamie Kennedy, una comedienne del Kentucky e coautrice del film, ricorda che dopo un suo monologo satirico sul suo Sud, i blog si scatenarono. ‟Fischiarla non è abbastanza - scrisse uno, naturalmente anonimo come troppo spesso accade in Internet, rifugio della vigliaccheria aggressiva - la dobbiamo linciare, impiccare e poi trascinarla dietro un pick up attraverso il Texas”.
Il premo finale sono i minuti di notorietà promessi da Andy Warhol. Lo spettatore che aggredì il comico Michael Richards, il personaggio dai capelli spiritati in Seinfeld, dopo una sua demenziale tirata razzista, fu chiamato per 20 interviste su tutti i canali televisivi americani, oltre a essere per sempre imbalsamato nella notorietà sgranata e pixellata di You Tube.
Soltanto i vecchi ricordano e rimpiangono gli anni delle serate negli hotel di vacanza attorno a New York, negli Hamptons, dove il ‟dai e vai” tra comico e pubblico era parte dello show o nel leggendario "Tunnel Club" di Greenwich, a Londra. ‟Scusatemi, ma stasera mi sento schizofrenico”, attaccò una sera il comico Jim Tavare. ‟Ecco, e allora andate a farvi fottere tutti e due”, gli rispose una vox populi, con affettuoso languore.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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