Vittorio Zucconi: L’amarezza di George senior. "L’America è stanca dei Bush"

Arrivato alla non trascurabile età di 83 anni, quando l’anagrafe consente agli umani di dire verità altrimenti impronunciabili, Giorgio I, il patriarca del clan Bush, l’ex presidente George Herbert Walker, ammette quello che l’opinione pubblica americana sta gridando da mesi nei sondaggi e nelle urne elettorali, che l’America comincia ad averne le tasche piene dei Bush. ‟Si avverte nel Paese un fenomeno che si potrebbe definire ‘Bush fatigue’”, un affaticamento da overdose di questa famiglia che da 300 anni, da quando il capostipite, Richard Bush, sbarcò a Bristol nel New England produce più potere, ricchezza e, con l’ultimo rampollo disastri, di quanti i Kennedy o i Rockefeller o i Roosevelt avrebbero potuto sognare.
Deve essere stato duro, e per ciò encomiabilmente onesto, per il 41esimo presidente degli Stati Uniti, il cui nome è stato dato alla sede della Cia, ad aeroporti, ad autostrade in Texas, ammettere che la casa regnante ha stancato e per i suoi rampolli è arrivato il momento di sedersi per qualche anno in panchina, soprattutto mentre uno dei suoi figli, George W., ha ancora 21 mesi di stanco regno davanti. Da quando era uscito, immeritatamente, dalle scena del potere nel 1993, cedendo lo scettro a Clinton a causa di una scissione dell’elettorato conservatore e repubblicano spaccato da un terzo partito, ‟the old man”, il grande vecchio della casata aveva sempre e con grande classe evitato di dare giudizi pubblici o consigli ai suoi ‟boys” ambiziosi. Gli deve essere costato molto caro, perciò, rispondere a Larry King della Cnn che gli chiedeva se l’altro figlio, quello prediletto, il secondogenito Jeb, avesse intenzioni presidenziali dopo avere governato la Florida: ‟Spero di no, spero che, dopo avere fatto bene come governatore, rimanga fuori per qualche tempo e pensi al suo futuro politico più lontano che può essere molto importante”.
Come accade nella famiglie ben educate, il patriarca manda quindi un doppio messaggio obliquo ai propri figli. Segnala a George W. che la sua presidenza ha generato un certo senso di indigestione, un rigetto per il nome della famiglia, che i sondaggi di popolarità confermano con indici disastrosi, attorno al 34%. Ma ricorda che l’avventura di questa antica dinastia di sangue irlandese non è finita con il fiasco del 43esimo presidente, perché Jeb, smaltita la nausea da Bush, ‟è un uomo con un avvenire in politica, perché è un uomo retto, un governatore che ha ben meritato e ha fatto molto bene in Florida”. Dunque ‟ha un avvenire”, ma non per questo giro elettorale del 2008, semmai per il prossimo, nel 2012.
Non è mai stato un mistero, né un pettegolezzo, il fatto che fosse Jeb il cocco di famiglia, il ragazzo più brillante e serio sul quale la matrona dalla candida aureola prematuramente imbiancata dalla morte per leucemia della figlia Pauline a 4 anni, Barbara, e il padre, avevano puntato le loro speranze. Almeno fino a quella presunta epifania religiosa che all’età di quarant’anni avrebbe strappato George W., l’attuale presidente alla sua vita scioperata di bevute, di arresti per guida in stato di ubriachezza e di notti bianche, era il secondogenito Jeb, nato nel 1953 e più giovane di cinque anni rispetto a George, il cavallo destinato a portare i colori della scuderia. Del primogenito, di ‟Dubya”, papà non si era mai fidato interamente, affidandogli compiti ancillari nelle sue campagne elettorali e poi durante la presidenza. E quando aveva manifestato ambizioni presidenziali, dopo avere vinto a sorpresa il governatorato del Texas, era stato George il Vecchio a convocare d’urgenza i propri ex consiglieri e l’ambasciatore saudita principe Bandar perché gli spiegassero i fatti della vita ed erudissero il pupo nelle vicende del mondo e della politica internazionale delle quali era digiuno.
E non è un segreto di stato neppure il fatto che l’ex presidente, abbia seguito con angoscia l’avventura militare lanciata dal figlio lungo quella via di Bagdad che lui aveva accuratamente evitato di imboccare dopo la prima guerra nel Golfo, prevedendo che sarebbe accaduto esattamente quello che sta accadendo ora in Iraq. ‟Mio padre sa che il presidente ora sono io” disse petulante qualche mese fa George W. a Brian Williams, che lo intervistava per la rete Nbc. ‟E io non mi consulto con lui, mi consulto con un Padre più in alto”, spiegò a uno sbigottito Bob Woodward per il suo libro sulla guerra in Iraq. Ora con garbo wasp molto sotto tono, con eleganza patrizia e indiretta, il vecchio leader di questa casata trisecolare che ha prodotto un senatore, due governatori, un vicepresidente e due presidenti oltre a una considerevole quantità di ricchezza, gli restituisce la cortesia. Dicendo, a chi orecchie per intendere come certamente ha il figlio, che l’America non è davvero stanca dei Bush, ma di un Bush.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi è giornalista e scrittore, condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove conduce TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” ...

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